Netanyahu e Gantz: Siamo pronti a negoziare coi palestinesi anche domani mattina

A pochi giorni dalla scadenza del primo luglio, il primo ministro e il vice primo ministro israeliani esortano i palestinesi a non farsi sfuggire per l’ennesima volta un’opportunità di compromesso e di pace

Fermo immagine dal video-messaggio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

“Esorto i palestinesi a non perdere un’altra opportunità, a non sprecare un altro secolo nel tentativo di distruggere Israele. I palestinesi dovrebbero dichiararsi pronti a negoziare uno storico compromesso, che potrebbe portare la pace sia a loro che agli israeliani. Israele è pronto per questi negoziati. Io sono pronto per questo negoziati”. Lo ha affermato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu invitando l’Autorità Palestinese ad avviare immediati negoziati sulla base del piano di pace presentato dall’amministrazione degli Stati Uniti.

La dirigenza palestinese ha respinto in blocco il piano di pace di Trump ancor prima che fosse pubblicato e da allora ha interrotto i suoi rapporti con la Casa Bianca nonché gran parte del suo coordinamento con Israele.

“I palestinesi – ha detto Netanyahu in un video messaggio rivolto al congresso virtuale di Christians United for Israel, a pochi giorni dalla scadenza del primo luglio – dovrebbero abbracciare la visione di Trump, dovrebbero sedersi e negoziare in buona fede. Israele è pronto per questi negoziati e sono sicuro che molti stati arabi nella nostra regione sperano di vederci avviare tali negoziati con i palestinesi. Ho lavorato duramente negli ultimi dieci anni per approfondire i legami con i vicini arabi di Israele, molti dei quali non hanno accordi di pace formali con noi – ha aggiunto Netanyahu – E mentre Israele va avanti, continuerò a operare per rafforzare quei legami. Sono fiducioso che insieme possiamo costruire un futuro di riconciliazione e di pace”.

Anche il ministro della difesa e primo ministro vicario Benny Gantz nel suo video messaggio ha esortato i palestinesi a riconsiderare il loro rifiuto di negoziare e a non “ignorare questo importante appello al dialogo” lasciandosi sfuggire “un’altra occasione per un cambiamento positivo, per la pace e per la prosperità”. Già venerdì scorso in un post su Facebook Gantz aveva lamentato la mancanza di negoziati con i palestinesi, spiegando di essere in contatto con gli Stati Uniti, i paesi europei e altre nazioni su come avviare negoziati sulla base della proposta di pace del presidente Trump.

Il cartello all’ingresso della Zona A (sotto controllo dell’Autorità Palestinese) avverte i cittadini israeliani in ebraico, arabo e inglese che, entrando, mettono a rischio la propria vita e infrangono la legge (clicca per ingrandire)

“Se i palestinesi vogliono negoziare su serio – ha scritto Gantz – sono pronto ad andare a Ramallah anche domani mattina per discuterne”. A proposito della prospettata “annessione”, Gantz ha ribadito che  sarà fatto un importante “lavoro preliminare diplomatico e sulla sicurezza” per garantire che qualsiasi mossa non danneggi la sicurezza di Israele, i suoi “asset strategici” e gli accordi di pace esistenti con i paesi arabi” (Giordania ed Egitto).

Nel suo messaggio, Netanyahu ha sottolineato che il piano Trump “è ancorato a un fondamento di verità” giacché “mette in chiaro che il popolo ebraico è titolare di una valida rivendicazione legale, storica e morale circa le regioni di Giudea e Samaria (i territori di Cisgiordania a sovranità non definita, legittimamente contesi dalle due parti ndr), e sostiene la sovranità di Israele sulle comunità ebraiche che vi si trovano”. “Dopo tutto, siamo chiamati giudei perché siamo il popolo della Giudea”, ha detto Netanyahu. E ha aggiunto: “Applicare la legge israeliana nelle aree della Giudea e della Samaria che rimarranno comunque parte di Israele in qualsiasi futuro accordo di pace non farà arretrare la causa della pace, ma anzi promuoverà la pace. La visione del piano Trump mette finalmente fine alle soluzioni illusorie a due stati e prevede invece una soluzione a due stati realistica. E in base a questa soluzione realistica, Israele e solo Israele deve avere il controllo della sicurezza per terra e in cielo a ovest del fiume Giordano. Questo è bene per Israele, è bene per i palestinesi ed è bene per la pace”.

