La composizione del nuovo governo israeliano demolisce le false accuse di apartheid

L'accordo di coalizione con un partito arabo islamista dimostra che coloro che demonizzano Israele come "stato di apartheid" mentono sapendo di mentire. Ma non aspettatevi che lo ammettano

Di Jonathan S. Tobin

Jonathan S. Tobin, autore di questo articolo

L’impostura che cerca di caratterizzare l’unica democrazia in Medio Oriente come equivalente al Sudafrica dei tempi dell’apartheid continua a guadagnare terreno in vari ambienti politici e dei mass-media. Questa falsa analogia che distorce e demonizza la società israeliana è uno slogan propagandistico più che un argomento serio. Ma il fatto che sia scollegato dalla realtà non impedisce a coloro che lo promuovono di imporlo nel dibattito generale su Israele. Quando il nuovo governo israeliano entrerà in carica (salvo sorprese dell’ultimo minuto, dovrebbe ottenere la fiducia domenica), la frottola di Israele come “stato di apartheid” apparirà ancora più assurda di prima. Dal momento che la Lista Araba Unita guidata da Mansour Abbas, comunemente nota con l’acronimo Ra’am, entrerà a pieno titolo nei ranghi del governo come formazione determinante, l’idea stessa che lo stato ebraico tratti le sue minoranze non-ebraiche con un diverso standard legale sarà sbugiardata come una barzelletta di pessimo gusto.

La presenza di un partito politico arabo nella nuova coalizione destinata a spodestare il primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 12 anni consecutivi al potere è certamente controversa. I critici del cosiddetto “governo del cambiamento” affermano che la presenza di Ra’am costituisce un pericolo per la sicurezza del paese. Questa critica non è priva di fondamento. Ra’am è un partito dichiaratamente islamista e, almeno fino ad oggi, ideologicamente legato ai Fratelli Musulmani, il movimento egiziano che sostiene il terrorismo e che è anche il padrino del gruppo terroristico Hamas. La sua piattaforma è apertamente anti-sionista, si oppone all’esistenza di uno stato ebraico indipendentemente da dove possano essere i suoi confini, e sostiene il cosiddetto “diritto al ritorno” per tutti i discendenti dei profughi arabi del 1948 (una pretesa senza eguali al mondo, che a sua volta significherebbe la fine dell’autodeterminazione ebraica ndr).

Da sinistra, seduti: il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, il leader di Yamina, Naftali Bennett, e il leader di Ra’am, Mansour Abbas, firmano l’accordo di coalizione la sera del 2 giugno 2021

Dei quattro partiti politici arabi che in precedenza erano raccolti nella Lista Congiunta, le posizioni di Ra’am potrebbero essere caratterizzate come le più radicali, il che rendeva assai improbabile che potesse far parte di un governo sionista, per non parlare di un governo guidato da un politico di destra come il leader del partito Yamina, Naftali Bennett. Si può giustificatamente sostenere che la presenza di Ra’am nel governo potrebbe compromettere la capacità della coalizione di agire a difesa di Israele, cosa particolarmente vera per quanto riguarda la possibilità di una ripresa degli attacchi terroristici da Gaza. Ma a riprova del detto che la politica crea spesso bizzarre alleanze, Ra’am ha scelto di anteporre il pragmatismo all’ideologia, e così ha fatto squadra con Bennett e con il leader del partito Yesh Atid, Yair Lapid.

La decisione di Mansour Abbas di candidarsi alla scorse elezioni separatamente dagli altri partiti arabi è nata a suo dire dalla convinzione che gli arabi israeliani hanno bisogno che i loro rappresentanti politici diano priorità al loro benessere e ai loro interessi rispetto agli obiettivi del nazionalismo palestinese. Nel corso degli anni successivi ai fallimentari accordi di Oslo del 1993/95, mentre non cessava il conflitto contro Israele dell’Autorità Palestinese e della sua fazione rivale Hamas, le rappresentanze degli arabi israeliani si sono radicalizzate sempre più. Negli ultimi trent’anni i loro partiti politici si sono concentrati molto più sul sostegno agli autocrati arabi di Ramallah e Gaza che non sugli interessi concreti dei loro elettori. Ma di recente i leader di Ra’am, a differenza degli altri tre partner della Lista Congiunta, hanno deciso di trarre alcune serie conclusioni dagli Accordi di Abramo dell’anno scorso che hanno normalizzato i rapporti fra Israele e una manciata di paesi arabi musulmani. Gran parte del mondo arabo sunnita si è stancato di essere tenuto in ostaggio dall’intransigenza palestinese e vede ora Israele come un alleato strategico contro l’Iran, oltre che un importante partner commerciale. Se è così, perché mai la minoranza araba all’interno dello stato ebraico dovrebbe mantenere come priorità politica il sostegno alla fantasticheria di distruggere Israele? Mansour Abbas non è diventato un sionista, ma sembra aver compreso quanto sia illogico che gli arabi israeliani continuino ad abboccare alle chimere guerrafondaie di Hamas e Fatah. Per questo si è staccato dalla Lista Congiunta e ha fatto campagna elettorale come un arabo israeliano che intende negoziare con i partiti sionisti per ottenere il massimo possibile a vantaggio dei suoi elettori.

