La Palestina anti-gay che gli anti-israeliani preferiscono non vedere

Persone LGBTQ legalmente e socialmente perseguitate a Gaza e nell’Autorità Palestinese si rifugiano in Israele, ma ciò non impedisce agli attivisti “intersezionali” di attaccare sempre e solo lo stato ebraico

Di Emily Schrader

Emily Schrader, autrice di questo articolo

Mentre il mondo celebra il mese del Gay Pride e le bandiere arcobaleno colorano Tel Aviv e Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza il contrasto non potrebbe essere maggiore, per la comunità LGBTQ+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer). Il Pew Research Center mostra che nell’ultimo decennio in gran parte del mondo gli atteggiamenti nei confronti delle persone LGBTQ+ si sono evoluti verso una maggiore tolleranza, ma nei territori palestinesi non ci sono stati progressi. Tuttavia, nonostante la drammatica situazione dei palestinesi gay, in Occidente non mancano gruppi LGBTQ+ che insistono a sostenere le campagne “Free Palestine” come se nulla fosse. Eppure, gli stessi palestinesi che in quelle campagne invocano apertamente la distruzione di Israele sono quelli che perseguitano a livello sociale e legale la loro comunità LGBTQ+.

In Cisgiordania e a Gaza non solo sono in vigore leggi atroci anti-LGBTQ+, ma gli atteggiamenti sociali sono un problema ancora più grande, con un’omofobia profondamente radicata che la fa da padrona in un cultura che mette costantemente in pericolo la comunità gay locale. Secondo Pew Research, il 93% della popolazione palestinese è completamente ostile all’omosessualità, una percentuale tra le più alte al mondo. La Palestina è stata indicata da Forbes come uno dei peggiori paesi al mondo per i visitatori LGBTQ+.

10 giugno 2022: Parata Gay Pride a Tel Aviv

Negli ultimi anni, autori palestinesi sono stati presi di mira per aver scritto su questioni LGBTQ+; ong LGBTQ+ come alQaws sono state messe al bando perché non allineate con i “valori palestinesi tradizionali” (bando che, in questo caso specifico, è stato poi revocato grazie alle proteste internazionali); le persone continuano a essere molestate e aggredite per la loro identità.

Secondo la legge palestinese, essere gay è un reato punibile fino a 10 anni di carcere. A Gaza è punibile con la morte. Nel 2016, a Gaza Hamas ha giustiziato mediante fucilazione un alto comandante accusato di attività omosessuale. I palestinesi LGBTQ+ non hanno nessuna tutela legale contro le discriminazioni, ovviamente non possono adottare e il matrimonio gay non è riconosciuto a nessun titolo.

Proprio in questo mese del Pride, la comunità LGBTQ+ è stata minacciata e messa a tacere a Ramallah, costringendola a cancellare un concerto del cantautore di Gerusalemme est Bashar Murad previsto per venerdì 17, quando degli squadristi palestinesi anti-gay hanno fatto irruzione nella sala del centro culturale Al-Mustawda3 e hanno imposto agli organizzatori di annullare l’evento dedicato alla comunità LGBTQ+. Il caporione del gruppo, Yaman Jarrar, figlio di un comandante e predicatore di Hamas famoso per la sua “profezia” che Israele cesserà di esistere nel 2022, ha postato un video diventato virale in cui dice: “Bashar Murad è gay. A questa persona è vietato tenere un concerto. Non ci rappresenta, non mettere alla prova la nostra pazienza”. E avverte che la comunità LGBTQ+ non è la benvenuta in Palestina.  Durante quel fine settimana, le auto dei partecipanti a un evento LGBTQ+ sono state vandalizzate da palestinesi anti-gay. È importante notare che tutto ciò non accadeva in qualche sperduto villaggio di Cisgiordania, ma a Ramallah che è considerata la città palestinese più aperta ed evoluta.

Il logo dell’organizzazione “A Wider Bridge” che ha creato un rifugio “Pink Roof” a Tel Aviv per persone LGBTQ+ in pericolo

Dall’altra parte dell’oceano, l’estremista anti-israeliano Mohammed El Kurd è finito nel mirino dei suoi stessi sostenitori dopo che ha tenuto un discorso a New York a un evento dell’organizzazione palestinese LGBTQ+ alQaws. Appena l’organizzazione ha pubblicato la sua foto, i canali Telegram palestinesi sono stati inondati da messaggi indignati che lo accusavano d’essersi dichiarato gay e chiedevano a Dio di “restituirgli la salute mentale”. Evidentemente, se sei gay per essere accettato in Palestina non ti basta odiare Israele e sostenere il terrorismo.

