Il problema non è solo ciò che Abu Mazen ha detto sulla Shoà, ma ciò che non ha detto su Monaco

Il presidente palestinese rappresenta un ulteriore tassello del più grande successo palestinese: quello d’aver annientato il campo per la pace israeliano e con esso ogni possibilità di compromesso

Di Uri Misgav

Uri Misgav, autore di questo articolo

Mettiamo da parte per un momento la Shoà, anche se è difficile. Dopotutto, il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen in passato ha già flirtato in modo aggressivo con la negazione dell’Olocausto. La sua tesi di dottorato sosteneva che i sionisti hanno condotto una campagna di istigazione contro gli ebrei tedeschi nella loro patria, che li hanno traditi e che sono in parte responsabili per il loro sterminio. Abu Mazen scriveva anche che è possibile che gli ebrei uccisi nella Shoà siano meno di un milione. Come ha spiegato la storica Idith Zertal, la minimizzazione e svalutazione dell’Olocausto è un tipo di negazione dell’Olocausto. Ecco perché quando Abu Mazen, in terra tedesca, parla di “50 Olocausti” che Israele avrebbe perpetrato contro i palestinesi, sta solo tornando alle sue vecchie abitudini. Invece, nella Giornata della Shoà 2018 definì l’Olocausto “il crimine più efferato che si sia verificato contro l’umanità nell’era moderna”. Evidentemente tutto dipende dall’identità del pubblico a cui si rivolge, o forse dal piede con cui è sceso dal letto quella mattina.

È sconfortante, ma c’è qualcosa di ancora più sconfortante: la reazione di Abu Mazen alla domanda sul massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Dopotutto, è da questo che è partito tutto l’incidente. “Se vogliamo parlare del passato, facciamolo. Dal 1947 a oggi Israele ha commesso 50 massacri in villaggi e città palestinesi” ha esclamato per tutta risposta Abu Mazen, citando Tantura, Deir Yassin e Kafr Qasem. Ha nominato tre casi, non 50. E solo due di essi sono stati teatro di assodati stragi di civili. Su Tantura non esiste una documentazione così chiara, nemmeno tra i palestinesi. Anche il buon documentario di Alon Schwarz non fornisce prove e dati a livello storiografico.

Gli undici olimpionici israeliani trucidati da terroristi palestinesi alle Olimpiadi di Monaco, settembre 1972

Ma cos’è che ha fatto davvero infuriare Abu Mazen? Cos’è che in quel momento ha acceso la miccia e lo ha spinto a mentire sui 50 massacri, per poi andare fuori di testa e accusare Israele di 50 Olocausti? La domanda che gli è stata posta era abbastanza semplice. Cinquant’anni dopo che infami terroristi sono entrati nel Villaggio Olimpico, hanno sequestrato atleti innocenti che partecipavano alla competizione mondiale che celebra la fratellanza e lo spirito umano, li hanno torturati e infine uccisi, è disposto il leader in prorogatio del movimento nazionale palestinese a esprimere rincrescimento per il paese ospitante e le famiglie delle vittime? E la risposta è: no, non lo è. Perché facendolo perderebbe il suo baricentro: il vittimismo perpetuo, unito all’irremovibile unilateralismo e alla indisponibilità ad accettare una qualunque responsabilità anche parziale per il passato, il presente e il futuro condivisi.

Si tratta di una lettura ben nota, che viene espressa ogni settimana anche su Ha’aretz negli editoriali di Odeh Bisharat e Hanin Majadli: il gramo destino dei palestinesi, su entrambi i versanti della Linea Verde e in tutti i settori della vita, è sempre tutta colpa dei sionisti e degli ebrei. Tragici eventi come la Nakba, l’operazione Scudo Difensivo o l’assedio della striscia di Gaza avvengono in una sorta di spazio vuoto, senza alcun contesto storico, senza alcuna causa che non sia una specie di forza superiore.

Abu Mazen ha affermato che Israele non ha mai riconosciuto la propria responsabilità per la strage a Kafr Qasem del 1956. E’ falso. Nella foto: il presidente d’Israele Isaac Herzog parla al memoriale per le vittime di Kafr Qasim, ribadendo le scuse a nome dello Stato già formulate dai suoi predecessori Shimon Peres e Reuven Rivlin (clicca la foto per l’articolo del Times of Israel in inglese)

A quanto pare, per Abu Mazen questa lettura delle cose è un riflesso istintivo. Possiamo ragionevolmente presumere che sia stato colto di sorpresa dalla domanda e non si fosse preparato in anticipo. Il che mi pare assai sconfortante, soprattutto per il campo che sostiene la necessità di un riavvicinamento e un compromesso con i palestinesi (per il campo opposto è solo un’ulteriore prova di quanto sia giusta la loro posizione). Dopotutto, questo è il leader che avrebbe apertamente abbandonato la via della violenza e del terrorismo del suo predecessore, che preserva la cooperazione in materia di sicurezza con Israele e che esorta di continuo i governi israeliani a tornare al tavolo dei negoziati. E che viene anche molto criticato per questo. Ma un processo di riconciliazione richiede anche riconoscimento reciproco e scuse reciproche. Non solo per Deir Yassin e Kafr Qasem e le brutture dell’occupazione in Cisgiordania e Gaza. Ma anche per l’attacco al convoglio medico dell’ospedale Hadassah sul monte Scopus di Gerusalemme nel 1948, e per i massacri di ebrei a Gush Etzion, a Monaco, a Ma’alot, al Park Hotel di Netanya, alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv vent’anni fa, e per gli autobus fatti esplodere e i ristoranti fatti bruciare. Tutto questo non è cosa per Abu Mazen. Nella sua vecchiaia, con la sua retorica egli rappresenta un ulteriore tassello del più grande successo diplomatico palestinese: quello d’aver annientato il campo israeliano per la pace, e con esso la possibilità e la speranza di un compromesso e di una spartizione del paese.

(Da: Ha’aretz, 17.8.22)