La spudorata ipocrisia della Corte penale internazionale

Il Procuratore capo dell'Aia perde il sonno per gli ebrei che vivono in Cisgiordania e nel quartiere ebraico di Gerusalemme, ma ignora le denunce di orribili atrocità commesse in altre parti del mondo

Di Nitsana Darshan-Leitner

Nitsana Darshan-Leitner, autrice di questo articolo

La decisione della Corte penale internazionale di avviare un’indagine contro Israele conferma il pregiudizio anti-israeliano del Procuratore capo Fatou Bensouda, a dispetto delle sue dichiarazioni secondo cui l’indagine sarà “indipendente e imparziale”.

Bensouda ha ignorato le prove presentate da funzionari israeliani sui crimini commessi dai capi delle organizzazioni terroristiche palestinesi sin dall’inizio dell’intifada: attentati suicidi, sistematiche sparatorie indiscriminate contro civili, migliaia di missili sparati sui civili, tutti crimini che secondo il diritto internazionale ammontano alla definizione di genocidio.

Il pubblico ministero dell’Aia perde il sonno sulla questione dell’insediamento di ebrei in Giudea e Samaria (Cisgiordania), ma ancora non ha nemmeno preso in considerazione la possibilità di promuovere un qualsiasi esame, per non parlare di un’indagine, sull’occupazione turca della parte settentrionale di Cipro nonostante le dozzine di denunce presentate in merito alla Corte penale internazionale, e nonostante il fatto che Cipro sia firmatario dello Statuto di Roma da cui la Corte dell’Aia deriva la sua autorità. Cipro, va notato, è entrato a far parte della Corte penale internazionale all’inizio degli anni 2000, mentre l’Autorità Palestinese vi ha aderito solo nel 2015.

Peggio ancora, Bensouda si è astenuta dall’indagare su gravissimi crimini che sono stati e che vengono commessi in tutto il mondo come in Siria, Yemen e altrove. È vero, la Siria non è membro dello Statuto di Roma, ma migliaia di jihadisti vi si sono radunati da tutto il mondo, anche da paesi che fanno parte del trattato della Corte penale internazionale e che ricadono senza dubbio sotto l’autorità dell’Aia. Lo stesso per lo Yemen. Evidentemente ahimè, genocidio, decapitazioni, rapimenti, stupri, il regno del terrore dell’Isis in Siria e quello degli Houthi nello Yemen: nulla di tutto questo è importante quanto il ritorno di ebrei israeliani nel quartiere ebraico di Gerusalemme.

Civili palestinesi riuniti come “scudi umani” sulla casa di Khan Yunis usata come centro di comando da Odeh Kaware, capo terrorista delle Brigate Izz al-Din al-Qassam (Hamas), dopo che le Forze di Difesa israeliane avevano avvertito che l’avrebbero colpita (Watan TV, 9 luglio 2014)

Enti israeliani hanno inoltrato alla Corte penale internazionale decine di denunce per crimini di guerra che sono state costantemente e ostinatamente ignorate, mentre Bensouda incontrava regolarmente sedicenti “gruppi per i diritti” pro-palestinesi. A quanto pare, i rappresentanti palestinesi godono di immunità presso la sua corte, mentre le denunce israeliane sulle complicità del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen nel lancio di razzi di Fatah su Israele durante la guerra anti-terrorismo del 2014 restano in sospeso, così come la richiesta israeliana che venga fatta cessare la politica dell’Autorità Palestinese di pagare stipendi e vitalizzi a chi uccide cittadini israeliani. Bensouda ha incontrato Abu Mazen, questo è un dato di fatto. Com’è possibile che il Procuratore capo della Corte penale internazionale abbia incontrato un individuo a carico del quale sono state presentate denunce su cui lo stesso Procuratore deve pronunciarsi, e ne abbia discusso con lui?

Il pregiudizio fazioso appare anche nel suo appello all’Aia volto ad affermare l’appartenenza della “Palestina” alla Corte penale internazionale adottando pienamente la versione di parte palestinese riguardo al conflitto israelo-palestinese e abbracciando sentenze contestate di organi politicizzati come il Consiglio Onu per i diritti umani, o una risoluzione non vincolante approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove vige una screditata maggioranza automatica anti-israeliana.

La petizione palestinese mira a servire precisi interessi politici. Non per niente i palestinesi hanno chiesto di indagare gli eventi a partire dal giorno successivo a quello in cui tre adolescenti israeliani vennero sequestrati e assassinati a sangue freddo da terroristi di Hamas. I palestinesi vogliono che la Corte indaghi sulle conseguenze, ma non sulle cause dell’operazione di recupero che alla fine sfociò nel conflitto del 2014 a Gaza. La Corte penale internazionale si è adeguata servizievole.

E non è una coincidenza che la decisione della Corte penale internazionale sia arrivata solo dopo che si è insediato un nuovo presidente americano, giacché prima era stata trattenuta dalla reazione dell’amministrazione Trump e dalla minaccia di sanzioni statunitensi sui funzionari della Corte.

Israele deve approvare leggi a tutela del proprio personale di sicurezza analogamente alla politica americana in materia, adottata immediatamente dopo l’istituzione della Corte penale internazionale nel 2002, che vieta qualsiasi tipo di cooperazione con la Corte dell’Aia. E deve operare con gli Stati Uniti e altri alleati in tutto il mondo per prendere una posizione ferma contro qualsiasi paese che collabori con indagini condotte in questo modo dalla Corte penale internazionale. La battaglia per evitare una siffatta indagine è persa. La guerra per la rivendicare le regioni e il diritto di Israele è appena iniziata.

(Da: Israel HaYom, 4.3.21)