Ricordando che erano “indifendibili” le linee armistiziali pre-1967 (che non sono mai state confini riconosciti ndr), Netanyahu ha sottolineato il fatto che il piano di Trump mira a mantenere Gerusalemme unita e sotto governo israeliano, e non prevede lo sgombero e di nessun villaggio né insediamento. “Il piano non prevede lo sradicamento di decine di migliaia di ebrei dalle loro case (come avvenne invece nel 2005 dalla striscia di Gaza ndr), anzi non prevede lo sradicamento di un solo ebreo né di un solo arabo dalle loro case. Basta con la pulizia etnica” ha esclamato Netanayhu, riferendosi verosimilmente al dichiarato obiettivo dei palestinesi di cacciare ogni singolo ebreo da qualunque territorio finisca sotto il loro controllo. Il piano Trump, ha sottolineato Netanyahu, “affronta di petto una grande menzogna: la menzogna secondo cui il popolo ebraico nella sua patria ancestrale sarebbe un colonialista straniero”.

In base all’accordo di coalizione firmato il mese scorso tra Netanyahu e il leader di Blu-Bianco Benny Gantz, a partire dal primo luglio il governo israeliano si riserva di promuovere alla Knesset l’estensione della sovranità israeliana (“annessione”) sui 132 insediamenti e sulla Valle del Giordano, fino a un totale del 30% del territorio di Cisgiordania come previsto dal piano di pace dell’amministrazione Trump. Il piano prevede la creazione di uno stato palestinese sul restante 70% del territorio a condizione che i palestinesi adottino entro quattro anni alcuni criteri di base come la formale accettazione del diritto degli ebrei ad avere il loro stato nazionale, la cessazione dell’istigazione all’odio e al terrorismo, la creazione di istituzioni statali affidabili.

(Da: Times of Israel, Jerusalem Post, israele.net, 29.6.20)

Yitz Greenberg

Spiega Yitz Greenberg sul Jerusalem Post: Lo scenario delineato dal piano americano prevede una soluzione a due stati per la pace tra Israele e i palestinesi. Tuttavia, questo piano prende molto sul serio la minaccia che rappresenterebbe per Israele uno stato palestinese non pacifico e non riconciliato con l’esistenza al suo fianco di uno stato nazionale ebraico. Pertanto esso prevede protezioni concrete, come una Palestina permanentemente smilitarizzata. Inoltre i palestinesi sono chiamati a istituire un regime democratico e responsabile, nella consapevolezza che le dittature non sono partner di pace affidabili. (…)

Il piano “Pace per la prosperità” offre ai palestinesi due grandi incentivi per cessare la loro politica di negare il diritto di Israele ad esistere come stato ebraico in una porzione del Medio Oriente arabo e islamico, e la pretesa di negare lo storico legame ebraico con la Terra d’Israele (allo scopo di denigrare Israele come un’entità illegittima e colonialista). Il principale incentivo è ottenere l’autodeterminazione, con la creazione di uno stato sovrano di Palestina. L’altro è un livello senza precedenti di aiuti internazionali per il conseguimento di migliori condizioni di vita, democrazia e prosperità. La politica del passato tutta volta a delegittimare Israele, fomentare l’odio e promuovere il terrorismo ha prodotto solo sofferenza, frustrazione e una forma di autogoverno autocratica e oppressiva.

Il piano Trump prevede un bilanciamento di incentivi a entrambe le parti per rendere possibili i compromessi necessari per la pace, sebbene dolorosi. Il piano prevede incentivi per Israele a negoziare uno stato palestinese con la promessa che, se i palestinesi non concluderanno un accordo entro quattro anni, gli Stati Uniti appoggeranno l’annessione da  parte di Israele fino al 30% della Cisgiordania. Questa clausola garantisce che non sarà necessario evacuare cittadini israeliani. Le evacuazioni passate hanno drammaticamente spaccato la società israeliana, senza portare né la calma né la pace. Dall’altra parte, con questo piano per la prima volta i palestinesi vengono incentivati a negoziare un accordo definitivo. Finora il rifiuto palestinese di ogni concreta offerta di compromesso, il loro sostegno al terrorismo e la loro ostilità incessante venivano premiati con offerte di soluzione sempre più avanzate (e rischiose). Con questo piano, i palestinesi sono invece spinti a capire che è adesso che possono ottenere il migliore accordo per loro. Ogni ulteriore ritardo, ogni ulteriore ostilità significheranno ottenere meno terra e meno chance di autogoverno. Viceversa, se accettano di negoziare adesso, potrebbero dover rinunciare a meno del 30% e ottenere in cambio terre di qualità.
(Da: Jerusalem Post, 26.6.20)