Leggi sul porto d’armi: la differenza abissale fra Israele e Stati Uniti

Entrambe le società sono ben armate, ma le regole sono totalmente diverse perché gli americani temono lo stato e il vicino di casa mentre gli israeliani si difendono da minacce esterne fidandosi del loro stato e dei loro concittadini

Di Haviv Rettig Gur

Haviv Rettig Gur, autore di questo articolo

All’indomani della strage nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, riteniamo utile proporre questo articolo pubblicato su Times of Israel dopo la strage del 2018 in una scuola di Parkland, in Florida.

Un tema ricorrente nella destra americana pro-armi descrive Israele come esempio di uno stato fatto di cittadini ben addestrati e pesantemente armati, vero e proprio ideale dei conservatori americani. Il problema è che non è vero. Gli israeliani sono ben armati, ovviamente, ma qualunque parallelismo con le posizioni sostenute dai conservatori americani tace una differenza fondamentale: in Israele le armi sono strettamente controllate e attentamente monitorate dallo stato.

Per poter possedere un’arma da fuoco, i cittadini israeliani devono soddisfare una serie dettagliata di criteri (qui in ebraico). Devono chiedere allo stato una licenza. E’ consentito il possesso di una sola arma da fuoco alla volta. Devono chiedere il permesso anche per vendere la loro arma. E il Dipartimento Licenze per armi da fuoco non è un semplice passacarte: circa il 40% delle richieste viene respinto. In effetti, ancor prima di inoltrare la domanda gli israeliani devono soddisfare requisiti minimi di età, essere in buona salute e sani di mente, non avere precedenti penali e varie  altre precondizioni. Non basta. Una volta ricevuto il permesso di portare un’arma, il cittadino israeliano non può possedere più di 50 proiettili per volta, e deve sparare o restituire i vecchi proiettili prima di poterne acquistare di nuovi: una procedura che può aver luogo solo in poligoni di tiro strettamente regolamentati, nei quali la vendita di ogni proiettile è accuratamente registrata. Inoltre, i tipi di armi consentiti dipendono dal motivo della licenza: ad esempio, un veterinario può acquistare solo un’arma approvata dal governo per l’uccisione di animali; una licenza di caccia consente solo l’acquisto di un’arma da fuoco presente nell’elenco di armi approvato dall’Authority dei Parchi naturali, e così via.

Soldati in spiaggia presso Zikim, un kibbutz nel sud di Israele. Le armi da guerra sono una vista comune in Israele in mano a soldati in licenza, ma il possesso di armi da fuoco civili è rigorosamente controllato

In altre parole, come spiega il Ministero della Pubblica Sicurezza sul suo sito web, la legge israeliana “non riconosce il diritto in sé di portare armi, e chiunque voglia farlo deve soddisfare una serie di requisiti tra cui la giustificata necessità di portare un’arma da fuoco”. Non c’è alcun accenno all’idea che i cittadini israeliani possano rivendicare il diritto di possedere armi come un argine ai poteri del governo, cioè come un limite alla sovranità dello stato espressa nel suo monopolio della violenza. La realtà sociale d’Israele – il gran numero di armi da fuoco per le strade del paese – può sembrare il sogno utopico di un conservatore americano, ma è il risultato di una tassativa regolamentazione statalista che gli americani favorevoli al controllo sulle armi non si possono neanche sognare.

E non è un caso. Un confronto tra i regimi di controllo delle armi negli Stati Uniti e in Israele mette in luce alcune differenze fondamentali tra le due società. Innanzitutto, è molto più probabile che un israeliano si fidi del potere statale rispetto a un americano. Quando si tratta di armi, gli israeliani vogliono una società ben armata e si aspettano che lo stato gestisca le cose in modo tale che solo le persone giuste siano armate. In altre parole, gli israeliani sono armati non contro lo stato, ma dallo stato contro minacce esterne come gli attacchi terroristici. Per gli americani sostenitori delle armi, invece, il diritto al possesso delle armi è in sostanza un diritto a difendersi dallo stato. E dai propri concittadini. “Gli Stati Uniti sono profondamente eterogenei e profondamente consapevoli della loro eterogeneità – spiega Daniel Correa, docente di diritto alla University of North Texas di Dallas – e questo in generale alimenta una profonda sfiducia. C’è una triplice paura che guida il dibattito americano sulle armi e ognuna di queste paure è interna agli Stati Uniti, non esterna. Le persone di destra hanno paura che il governo federale diventi così potente da impedire ai singoli stati di mantenere la loro sovranità (in parte un retaggio della guerra civile). Fra gli anarco-libertari c’è il timore che il governo in generale, sia del singolo stato che federale, possa andare completamente fuori controllo se i cittadini non sono in grado di proteggersi da esso. Il terzo livello è la sfiducia che negli Stati Uniti le persone hanno l’una verso l’altra”.