Mona Khoury-Kassbari, araba israeliana, recentemente nominata dall’Università di Gerusalemme Vicepresidente per Strategia e Diversità. Gli odiatori dello stato ebraico non rinunceranno alle loro menzogne sull’apartheid solo perché illogiche e disoneste

Per ironia della sorte, la persona che ha reso questa posizione politicamente praticabile è proprio quella che ora se ne lamenta di più: Benjamin Netanyahu. Intuendo, a ragione, che la quarta tornata elettorale in due anni non avrebbe sbloccato lo stallo attorno alla sua conferma in carica, Netanyahu ha cambiato marcia nel suo approccio agli elettori israelo-arabi: invece di trattarli come una minaccia per lo stato ebraico, si è appellato a loro come potenziali sostenitori. Quando il risultato delle elezioni ha confermato che non c’erano i numeri per un governo di destra finché fosse rimasto lui alla testa del Likud, Netanyahu ha negoziato con Mansour Abbas perché sostenesse un governo sotto la sua guida. Ed è probabilmente quello che sarebbe successo se il Partito Sionista Religioso (di estrema destra) e il suo leader Bezalel Smotrich non avessero posto il veto. Mentre Bennett e Yamina sarebbero entrati in una coalizione con Ra’am guidata da Netanyahu, Smotrich ha detto e ripetuto che non l’avrebbe mai fatto e questo ha decretato la fine del tentativo di Netanyahu. Ma avendo “sdoganato” Ra’am, Netanyahu non può fare altro che fremere in disparte mentre Bennett e Lapid riescono a fare esattamente ciò che aveva cercato di fare lui. Ciò darà vita a un governo ideologicamente incoerente, ma anche unito da interessi pragmatici. Bennett e Lapid sarebbero sciocchi a fidarsi ciecamente di Mansour Abbas. Ma rimunerando Ra’am, proprio come avrebbe fatto Netanyahu, in termini di finanziamenti e altre concessioni a favore delle comunità arabe, il nuovo governo potrà contare su un accordo che Mansour Abbas avrà tutto l’interesse a preservare.

Nonostante tutti i giustificati timori legati all’ingresso di un partito islamista nel governo, a ben vedere questo è esattamente ciò che Israele desiderava da molti decenni. Vale la pena ricordare che il visionario leader sionista Ze’ev Jabotinsky, ancora oggi venerato dalla destra israeliana come un padre fondatore, nel 1934 scrisse una bozza di costituzione per il futuro stato ebraico che non solo prevedeva l’uguaglianza legale dei cittadini arabi, ma prescriveva che in ognuno dei suoi governi avrebbero dovuto esserci dei leader arabi accanto agli ebrei. Ottenere che un partito politico arabo accetti dei compromessi che annullano di fatto le sue convinzioni anti-sioniste e islamiste potrebbe essere una formula per la convivenza, in un paese in cui ci sarà sempre una significativa minoranza araba. Che questo complicherà le cose per qualsiasi governo è un dato di fatto. Ma è anche un segnale per gli altri arabi che è meglio per loro abbandonare la guerra permanente contro l’esistenza di Israele.

Di minore importanza, ma non irrilevante, è il modo in cui l’accordo con Ra’am potrà aiutare il mondo a capire meglio Israele. Un governo israeliano che fa affidamento in modo determinante su un partito politico arabo dovrebbe demolire in modo definitivo la menzogna che circola su Israele e l’apartheid. Purtroppo ciò non impedirà a chi l’ha fatto finora di continuare a spacciare bugie. Esattamente come quelli che affermano di sostenere i dritti della comunità LGBTQ ma non vogliono ammettere che Israele è l’unico paese del Medio Oriente in cui i gay possono vivere da eguali e in sicurezza, non c’è da aspettarsi che gli odiatori dello stato ebraico rinuncino alle loro menzogne sull’apartheid solo perché sono tanto illogiche quanto disoneste. Non possiamo ancora sapere se l’ingresso di Ra’am in un governo israeliano sia davvero foriero di maggiore convivenza e pace, ma certamente sarà la prova definitiva che coloro che demonizzano Israele come “stato di apartheid” mentono sapendo di mentire.

(Da: jns.org, 8.6.21)