Il rifiuto palestinese degli accordi tra paesi arabi e Israele. E della pace

Se la dirigenza palestinese continua a rifiutare ogni occasione di pace, il popolo palestinese dovrebbe rifiutare questa dirigenza

Editoriale del Jerusalem Post

Le bandiere di Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Israele e Bahrain fianco a fianco su un ponte a Netanya (Israele centro)

Con la cerimonia di martedì alla Casa Bianca Israele ha firmato un trattato con gli Emirati Arabi Uniti e uno con il Bahrein che solo il venerdì precedente aveva annunciato la decisione di normalizzare i rapporti. Domenica l’Oman ha elogiato i due accordi e sembra probabile che altri paesi arabi seguiranno prima o poi l’esempio.

Tutto questo merita d’essere festeggiato. Non solo pone fine a una situazione di relazioni ostili, ma offre a tutti i paesi l’opportunità di operare insieme e condividere conoscenze, tecnologie e risorse a beneficio di tutti. Si possono facilmente intravedere possibili rapporti in una vasta gamma di settori, dalla sanità all’agricoltura, all’ambiente, al turismo, alle telecomunicazioni, alla cultura e persino nella ricerca spaziale.

Tuttavia, caparbiamente fedeli al vecchio cliché originariamente formulato da Abba Eban, ancora una volta i palestinesi non perdono l’occasione di perdere un’occasione. Ancor prima della notizia che il Bahrain è salito sul treno della pace, la dirigenza palestinese ha completamente respinto la scelta di qualunque stato arabo di normalizzare i legami con Israele. E sono rimasti profondamente frustrati dal rifiuto della Lega Araba di condannare gli Emirati Arabi Uniti per aver deciso di firmare l’accordo, prevedendo – a ragione – che quel rifiuto avrebbe dato luce verde ad altri stati arabi per imboccare la strada della normalizzazione.

Il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese, Riad Malki, ha ribadito il concetto che gli accordi vìolano l’iniziativa di pace araba del 2002, secondo la quale gli arabi potrebbero normalizzare le relazioni con Israele solo dopo un ritiro completo di Israele sulle linee pre-1967, l’istituzione di uno stato palestinese indipendente con capitale a Gerusalemme est e l’accettazione da parte israeliana del cosiddetto “diritto al ritorno” nell’interpretazione palestinese.

Il castello di carte su cui siede Abu Mazen, nella vignetta di Shlomo Cohen su Israel HaYom (clicca per ingrandire)

Il giornalista del Jerusalem Post Abu Toameh attira l’attenzione sul commento che ha postato su Facebook Mohannad Aklouk, l’inviato palestinese presso la Lega Araba: “Con fierezza, la Palestina voleva una decisione dai ministri degli esteri arabi che respingesse e condannasse la normalizzazione degli Emirati, prevenisse il declino arabo e preservasse la tradizione della Lega Araba. Ma la Palestina non è riuscita a imporre tutto questo, quindi la bozza di risoluzione è caduta. Ma noi abbiamo dignità, martiri, prigionieri e campi profughi di gloria, e questo ci basta”. Si rilegga l’ultima frase. Invece di muovere verso la pace e porre fine agli spargimenti di sangue su entrambe le parti, i capi palestinesi insistono ancora nel promuovere il culto del martirio e la condizione di profughi eterni, incoraggiando ulteriore terrorismo e rifiutando la possibilità di avviare un processo che porti a uno stato palestinese stabile.

Vent’anni fa, i palestinesi lanciarono la seconda intifada contro Israele. Fu una lunga e sanguinosa campagna di attentati suicidi e altre atrocità che è costata la vita a più di mille israeliani di tutti i settori della società civile, compresi ebrei, musulmani e cristiani: persone che stavano andando a scuola o al lavoro su un autobus, che si rilassavano o lavoravano in un ristorante, che celebravano un matrimonio o qualche altro lieto evento familiare, che si ritrovavano per una tradizionale cena pasquale. Oltre alle vite falciate, migliaia di persone restarono per sempre invalide, altre subirono traumi emotivi non meno debilitanti. Israele non voleva quell’ondata di terrore, e fece tutto il possibile per ridurre le vittime civili innocenti agendo con determinazione per fermare una campagna di attentati terroristici palestinesi che prendeva espressamente di mira i civili. I nuovi accordi di pace con i paesi arabi sono anche un colpo inferto al terrorismo, sia quello dei jihadisti sunniti sia quello dell’Iran sciita e dei suoi gregari.

Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain non stanno solo facendo la pace e normalizzando i legami con Israele: stanno mostrando ai palestinesi che la guerra e il terrorismo non sono la strada giusta. Se la dirigenza palestinese continua a rifiutare ogni occasione di pace, il popolo palestinese dovrebbe rifiutare questa dirigenza. I palestinesi meritano di meglio. Anche loro hanno diritto alla possibilità di vivere in pace. È tempo di costruire insieme un futuro migliore. I palestinesi devono rendersi conto che il paradigma è cambiato. Questa è l’occasione migliore perché inizino a rifiutare il rifiuto.

(Da: Jerusalem Post, 14.9.20)