Immagini esclusive dall’interno di Gaza rivelano il vero volto della “marcia del ritorno”

In un video di 11 minuti, le sconcertanti immagini dell’indottrinamento, del fanatismo, della violenza

Pierre Rehov, sutore del cortometraggio “Behind the Smoke Screen”

“Benvenuti alla sfilata per il ritorno, l’ultimo grande spettacolo messo in piedi da Hamas. Ogni giorno tra 10mila e 30mila arabi musulmani partecipano a questa nuova operazione che nasconde i suoi veri connotati letteralmente dietro una cortina fumogena”. Così si presenta il cortometraggio Behind the Smoke Screen (Dietro la cortina di fumo) del regista Pierre Rehov, composto da immagini esclusive girate all’interno della striscia di Gaza con lo scopo di correggere la percezione che si ha a livello internazionale delle settimane di proteste e scontri in corso ai confini fra Gaza e Israele, denominate da Hamas la “Grande Marcia del Ritorno”, una mobilitazione basata sul falso mito del “diritto al ritorno” dei discendenti dei profughi arabi della guerra del 1948: in altre parole, la distruzione di Israele mediante invasione demografica, come è scritto nella Carta di Hamas.

“Ho girato questo video – spiega il regista francese al Jerusalem Post – perché ho constatato molte volte in prima persona come i palestinesi imbastiscono la loro propaganda, e credo fermamente che la pace non sarà possibile finché mass-media internazionali, Onu e ong continueranno a prendere per oro colato la propaganda palestinese invece di guardare ai fatti. Hamas sa di poter contare sulla comunità internazionale quando lancia iniziative come queste proteste sedicenti pacifiche, che hanno già mietuto troppe vite, mentre Israele non ha altra scelta che difendere i propri confini”.

“Bambini letteralmente spinti o trascinati nella prima linea degli scontri come scudi umani”

Rehov, che scrive regolarmente anche per il quotidiano francese Le Figaro, da 18 anni produce documentari sul conflitto arabo-israeliano, molti dei quali sono stati trasmessi dalle tv in Israele, tra cui The Road to Jenin (La strada per Jenin), che smonta la pretesa dell’attore e regista Mohammad Bakri che nel 2002 a Jenin i palestinesi abbiano subito un massacro; War Crimes in Gaza (Crimini di guerra a Gaza), che mostra l’uso da parte di Hamas di civili come scudi umani, e Beyond Deception Strategy (Oltre la strategia dell’inganno), che esplora la situazione delle minoranze all’interno di Israele e come il movimento BDS (per il boicottaggio) stia danneggiando i palestinesi.

Behind the Smoke Screen, girato nelle scorse settimane da due operatori palestinesi che cooperano regolarmente con Rehov, è diventato virale sul web ed è stato rilanciato da molti gruppi che cercano di spiegare le ragioni di Israele. Il cortometraggio di 11 minuti mostra immagini scioccanti di bambini letteralmente spinti o trascinati nella prima linea degli scontri come scudi umani, proclami di intransigente fanatismo e persino inquietanti casi di crudeltà su animali.

Di fronte alle immagini dei bambini portati in prima linea e di una donna che fa indossare ai figli le mascherine per sopportare i lacrimogeni, il video pone un interrogativo: “Che genere di genitori esporrebbero volontariamente i propri figli al pericolo dei tumulti? Che pressioni e che indottrinamento devono esercitare Hamas e altre organizzazioni terroristiche su questa sventurata popolazione, tenuta in ostaggio, perché accetti di fare da scudo umano? Che livello di odio li porta a preferire l’oppressione di una sanguinaria organizzazione terrorista a qualunque forma di normalizzazione con il paese vicino?”.

“A Dio piacendo, l’anno prossimo vi ospiterò a Harbiyah (all’interno di Israele)”

Evidentemente è all’opera una poderosa macchina di propaganda interna tesa a forgiare, dice il video, “intere generazioni votate all’eliminazione di Israele” . Il documentario mostra un gruppo di bambine in età scolare portate ad ascoltare un anziano che mostra loro una mappa del paese, Israele compreso, e dice: “Questa è la terra dei nostri nonni e antenati. Oggi vi preparo il tè qui, ma ad Allah piacendo l’anno prossimo vi ospiterò a Harbiyah [all’interno di Israele]. Ad Allah piacendo, torneremo tutti. Gli ebrei hanno rubato tante terre nel 1948”.

