O l’Unrwa o la soluzione a due stati: una cosa esclude l’altra

Il presidente Biden sostiene la soluzione a due stati, ma allo stesso tempo promette altri soldi all’Unrwa rendendo di fatto impossibile quella soluzione

Di Blake Flayton

Blake Flayton, autore di questo articolo

Nel 2018, all’inizio del suo discorso agli ambasciatori del mondo presso il Ministero degli esteri israeliano, Einat Wilf, coautrice di The War of Return How: Western Indulgence of the Palestine Dream Has Obstructed the Path to Peace, disse: “I vostri governi, in particolare quelli che continuano a finanziare l’Unrwa (l’agenzia Onu per i profughi palestinesi), da un lato affermano di voler promuovere la pace attraverso due stati e dall’altro perseguono efficacemente una politica che garantisce che ciò non accada mai”.

La scorsa settimana, durante la conferenza stampa con il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, il presidente americano Joe Biden ha fatto esattamente ciò che Einat Wilf aveva deplorato. Biden ha iniziato ribadendo il sostegno della sua amministrazione per una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, con i confini tracciati lungo le linee pre-67. Poco dopo, però, ha destinato altri 200 milioni di dollari all’Unrwa. E’ come se Biden, dopo aver sentito da Einat Wilf cosa non andava fatto, sia andato avanti e lo abbia fatto comunque.

Come Biden, anch’io personalmente sostengo una soluzione a due stati. Molti ebrei in Israele e molti ebrei nella diaspora sostengono una soluzione a due stati. Non vediamo alcun problema, in teoria, nel fatto che la maggior parte, se non tutta la regione di Giudea e Samaria (Cisgiordania) venga data ai palestinesi insieme alla striscia di Gaza, con adeguati aggiustamenti di confine e scambi di terre. Il problema – e si potrebbe giustamente additare questo problema come quello che ha fatto crollare la sinistra israeliana – è che i palestinesi non sostengono tale soluzione.

Tutta la pubblicistica palestinese afferma esplicitamene ciò che i dirigenti dicono in modo indiretto: “diritto al ritorno” significa cancellare lo stato ebraico d’Israele dalla carta geografica

Ma non li sentirete mai affermarlo in termini così espliciti (perlomeno a livello politico e diplomatico ndr). Durante la sua conferenza stampa con Biden, Abu Mazen ha sottolineato “l’importanza di ristabilire le basi su cui si basava il processo di pace … le basi della soluzione a due stati lungo i confini del 1967”. Questo è ciò che in ebraico chiamiamo chutzpah, faccia tosta: Abu Mazen si è ben guardato dal ricordare che la dirigenza palestinese ha rifiutato l’opportunità di costruire un proprio stato nel 2000, nel 2008 e nel 2014.

Anche se in verità un’allusione l’ha fatta. Dopo aver assicurato che i palestinesi sono pronti ad esercitare il loro diritto all’autodeterminazione in una parte della terra, Abu Mazen ha aggiunto: “Noi affermiamo che la chiave per la pace e la sicurezza nella nostra regione inizia con il riconoscimento dello stato di Palestina e la possibilità per il popolo palestinese di conseguire i suoi diritti legittimi in conformità con le risoluzioni di legittimità internazionale e porre fine a tutte le questioni relative allo status definitivo, compresa la questione dei profughi palestinesi”. La richiesta di Abu Mazen di “porre fine a tutte le questioni relative allo status definitivo, compresa la questione dei profughi palestinesi” è uno specchietto per le allodole, una falsa pista tipica delle argomentazioni di molti attivisti anti-israeliani. Queste parole apparentemente benevoli in realtà alludono alla convinzione palestinese, illusoria e insensata, che qualsiasi soluzione con gli israeliani debba comportare la garanzia che ai profughi palestinesi della guerra d’indipendenza del 1948 e a tutti i loro discendenti (che oggi ammonterebbero a quasi sette milioni di persone) venga riconosciuto un diritto individuale e inalienabile – che essi erroneamente sostengono sia sancito dal diritto internazionale – di insediarsi all’interno dello stato sovrano di Israele. Questa convinzione infondata è il motivo per cui nel 2000, nel 2008 e nel 2014 i palestinesi si sono rifiutati di accettare uno stato accanto allo stato ebraico, nonostante la loro sovranità fosse così vicina e a portata di mano. Era stato deciso, a porte chiuse, che non vi sarà mai un accordo di pace finché i profughi e i loro discendenti non potranno stabilirsi dentro Israele annullando sostanzialmente la maggioranza ebraica, quindi l’autodeterminazione e la sovranità ebraica nello stato ebraico.

Materiale didattico Unrwa per la classe quinta, 2022. “Esercizio: davanti a te c’è una mappa della Palestina (che include anche tutto Israele ndr): individua su di essa i confini della Palestina e la città di Gerico”

Ecco perché l’Unrwa è indispensabile. Sulla carta l’Unrwa dichiara di fornire semplicemente servizi (sanità, istruzione, assistenza sociale) ai palestinesi in povere condizioni che vivono nei “campi profughi” nei Territori, come a Jenin, e in altri paesi, come nel Libano meridionale. Questa affermazione consente alla dirigenza palestinese di incamerare centinaia di milioni di dollari all’anno da governi stranieri erroneamente convinti che il loro aiuto dia un contributo alla prospettiva di una soluzione a due stati. In realtà, fa esattamente il contrario. Sin dalla sua fondazione nel 1949, l’Unrwa ha instancabilmente operato per alimentare e prolungare il conflitto israelo-palestinese. Anziché adoperarsi per riabilitare e reinserire i palestinesi là dove si trovano o dentro un loro (futuro) paese, come hanno fatto tutti i programmi di riabilitazione dei profughi dalla seconda guerra mondiale in poi, l’Unrwa insiste nel definire “profughi dalla Palestina” dei palestinesi che vivono in Giudea-Samaria e Gaza, cioè all’interno di quella che loro chiamano Palestina. E pretende di continuare a definire “profughi” i palestinesi reinsediati in altri paesi dove spesso hanno ottenuto la cittadinanza, e persino di tutti i loro discendenti per un numero illimitato di generazioni facendo dei palestinesi l’unico popolo al mondo nel quale lo status di “profugo” viene ereditato e non decade mai, nemmeno quando si nasce e cresce con la cittadinanza in un altro paese. L’unico modo previsto per revocare lo status di “profugo palestinese” è realizzando il “ritorno”, in altre parole facendo sì che lo stato ebraico d’Israele cessi di esistere.

