Le grandi manifestazioni di massa contro l’accordo Israele-Emirati che non si sono viste in Medio Oriente

Un segnale trascurato perché si tratta di qualcosa che non è accaduto, ma che certamente non è sfuggito a leader e capi di stato della regione

Di Hillel Frisch

Hillel Frisch, autore di questo articolo

Non sono mancate svariate analisi sulle possibili ramificazioni dell’accordo di pace tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, da quando è stato annunciato lo scorso 13 agosto. Alcuni hanno giustamente notato che, benché si tratti del terzo trattato di pace che Israele firma con uno stato arabo, è tuttavia il primo che porta con sé la promessa di una pace calda. Il che appare in netto contrasto con le relazioni che Egitto e Giordania hanno finora sviluppato con Israele, limitate quasi solo a stretti rapporti personali, diplomatici e di sicurezza. In particolare con l’Egitto, raramente il trattato di pace ha raggiunto anche solo questo livello. Hosni Mubarak, durante i suoi 30 anni di governo al Cairo, non fece mai una visita di stato in Israele, che è a meno di un’ora di volo. Idem l’attuale re Abdullah di Giordania: in oltre un decennio di governo, Abdullah ha evitato di visitare Israele nonostante si sia incontrato più volte con il capo dell’Autorità Palestinese Abu Mazen a Ramallah (che è a meno di 20 km da Gerusalemme). Israele è in pace con l’Egitto da quasi mezzo secolo, ma nessuna squadra di calcio egiziana ha mai giocato con una squadra israeliana, in Israele o altrove. Nessuna delegazione di un’università egiziana ha mai visitato una controparte israeliana, tanto meno si è impegnata in un programma comune. Nessun gruppo o ensemble culturale egiziano ha mai visitato Israele. Nelle rare occasioni in cui singoli artisti egiziani si sono recati in Israele, lo hanno fatto principalmente per esibirsi davanti a cittadini arabi israeliani. E per quel gesto sono stati oggetto di ingiurie e minacce. Tale era, infatti, la forza del boicottaggio nel mondo arabo contro la “normalizzazione”.

Molti hanno fatto notare che l’accordo di pace degli Emirati Arabi Uniti nasce in circostanze molto diverse da quelle che hanno portato ai trattati con Egitto e Giordania. Ad esempio, c’è ampia aspettativa che esso sarà seguito da uno o più accordi simili con altri stati. Nessuna aspettativa del genere accompagnava gli accordi di pace con Egitto e Giordania. [Una settimana dopo la pubblicazione di questo articolo su jns.org, veniva stata annunciata la decisione del Bahrain di normalizzare i rapporti con Israele ndr]

Un cittadino di Abu Dhabi indossa una mascherina con le bandiere di Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi Uniti

In ogni caso, c’è un importante risultato che è già stato conseguito grazie all’accordo Emirati Arabi Uniti-Israele. Un risultato finora ampiamente trascurato dagli osservatori, forse perché si tratta di qualcosa che non è accaduto anziché che di qualcosa che è accaduto. Sebbene un aereo della compagnia israeliana EL AL abbia sorvolato per la prima volta il territorio dell’Arabia Saudita con a bordo uno stuolo di rappresentanti governativi e investitori israeliani diretti negli Emirati con l’obiettivo di promuovere una pace calorosa fra i due paesi, nel mondo arabo non si sono viste manifestazioni significative. Città come Amman, Beirut, Tunisi, Algeri e Rabat, dove tradizionalmente non mancano grandi manifestazioni di massa contro l’“occupazione”, la “profanazione” della moschea di al-Aqsa e altre accuse assortite contro Israele, sono rimaste evidentemente silenziose, perlomeno nelle piazze.

C’è stato, ovviamente, il consueto baccano di voci che condannavano gli Emirati Arabi Uniti per aver osato normalizzare i rapporti con Israele. Ma provenivano prevalentemente da istituzioni fossilizzate che dominano il panorama del mondo arabo, e contro le quali si registrano frequenti manifestazioni popolari: associazioni di categoria e sindacati ufficiali, così come svariati movimenti politici la cui caratteristica comune è quella di essere capeggiati da una dirigenza sclerotica che resiste immutabile da decenni.

Anche tra la popolazione palestinese le proteste sono state assai limitate. Nelle foto scattate sia nell’Autorità Palestinese che nella striscia di Gaza dominata da Hamas, si sono viste poche decine di manifestanti dediti al frusto rito di bruciare in effige il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. I manifestanti non solo erano in numero esiguo, ma soprattutto erano quasi soltanto membri della vecchia generazione.

Manifestanti palestinesi bruciano immagini del re del Bahrein, del presidente degli Stati Uniti e del primo ministro israeliano durante una protesta, sabato, a Deir al-Balah, nel centro della striscia di Gaza

Si può star certi che la mancanza di manifestazioni di massa, se è passata per lo più inosservata dall’opinione pubblica occidentale, è stata invece sicuramente notata dai capi di stato in Medio Oriente. Per i leader che assennatamente cercano di stabilire rapporti con Israele, la mancanza di manifestazioni di massa è stata rassicurante, poiché ha attenuato il senso di minaccia che proveniva dalla piazza araba riguardo al conflitto israelo-palestinese. Dall’altra parte, per l’Iran e le violente organizzazioni gregarie da esso sostenute il segnale è stata chiaro e molto amaro. Non solo la carta palestinese che giocano da decenni risulta visibilmente depotenziata, ma la mancanza di manifestazioni sulla questione palestinese contrasta nettamente con il crescente livello delle proteste in paesi come il Libano e l’Iraq riguardo all’ingerenza iraniana nei loro affari interni a scapito delle popolazioni locali.

Per quanto sorprendente possa apparire la mancanza di vigorose e significative proteste di piazza contro l’apertura degli Emirati Arabi Uniti verso Israele, essa costituisce un ulteriore sintomo di processi a lungo termine di maturazione politica nell’opinione pubblica araba. Come ebbe a dire il compianto senatore e professore di Harvard Patrick Moynihan, tutta la politica è politica locale. In effetti, le società mature sono solitamente caratterizzate da popolazioni che privilegiano gli interessi e il benessere locali rispetto alle grandi cause universali. Le popolazioni di lingua araba del Medio Oriente si stanno gradualmente dirigendo in quella direzione dopo il periodo d’oro del panarabismo degli anni ’50 e ’60. Durante le massicce proteste all’inizio di questo decennio, gli osservatori avevano notato con sorpresa quanta poca attenzione fosse focalizzata sulle questioni palestinesi e su altre questioni regionali e quanto grande fosse invece la preoccupazione del pubblico arabo per la risoluzione di problemi interni. Nel Medio Oriente di oggi, le popolazioni non invocano più a gran voce l’unità panaraba, l’unità pan-islamica, il califfato o, nel caso di Iran e Turchia, la grandeur imperialista. Chiedono invece maggior benessere sociale, maggiori opportunità economiche, una istruzione decente, innovazione, stato di diritto e uguaglianza davanti alla legge del proprio paese.

La relazione in corso tra Israele ed Emirati Arabi Uniti si inserisce in questa disposizione d’animo. Gli arabi che oggi scendono in piazza non credono che il sogno nazionalista palestinese meriti i loro sacrifici e la loro attenzione più della loro stessa lotta per un futuro migliore in patria. In Iran, la gente è sempre meno disposta a sottomettersi alla infinita politica guerrafondaia del regime, che sperpera le risorse nazionali a loro spese.

(Da: jns.org, 3.9.20)