Il cortometraggio mette efficacemente a confronto i toni che usano i capi palestinesi quando parlano in inglese a un pubblico internazionale (il capo della delegazione Olp negli Usa, Husan Zomlot, che rivendica in tv “il diritto dei popoli, a Gaza e dappertutto, di protestare in modo pacifico”) e quelli che usano quando fomentano la loro gente aizzandola in arabo. Yahya Sinwar: “Abbatteremo il confine (con Israele) e strapperemo loro il cuore”. Mahmoud al-Zahar: “Noi diciamo che la terra è nostra. Lieberman è venuto dalla Russia e può tornarsene in Russia, Netanyahu è venuto dall’America e può tornarsene in America, perché questa è la terra dei nostri antenati intrisa del loro sangue, e noi continueremo a sacrificare il sangue dei nostri figli, continueremo la nostra lotta finché libereremo l’intero paese. Non c’è Gerusalemme est e ovest, c’è solo al-Quds, la nostra capitale- Noi non accetteremo una Palestina nei confini del ’48 o del ’67, c’è una sola Palestina ed è tutta la Palestina”.

In mezzo ai fumi in prossimità del confine, uno degli attivisti, affiancato da un ragazzino in età scolare, urla alla telecamera: “Questa è la nostra terra, non permetteremo a quegli ebrei di derubarci”

I risultati si vedono. Una donna palestinese grida alla telecamera: “Io dico ai giovani e alle giovani: non abbiate paura, bruciate quanti più pneumatici potete. Anche le vecchie sono pronte ad andare alla recinzione a combattere gli ebrei, faremo rotolare i pneumatici verso gli sporchi ebrei così li potremo bruciare. Tutti gli impuri ebrei sono cani, devono essere bruciati, sono sudici”.

Il filmato mostra inoltre la folle tattica di bruciare mucchi di pneumatici allo scopo di “accecare” i soldati israeliani schierati a difesa del confine e di coprire i tentativi di infiltrazione terroristica oltreconfine con enormi colonne di fumo cancerogeno, nella più totale e irresponsabile noncuranza per i gravi danni alla salute e all’ambiente. Di fronte a una marcia “del ritorno” trasformata in una marcia dei pneumatici in fiamme, l’autore si chiede: “Dove sono le proteste degli ecologisti?”.

In mezzo ai fumi in prossimità del confine, uno degli attivisti (affiancato da un ragazzino in età scolare) urla alla telecamera: “Tutti i giovani dicono: con l’aiuto di Allah, ci riprenderemo tutta la terra. Questa è la nostra terra, non permetteremo a quegli ebrei di derubarci dei nostri diritti, anche se dovremo morire, anche se i nostri corpi saranno fatti a pezzi, resteremo risoluti e torneremo alla nostra terra, ad Allah piacendo. Questo è il nostro paese, ci spetta, gli ebrei sono ladri e non gli serviranno né le armi né i gas lacrimogeni. Noi preghiamo Allah, Allah, Allah che aiuti i suoi servi”.

Non riuscendo ad attraversare il confine, prosegue il commento, Hamas usa le “marce” per provocare in ogni modo la reazione dei militari, sperando di poter esibire una conta di morti e feriti che invariabilmente occuperà le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ovviamente ci sono vittime, ma quando non sembrano abbastanza se ne inventa qualcuna – come si è visto anche in un recente filmato diffuso dalle Forze di Difesa israeliane.

Il filmato mostra la tragica sorte di un giornalista palestinese che non sopravvivrà alle ferite: mentre viene soccorso, nessuno si prende il disturbo di togliergli il giubbetto antiproiettile perché le telecamere devono inquadrare bene la scritta “press”, e pazienza se il giubbetto gli rende difficile il respiro. Più tardi si scoprirà che il “giornalista” era innanzitutto un membro dell’ala militare di Hamas, così come molti altri palestinesi “vittime innocenti dei soldati israeliani”, orgogliosamente celebrati dalle stesse organizzazioni armate come loro membri e “martiri”.

Bruciare bandiere esalta la folla, ma non procura alcun danno al nemico. E così, odio e fanatismo si spingono al punto di avvolgere un povero asino nella bandiera israeliana per poi picchiarlo e bruciarlo vivo (un epilogo che il documentario risparmia agli spettatori).

Conclusione di Pierre Rehov: “Mentre i vostri abituali mass-media vi mostrano solo le immagini che Hamas ha preparato apposta per voi, non c’è forse qualcosa di diverso dietro quella cortina fumogena?”.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 7.5.18)

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