La democrazia israeliana è in pericolo, ma non per i motivi che pensate

Il governo ha ottenuto la maggioranza con elezioni libere e corrette, ma avere la maggioranza non conferisce poteri illimitati. La vera minaccia è l’escalation dello scontro fra gli estremi e la perdita di fiducia nella capacità dello stato repubblicano di preservare unità sociale e nazionale

Di Benjamin Kerstein

Benjamin Kerstein, autore di questo articolo

Mentre scrivo queste righe, nella vicina piazza Habima di Tel Aviv si va spegnendo l’eco della manifestazione di migliaia di israeliani che si sono radunati per esprimere la loro opposizione all’attuale governo e in particolare al piano di riforma giudiziaria che, secondo loro, minaccia la democrazia israeliana e i loro diritti fondamentali.

Non ho partecipato alla manifestazione poiché in analoghe occasioni precedenti sono state sventolate bandiere dell’Olp e, sebbene ciò non rappresenti l’opinione della stragrande maggioranza dei manifestanti, personalmente non sono disposto a partecipare a nulla che mi veda insieme alla piccola minoranza che issa quelle bandiere. Tuttavia, in linea generale sono solidale con le proteste perché anch’io sono preoccupato per la democrazia israeliana. Sono preoccupato perché, se la storia insegna qualcosa, è che la democrazia e il repubblicanesimo sono cose fragili e possono facilmente svanire. Non vi è alcuna garanzia che la libertà possa sempre resistere ai suoi nemici interni ed esterni.

Molti in Israele oggi ritengono che la loro libertà corra un pericolo mortale, sicuri come sono che la democrazia stia per essere distrutta per via parlamentare. Questo sentimento di panico si è impossessato del discorso pubblico, con avvertimenti di guerra civile e di rivolte nelle strade e accuse di tradimento rivolte contro l’opposizione. Ci sono moltissimi altri, ovviamente, che sostengono il governo e ritengono che le preoccupazioni per la democrazia d’Israele siano grandemente esagerate. L’opposizione, sostengono, è caduta nell’isteria che spesso caratterizza la politica israeliana, e la moribonda sinistra israeliana sta semplicemente urlando di rabbia per la sua sconfitta e il trionfo dei suoi rivali.

Tel Aviv, 21 gennaio 2023: manifestazione di protesta contro la prospettata riforma giudiziaria

Non credo che sia così. Certo, è improbabile che la democrazia israeliana crolli, almeno non al momento. Ma ci sono segnali inquietanti che potrebbe essere minata in modo sostanziale. In primo luogo, sebbene il primo ministro Benjamin Netanyahu sia un democratico liberale, alcuni dei suoi partner di coalizione non lo sono. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, ad esempio, hanno messo più o meno in chiaro che, per loro, principi come il nazionalismo ebraico, l’annessione di Giudea e Samaria, un stato potenzialmente retto sulla Torà e una definizione dell’identità ebraica strettamente halachica (secondo la tradizione normativa religiosa ndr) sono molto più importanti ed essenziali dei principi della democrazia liberale. Per quanto riguarda, poi, i membri haredi (ultra-ortodossi) della coalizione, essi sono ben poco interessati alla democrazia: la loro priorità è, come è sempre stata, quella di preservare le risorse, incluse quelle delle mie tasse, per finanziare lo studio della Torà e mantenere in un qualche stile di vita sostenibile un grande numero di disoccupati intenzionali.

Queste persone ora detengono un potere non trascurabile, e c’è ragione di essere almeno un po’ preoccupati. Le riforme giudiziarie proposte, che conferirebbero alla Knesset il potere di annullare le decisioni della Corte Suprema in determinate circostanze, ne sono un ottimo esempio. Molti a destra ritengono che la Corte abbia a lungo goduto di un potere sproporzionato e che occorra trovare un nuovo equilibrio a favore del potere legislativo. Non sono un esperto di diritto, e può darsi che abbiano ragione. Ma un eventuale abuso di potere da parte della magistratura non è un buon motivo per passare a un abuso di potere da parte del legislativo. Se la Corte non dovrebbe avere il potere di annullare arbitrariamente qualsiasi legge a proprio piacimento, anche la Knesset non dovrebbe avere il potere di annullare arbitrariamente a proprio piacimento qualsiasi sentenza della Corte.

Gerusalemme, 22 gennaio 2023: il primo ministro Benjamin Netanyahu (a sinistra)incontra i leader dei partiti della coalizione di governo

Il motivo lo ha spiegato la presidente della Corte Suprema, Esther Hayut, in un recente discorso: “Una delle funzioni più importanti di un tribunale in un paese democratico è garantire una effettiva tutela dei diritti umani e civili nel paese” ha affermato, aggiungendo che l’autorità del tribunale “è la garanzia che il governo della maggioranza non si trasformi in tirannia della maggioranza”. Il principio secondo cui le minoranze hanno alcuni diritti inalienabili, in una società che opera in gran parte sotto il governo della maggioranza, è riconosciuto e rispettato in ogni democrazia del mondo. E se è vero che oggi in Israele il governo religioso e di destra ha ottenuto la maggioranza in elezioni libere e corrette – un dato di fatto che deve essere rispettato – è anche vero che la sua vittoria non gli conferisce poteri illimitati. Limitare severamente l’autorità della Corte Suprema non ristabilirebbe la democrazia, come sostengono alcuni, ma la indebolirebbe.

Vi sono già segnali che il travalicamento da parte del blocco ultra-ortodossi/estrema destra sta lacerando il tessuto della società. Non ci sono state violenze alla manifestazione in piazza Habima, ma il movimento di protesta crescerà e in alcune frange potrebbe diventare considerevolmente più estremo. La destra lo denuncia come sedizioso ma – è appena il caso di ricordarlo – la sinistra non ha certo il monopolio dell’istigazione, come dimostrò la condotta della destra prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin. In varie occasioni entrambi gli estremi dello spettro politico israeliano si sono spinti troppo oltre, e potrebbero farlo di nuovo.

In effetti, se qualcosa mette oggi in pericolo la democrazia israeliana è che una parte o l’altra vada troppo oltre scatenando violente spaccature interne, disordini civili, disprezzo dei principi democratici da parte di estrema destra ed estrema sinistra e, in ultima analisi, una perdita di fiducia nelle capacità del repubblicanesimo di preservare l’unità sociale e nazionale. Mi auguro vivamente che la capacità di Israele di ricomporsi nel momento della verità, mostrata più e più volte in tempi di crisi, alla fine abbia la meglio. Ma le repubbliche, anche una repubblica ebraica, non sono immortali. Dovremmo ricordarlo sempre. E dovremmo anche ricordare cosa significa per tutti noi la repubblica ebraica. Forse questo ci darebbe una pausa di riflessione nei momenti di più profondo risentimento e rabbia, e ci permetterebbe di fare un passo indietro dall’orlo del precipizio, anziché lanciarci oltre.

(Da: jns.org, 16.1.23)