Queste paure non sono limitate ai conservatori, dice Correa. “La base dei Democratici ha lo stesso tipo di timori, ma cerca di promuovere l’idea che il governo sia buono, o almeno capace di essere buono, e quindi le persone non hanno bisogno di essere armate come lo sono i governi: non è necessario possedere mitra d’assalto o carri armati, ma solo il minimo indispensabile per la difesa personale, come una pistola”. Poiché il pericolo è lo stato, le leggi americane non solo consentono il possesso di armi. In realtà proibiscono al governo di tracciare quelle armi. Al governo federale è letteralmente proibito per legge monitorare le vendite di armi, perché sapere dove si trovano le armi renderebbe possibile portarle via.

Nel mercato di Mahane Yehuda di Gerusalemme. Contrariamente a una credenza diffusa, Israele non è inondato di armi personali, sebbene cittadini muniti di pistola siano stati spesso cruciali nel fermare attacchi terroristici

Quindi, mentre da una parte lo stato israeliano concede ai suoi cittadini il permesso di portare armi da fuoco come parte di una strategia di sicurezza nazionale su più livelli che vede una schiera di cittadini armati, accuratamente selezionati e ancora più attentamente regolamentati, come una delle numerose linee di difesa contro gli attacchi terroristici, dall’altra parte allo stato americano non è nemmeno consentita la facoltà di sapere in modo attendibile quali americani sono armati o con quali armi.

Paradossalmente la situazione in Israele potrebbe essere più vicina all’intento originario degli autori del Secondo Emendamento americano, che non la situazione attuale negli Stati Uniti. Quell’emendamento, adottato nel 1791, recita: “Una milizia ben regolamentata essendo necessaria alla sicurezza di uno stato libero, il diritto della gente di detenere e portare armi non potrà essere violato”. Venne incorporato nella Costituzione dei nascenti Stati Uniti in un momento in cui gli spagnoli controllavano la Florida e le forze francesi e britanniche minacciavano a nord e a ovest. Una società armata rappresentava un baluardo vitale contro le minacce esterne. Nel corso del tempo, con il declino di tali minacce e con i progressi nelle tecnologie militari che hanno reso le armi da fuoco personali praticamente inutili contro eserciti professionali, le fratture interne degli Stati Uniti hanno finito col sostituire le minacce esterne come motivazione logica del Secondo Emendamento.

Dal canto loro, gli ebrei israeliani in fatto di controllo delle armi si collocano in forte sintonia con quello che in America è il campo democratico liberale. Confidano che lo stato possa e debba operare per il meglio. Nonostante le loro profonde divisioni sociali e politiche, gli ebrei israeliani coltivano una fede radicata e duratura nel loro comune destino e nella solidarietà comunitaria. Dopo l’esperienza ebraica del genocidio nel XX secolo, lo stato israeliano rappresenta uno strumento di azione collettiva che li ha letteralmente salvati dall’eclissi. Uno stato forte è quindi sinonimo sia di sicurezza nazionale che di sicurezza personale.

Per un conservatore americano, Israele, o meglio una caricatura di Israele, sembra la conferma vivente della convinzione che chi uccide “non è l’arma, ma la persona che usa l’arma”. Ma la realtà del sistema di controllo delle armi in Israele dimostra che gli israeliani si aspettano un controllo statale rigoroso e invasivo anche sull’arma, non solo sulla persona, e che gli israeliani non condividono la profonda diffidenza del conservatore americano nei confronti sia del suo governo sia dei suoi concittadini.

In fin dei conti, né i conservatori né i liberal americani possono vantare Israele come prova a sostegno delle loro tesi nella loro guerra culturale. Israele è troppo ben armato per essere un modello agli occhi dei liberal di Manhattan, ma è troppo ben regolamentato per essere un modello agli occhi dei conservatori del Texas. Le paure degli israeliani provengono da direzioni molto diverse rispetto a quelle degli americani. Forse la vera lezione da trarre dall’impossibilità di usare Israele da parte di nessuna delle due posizioni americane è semplicemente che il dibattito pubblico sulle armi in America è troppo limitato. In realtà, esistono più opzioni politiche di quanto immaginano le due parti che si contrappongono in America, e possono essere esplorate seriamente solo andando al di là della solita diatriba fatta di slogan.

(Da: Times of Israel, 1.3.18)