La macchina del tempo di Abu Mazen condanna (di nuovo) le prospettive di pace

Finché il leader palestinese "moderato" afferma di rappresentare i "cananei" che butteranno fuori gli ebrei dal paese, parlare di due stati è solo aria fritta

Di Jonathan S. Tobin

Jonathan S. Tobin, autore di questo articolo

Adesso si scopre che gli eventi del 1967, durante i quali Israele assunse il controllo della Cisgiordania, della striscia di Gaza, delle alture del Golan e che portarono alla riunificazione di Gerusalemme (dopo 19 anni di occupazione giordana), non sono l’unico evento storico che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) desidera cancellare dalle pagine della storia. Anche il 1948, quando gli ebrei riguadagnarono la sovranità su parte della loro antica patria, e il 1917, quando la Dichiarazione Balfour aprì agli ebrei la strada verso l’autodeterminazione nazionale, non sono più gli unici altri fatti storici nella lista dei sogni contro-fattuali di Abu Mazen. Si scopre che il presidente palestinese vuole spingere molto più indietro le sue rivendicazioni. Il suo vero problema è con il libro biblico di Giosuè.

Proprio così. Anziché tornare semplicemente agli albori del XX secolo, il suo ultimo discorso rivela che il nuovo punto di partenza per il perseguimento della “giustizia” palestinese si colloca intorno al XIII secolo: avanti Cristo (a.e.v). Questo infatti è approssimativamente il periodo in cui gli storici ipotizzano che sia avvenuto l’insediamento delle tribù d’Israele nella terra di Canaan che ritenevano fosse stata loro promessa quando avevano lasciato l’Egitto una generazione prima. Solo in questo modo si possono interpretare le parole pronunciate da Abu Mazen questa settimana durante una visita a un campo palestinese in Cisgiordania dove ha ribadito che alla fine gli intrusi ebrei saranno espulsi e che non rimarrà in piedi neanche un mattone dei loro “insediamenti”. “Finiranno nella pattumiera della storia – ha proclamato Abu Mazen – e dovranno ricordarsi che questa terra appartiene alla sua gente, ai suoi residenti, ai Cananei che erano qui cinquemila anni fa. Noi siamo i Cananei”.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen durante il suo discorso in una sala-eventi nel campo palestinese di Jalazone lo scorso 10 agosto

La straordinaria portata di queste fanfaronate verrà naturalmente minimizzata da coloro che nutrono la fede nel successo finale del processo di pace con i palestinesi come una sorta di credo religioso impermeabile ad ogni smentita. In effetti, è difficile prendere sul serio tutto ciò che esce dalla bocca di questo piccolo autocrate al quale non importa nulla dei veri interessi della sua gente.

Il discorso di Abu Mazen potrebbe spingere molti osservatori a notare che esiste una certa qual discrepanza tra questa affermazione, secondo cui i palestinesi cinquemila anni fa precedevano gli ebrei nella regione e da essi furono spodestati, e quell’altra narrativa palestinese che ci tocca sentire ogni Natale secondo la quale i palestinesi, e non gli ebrei, sono i veri discendenti di Gesù e degli abitanti del paese nell’epoca dell’Antico e del Nuovo Testamento. Siccome questa seconda favola non ha molte chance di prendere piede, ecco che Abu Mazen cerca di tornare indietro di un altro millennio dichiarando che i primi profughi palestinesi furono i Cananei che persero la casa per colpa della conquista imperialistica di Giosuè.

Naturalmente, è un’altra panzana. L’idea che l’attuale popolazione – araba e musulmana – che si definisce palestinese possa collegarsi agli ebrei biblici, per non parlare degli scomparsi Cananei, è pura fiction. Tanto più che è ben documentato il fatto che buona parte degli arabi palestinesi immigrarono dalle terre arabe circostanti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo (dopo Cristo, naturalmente), quando in questo paese prese avvio un significativo sviluppo economico proprio a seguito dello sviluppo della comunità ebraica e dell’impresa sionista.

Ma il problema, nel discorso di Abu Mazen, non è tanto la sua determinazione a inventare la storia. Dopotutto, non è una novità per un uomo che conseguì un dottorato di ricerca in studi orientali presso l’Università Patrice Lumumba di Mosca scrivendo una tesi improntata a minimizzazione e negazione della Shoà e a teorie complottiste.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen: “Non riconoscerò mai l’ebraicità dello stato o uno stato ebraico”

In fondo, non importa granché quando arrivarono gli arabi palestinesi. Ciò che conta è che il loro leader insiste nel tentativo di negare tout court la storia e il diritto degli ebrei a uno stato ebraico, indipendentemente da dove possano essere tracciati i suoi confini. Questo è il senso non solo del suo discorso al campo palestinese di Jalazone, ma anche dei resoconti della conversazione che ha avuto questa settimana con una delegazione in visita di membri democratici del Congresso americano: davanti ai quali Abu Mazen ancora una volta si è mostrato indisponibile ad affermare d’aver riconosciuto Israele e ad ammettere che anche gli ebrei hanno diritto a uno stato nazionale.

Il che è un bel problema perché la delegazione di parlamentari americani democratici e la maggior parte dei sostenitori di Israele, al Congresso e altrove negli Stati Uniti, sono sostenitori convinti di una soluzione a due stati. E in teoria potrebbero avere ragione. Ma israeliani e palestinesi non vivono in un mondo teorico in cui la suddivisione della terra in due stati adiacenti che coesistono in pace è la risposta ovvia ai loro problemi. Vivono nel mondo reale, dove gli unici veri leader palestinesi sono gli islamisti di Hamas, che vogliono la morte degli ebrei, e i “moderati” di Fatah guidati da Abu Mazen, che spaccia al suo popolo una favola sui Cananei che useranno una qualche sorta di macchina del tempo per espellere i discendenti di Giosuè.

Perché Abu Mazen diffonde bugie storiche, promettendo implicitamente di buttare fuori tutti gli ebrei da Israele, e non solo i coloni dalla Cisgiordania? Perché cerca di ingraziarsi sia i palestinesi di Cisgiordania, sia i milioni di nipoti e pronipoti dei profughi del 1948 (i discendenti dei profughi Cananei di 3.300 anni fa, chiunque essi siano, qui non hanno voce in capitolo). E l’identità nazionale di quei pronipoti di profughi è indissolubilmente legata e praticamente coincide con la guerra contro il sionismo e la sua realizzazione. Per loro, la presenza ebraica in Israele rappresenta in se stessa una “occupazione”. Questa è la tragedia. E finché le cose stanno in questo modo, tutti gli argomenti a favore di una soluzione a due stati lasciano solo il tempo che trovano.

(Da: jns.org, 13.8.19)