Non basta. Tutta una serie di istituti id ricerca e ong per i diritti umani hanno costantemente registrato la presenza di istigazione all’antisemitismo e di propaganda che giustifica ed esalta il terrorismo nei materiali didattici forniti dall’Unrwa alle scuole palestinesi. Come ha documentato l’Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell’istruzione scolastica (IMPACT-se), “la letteratura didattica prodotta dall’Unrwa contiene materiale che incoraggia la jihad, la violenza e il martirio, promuove l’antisemitismo e promuove odio e intolleranza”. Sarebbe importante chiedere a Biden come pensa che riversare soldi in un’agenzia dedita alla totale demonizzare della controparte negoziale possa avvicinarci alla pace. È come gettare benzina, anziché acqua, su un edificio in fiamme.

L’Unrwa è il principale veicolo attraverso il quale i palestinesi danno espressione alla conclusione del conflitto da loro anelata: cancellare lo stato sionista d’Israele e sostituirlo con un paese a maggioranza araba dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Finché questo sogno non si realizza, l’Unrwa continuerà a preservare lo status quo. Come ha sinterizzato Einat Wilf, “i palestinesi non sono profughi perché non hanno uno stato. I palestinesi non hanno uno stato perché insistono a essere profughi”.

(Da: jns.org, 20.7.22)

Marcus Sheff

L’Unrwa cerca di dissociarsi dai propri stessi materiali didattici e di nascondere la sua sconcertante mancanza di supervisione

Scrive Marcus Sheff: Reagendo a un rapporto di IMPACT-se dell’inizio di questo mese, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi Unrwa ha rilasciato venerdì scorso una dichiarazione in cui sostiene che il materiale didattico citato nel rapporto è stato contraffatto da un sito web commerciale privato utilizzando il logo dell’agenzia e i nomi di educatori dell’Unrwa.

Il materiale a marchio Unrwa analizzato nel rapporto IMPACT-se comprende 30 documenti per un totale di 590 pagine su almeno sei piattaforme open source disponibili gratuitamente, che coprono sei diversi livelli di studio. Tutti portano il logo dell’Unrwa e il suo nome in arabo. Il materiale elenca il personale dell’Unrwa che ha contribuito a redigere e supervisionare i documenti in questione, compresi sei supervisori e ispettori nonché 49 insegnanti affiliati a oltre 30 scuole dell’Unrwa in tre distretti scolastici dell’Unrwa a Gaza.

Ma l’Unrwa si aspetta che la gente creda che un unico sito web commerciale ha falsificato il suo logo e tutte queste centinaia di pagine, schede di esercitazione e altri materiali didattici, tutti recanti i nomi di decine di insegnanti e scuole nonché quelli di verificati distretti scolastici elencati nel contenuto etichettato Unrwa. Naturalmente, la verità è che da anni questo genere di materiale viene abitualmente utilizzato nelle scuole dell’Unrwa, raggiungendo molte migliaia di alunni. Le affermazioni dell’Unrwa chiaramente non reggono, date le molte diverse piattaforme che possiedono il materiale. L’idea che questa vasta documentazione, marchiata Unrwa e redatta dallo staff dell’Unrwa, sia tutta contraffatta è bizzarra e certamente non credibile.

L’affermazione dell’agenzia secondo cui il materiale identificato dal team di ricercatori di IMPACT-se “non è autorizzato” per l’insegnamento nelle scuole fornisce solo un’ulteriore prova di una generale cultura dell’impunità. L’agenzia ha ammesso che i nomi di coloro che firmano i materiali elencati nel rapporto di IMPACT-se sono effettivamente membri del suo personale. Ad esempio, un supervisore di contenuti citato nei materiali a marchio Unrwa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook immagini che lo mostrano mentre insegna nelle scuole dell’Unrwa usando materiale identico a quello analizzato nel rapporto IMPACT-se, con il suo nome e quello della scuola dell’Unrwa. Di fronte a tutta una serie di prove di questo tipo è assurdo cercare di convincere che nelle scuole Unrwa viene utilizzato esclusivamente il materiale presente sul sito web dell’Unrwa. Il trucco è evidente. Non inserendo questo materiale sul proprio sito ufficiale, l’agenzia può cercare di dissociarsi dalle proprie stesse pratiche di insegnamento adottate di routine e da molto tempo. Questa mancata assunzione di responsabilità, di supervisione e di controllo sui suoi 30.000 dipendenti ben rappresenta le pratiche di gestione dell’Unrwa.

Se poi il materiale fosse effettivamente non autorizzato e tuttavia utilizzato nell’insegnamento, allora l’Unrwa, che all’inizio del 2022 ha chiesto alla comunità internazionale un finanziamento di 1,6 miliardi di dollari, deve alla comunità internazionale una spiegazione su quali meccanismi di supervisione siano in atto, se ce ne sono, per impedire l’uso di tale materiale.
(Da: jns.org, 18.7.22)