Mentre in Cisgiordania e a Gaza i palestinesi della comunità LGBTQ+ sono sotto attacco, in Occidente gli attivisti “intersezionali” si preoccupano molto più di attaccare Israele che di difendere i palestinesi LGBTQ+. Tanto che una ong palestinese come alQaws è stata criticata da alcuni palestinesi gay perché si concentra più sul conflitto con Israele che sul sostegno alla comunità. Gruppi di attivisti come “Queers for Palestine” hanno ripetutamente utilizzato la loro piattaforma e quelle dei loro attivisti per condannare ossessivamente Israele anziché promuovere la tolleranza e il sostegno alla comunità LGBTQ+ nei territori palestinesi. E se è vero che si possono sostenere più cause contemporaneamente, tuttavia non c’è nessuna ragionevole proporzione tra i virulenti attacchi contro Israele e la timida difesa della comunità LGBTQ+ palestinese.

Tale ossessione è il colmo del paradosso, dato che molti palestinesi gay si mettono in salvo fuggendo proprio in Israele, dove Tel Aviv ospita la parata Gay Pride di gran lunga più grande di tutto il Medio Oriente, con una partecipazione questo mese di oltre 170.000 persone. Gli attivisti LGBTQ+ anti-israeliani possono anche schierarsi della parte della Palestina, ma di certo la Palestina sta dalla loro parte. E a pagarne il prezzo, purtroppo, è la comunità LGBTQ+ palestinese.

(Da: Jerusalem Post, 20.6.22)

La parlamentare araba-israeliana Abtisam Maraana (a destra) presiede la Commissione Lavoratori stranieri

La necessità di concedere visti di lavoro ai palestinesi della comunità LGBT perseguitati nei territori dell’Autorità Palestinese è stata discussa lunedì scorso dalla Commissione per i lavoratori stranieri, presieduta dalla parlamentare araba-israeliana Abtisam Maraana. L’audizione si è tenuta dopo che il governo ha informato l’Alta Corte di Giustizia che il permesso che consente il soggiorno in Israele per “necessità di assistenza sociale” sulla base di denunce di intimidazione, ora include anche la possibilità di lavorare in Israele. All’inizio della discussione, la presidente Maraana ha accolto con favore la decisione dello Stato di concedere un ampio permesso di lavoro ai palestinesi che hanno subìto violenze nei territori dell’Autorità Palestinese. Durante l’audizione sono state ascoltate lacune testimonianze di palestinesi della comunità LGBT+.

S., palestinese fuggito dai Territori, ha raccontato la sua storia personale: “Sono stato fotografato al momento dell’atto e la foto è stata trasmessa alla mia famiglia, che mi ha picchiato e trattato con violenza tanto che sono stato ricoverato per tre mesi in ospedale. Sono entrato in depressione e ho iniziato a bere. Non sono in grado di svolgere lavori perché non ho condizioni di lavoro regolari”.

P., un palestinese scappato di casa: “La mia famiglia ha cercato di uccidermi. Quando sono arrivato a Tel Aviv ho vissuto per strada per alcuni giorni, finché sono arrivato al “tetto rosa” (casa rifugio per giovani LGBTQ+ ad alto rischio ndr). Vorrei vivere un vita normale, ma è impossibile senza assicurazione sanitaria, senza conto in banca e senza certificato ufficiale”.

“Consentire a una persona di svolgere un lavoro regolare e assumersi la responsabilità del proprio reddito è una cosa importante – ha spiegato Ofir Shama, direttore dell’unità assistenziale del Ministero della Difesa – Previa approvazione da parte delle agenzie di sicurezza, i permessi possono essere rilasciati fino a sei mesi e, se necessario, vengono prorogati. Vogliamo che queste persone raggiungano una condizione di indipendenza nella gestione della loro vita. Il visto li mette in una posizione migliore rispetto a prima”. La presidente della commissione ha concluso la discussione invitando i ministeri di Welfare e Finanze a varare un programma di formazione professionale. “Si tratta di uno sviluppo importante per un piccolo gruppo – ha concluso la Commissione – ed è necessario istituire un Comitato interministeriale che formuli un pacchetto di welfare e crei un indirizzo chiaro a cui rivolgersi”.

(Da: Jerusalem Post, 21.6.22)