Il formidabile cerchio della storia

Per secoli gli ebrei italiani si rifiutarono di passare sotto l'Arco di Tito, fino al 29 novembre 1947 quando la comunità internazionale riconobbe finalmente il diritto degli ebrei di ricostruire il loro stato in Terra d’Israele

Di Dror Eydar

Dror Eydar, ambasciatore d’Israele in Italia, autore di questo articolo

Cosa resta degli echi della battaglia e delle grida dei caduti? Cosa resta degli eroi che difesero le mura del Secondo Tempio, opponendosi al nemico? Cosa resta delle masse assediate e affamate a Gerusalemme, che agognavano la libertà? Cosa resta del potente Impero Romano, che investì enormi risorse militari ed economiche per esercitare il controllo sulla Giudea e schiacciare le ripetute rivolte degli ebrei? Nel giorno di Tisha b’Av, come ebrei ricordiamo Gerusalemme e cosa le accadde dopo la distruzione del Tempio. Ai miei figli ho detto che il ricordo di Gerusalemme ha tenuto in vita il popolo ebraico durante i lunghi anni dell’esilio perché ricordavamo da dove venivamo e dove volevamo tornare.

Sin da quando sono arrivato a Roma, dopo essere stato nominato ambasciatore d’Israele in Italia, mi sono sentito attratto dall’Arco di Tito. Ho chiesto di andarci il mio primo giorno di lavoro e da allora l’ho visitato diverse volte. C’è qualcosa in quel triangolo tra il Colosseo, l’Arco di Tito e l’Arco di Costantino che ogni volta mi dà i brividi. Il Colosseo venne costruito con il bottino di guerra. L’Arco di Tito fu costruito dopo la morte di Tito per celebrare il suo trionfo su Gerusalemme, che per il popolo ebraico fu un’umiliazione. E l’Arco di Costantino venne costruito in memoria della vittoria su Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio nel 312 e.v. Prima della battaglia, Costantino aveva visto in sogno una croce e aveva ordinato ai suoi soldati di sostituire le insegne romane con la croce. Dopo la vittoria iniziò a sostenere il cristianesimo, convertendo in seguito l’intero impero romano alla fede cristiana. Il resto è storia.

La Menorà depredata nel 70 e.v. dal Tempio di Gerusalemme, raffigurata sull’Arco di Tito a Roma

Il corteo di trionfo e umiliazione che ebbe luogo a Roma nel 71 e.v. era guidato da Tito e da suo padre, l’imperatore Vespasiano, seguiti dai nobili di Roma, da soldati e ufficiali dell’esercito romano e dai prigionieri catturati in Giudea. Anche gli arredi del Tempio vennero portati a Roma, come simboli dell’indipendenza sottratta a Gerusalemme. Su un lato dell’arco sono scolpiti i prigionieri di guerra giudei e i soldati romani che trasportano a Roma gli arredi e la Menorà (candelabro) del Tempio. Sull’altro lato, Tito nel suo carro di trionfo incoronato di alloro da Nike, dea della vittoria, mentre la dea Roma guida il carro a quattro cavalli. Le figure scolpite su entrambi i lati dell’arco sono rivolte a ovest verso Roma vittoriosa, dando le spalle alla terra di Israele/Giudea in rovina.

Dopo la distruzione del Tempio, per secoli gli ebrei di Roma hanno rispettato la tradizione di non passare sotto quell’arco. Stavano attenti a girarci intorno perché era una testimonianza della loro tragedia. Questa pratica fu mantenuta per molti anni, fino al 29 novembre 1947 quando, per la prima volta dopo la distruzione, le Nazioni Unite approvarono l’istituzione di uno stato ebraico in una parte della Terra d’Israele (chiamata allora Palestina perché così aveva voluto l’imperatore Adriano nel II secolo e.v.). La risoluzione dell’Onu venne respinta dagli arabi, che lanciarono una guerra che per noi è stata una guerra di liberazione e di indipendenza.

Per gli ebrei di Roma, la cui storia familiare risale allo stato asmoneo e alla delegazione inviata al Senato romano da Giuda Maccabeo nel 161 a.e.v per chiedere un patto di mutua difesa, la risoluzione dell’Onu rappresentava un atto di redenzione che riecheggiava la storia dell’intera comunità, la grande sofferenza che avevano patito e l’umiliazione che era toccata loro in sorte per duemila anni. Si stavano appena riprendendo dalle terribili ferite della Shoà e delle leggi razziali promulgate dai fascisti e dal regime nazista, quando ebbero notizia della redenzione del popolo ebraico e della decisione di istituire finalmente uno stato ebraico indipendente nella sua antica patria. Tempi davvero messianici. Per la prima volta, generazioni di ebrei si presero la libertà di passare sotto l’Arco di Tito. E stettero ben attenti a farlo nella direzione opposta: verso est, in direzione della Terra d’Israele verso la quale il popolo ebraico ha sempre guardato: verso Sion.

L’allora rabbino-capo d’Italia, David Prato, radunò la comunità ebraica e insieme passarono sotto l’arco verso oriente recitando il Salmo 137 “Sui fiumi di Babilonia”, che contiene l’antico giuramento degli esiliati a Babilonia: “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra”, e canta la speranza mai perduta di essere un popolo libero nella propria terra, la terra di Sion e Gerusalemme (che è il verso finale dell’inno nazionale israeliano Hatikwà, “la speranza”). Che formidabile collegamento storico che va a chiudere il cerchio con la ricostruzione di Sion, nella quale abbiamo trovato e continueremo a trovare conforto.

(Da: Israel HaYom, 18.7.21)

Gli ebrei di Roma celebrano la nascita di Israele all’Arco di Tito