Obiettivo comune

Un documentario fa luce su una dimensione poco conosciuta delle relazioni arabo-ebraiche in Israele

Di Sheldon Kirshner

Sheldon Kirshner, autore di questo articolo

Gli arabi costituiscono il 21% della popolazione israeliana, ma sono arabi quasi la metà dei giocatori della nazionale di calcio israeliana. Il curioso fenomeno viene preso in esame dall’interessante documentario di 52 minuti di Shuki Guzik, A Common Goal (Un obiettivo comune). Il film viene proiettato il 17 novembre al Calgary Jewish Film Festival, la rassegna di cinema ebraico giunta alla sua 21esima edizione, sponsorizzata dalla Beth Tzedec Congregation di Toronto, Ontario (Canada).

Guzik segue il club nel suo tentativo di qualificarsi per il campionato europeo 2020, che alla fine è stato rinviato e riprogrammato a causa della pandemia di coronavirus. La squadra israeliana, allenata da un austriaco, ha giocato contro Slovenia, Austria, Lettonia, Polonia e Macedonia del Nord, partite nelle quali ha registrato risultati relativamente rispettabili.

A Common Goal si concentra su tre dei giocatori arabi. Beram Kayal gioca da professionista per una squadra della Premier League in Gran Bretagna. Moanes Dabbur è il capocannoniere del campionato austriaco. Bibras Natcho gioca nella Super League greca. Sono tutti nati e cresciuti in città arabe in Israele.

“Noi rappresentiamo sia la comunità araba che il paese”, dice Kayal in un ebraico fluente, ricco di espressioni idiomatiche. E aggiunge che essendo arabo, “ogni parola e ogni mossa viene attentamente osservata”.

“Noi rappresentiamo sia la comunità araba che il paese”

Bibras, un circasso, è un apripista essendo il primo capitano musulmano della squadra. Agli incontri non canta l’inno nazionale israeliano, l’Hatikvà, perché non può identificarsi con gli espliciti riferimenti ebraici del testo. Ma si identifica completamente come israeliano. Suo padre era un comandante della polizia di frontiera. La prospettiva di Bibras non è rara tra gli arabi israeliani, che sono i discendenti degli arabi palestinesi che rimasero all’interno del nuovo stato d’Israele durante e dopo la prima guerra arabo-israeliana nel 1948.

Sulla carta ebrei e arabi israeliani godono di uguali diritti, ma nella pratica gli arabi si sentono spesso vittime di pregiudizi e penalizzati in campi come il lavoro, l’alloggio e l’istruzione. Guzik non si sofferma più di tanto su questo argomento controverso, presumendo che gli spettatori ne siano a conoscenza. Fa notare, tuttavia, che il primo capitano arabo della squadra, Rifaat “Jimmy” Turk, non venne nominato prima del 1976.

Negli ultimi trent’anni ci sono stati in media due giocatori arabi nella nazionale israeliana. Non sono mancati casi di insulti razzisti diretti contro alcuni di loro da tifosi fanatici. Altre volte, non hanno ricevuto il dovuto credito per migliori prestazioni. Ma i giocatori arabi della nazionale israeliana devono soprattutto fare i conti con un altro problema: in molti ambienti arabi e persino da parte di funzionari del calcio del mondo arabo vengono considerati “sionisti” e “traditori”.

Eppure, a quanto pare, i giocatori ebrei e arabi della squadra hanno stretto autentiche amicizie, come dimostra il legame tra Tomer Hemed, Moanes Dabour e le rispettive famiglie.

A Common Goal fa luce su una dimensione poco conosciuta delle relazioni arabo-ebraiche in Israele, anche se, a parere di chi scrive, che avrebbe potuto scavare il tema un po’ più a fondo.

(Da: Times of Israel, 13.11.21)

 

A Common Goal – il trailer: