Ottant’anni dopo, l’eco di Wannsee risuona ancora

L'odierno regime iraniano porta avanti il progetto avviato da Hitler e sostenuto dal muftì Amin el-Husseini, adottando persino il termine "soluzione finale"

Di Matthias Kuntzel

Matthias Kuntzel, autore di questo articolo

Ottant’anni fa, nella villa di Wannsee, l’élite nazista emise una condanna a morte contro milioni di ebrei europei, mettendo in moto in modo pianificato il processo che avrebbe portato al più spietato omicidio di massa nella storia dell’umanità. Ciò non accadde in qualche angolo sperduto e arretrato, ma in una delle società più avanzate del mondo dal punto di vista culturale, tecnologico e scientifico. Tuttavia il ricordo, oggi, della Conferenza di Wannsee perderebbe molto del suo valore se non servisse anche ad acuire la nostra attenzione riguardo alle minacce contemporanee contro gli ebrei.

È risaputo che il protocollo della Conferenza di Wannsee parla di 11 milioni di ebrei in Europa che dovevano essere sterminati. Meno noti sono i piani per l’omicidio di ebrei fuori dall’Europa. Poche settimane prima della conferenza di Wannsee, in un incontro faccia a faccia Hitler aveva garantito ad Amin el-Husseini, il mufti di Gerusalemme, che intendeva cogliere la prima occasione per uccidere anche i 700.000 ebrei che vivevano in Nord Africa e Medio Oriente. Durante quell’incontro venne dedicata particolare attenzione alla distruzione del sionismo e all’annientamento degli ebrei in Palestina (all’epoca sotto Mandato Britannico). Alla fine, gli Alleati furono in grado di sconfiggere i nazisti (e la Palestina Mandataria non fu raggiunta dalle forze dell’Asse).

Dal protocollo di Wannsee, gli ebrei da sterminare in Europa (clicca per ingrandire)

Ma l’idea di impedire ad ogni costo uno stato ebraico sopravvisse alla sconfitta nazista e trovò nuova casa in Egitto, dove in quegli anni i Fratelli Musulmani costituirono il più grande movimento antisemita del mondo. La Fratellanza prese le difese dell’alleanza tra el-Husseini e Hitler dichiarando nel 1946 che “questo eroe [el-Husseini] ha combattuto il sionismo con l’aiuto di Hitler e della Germania: la Germania e Hitler se ne sono andati, ma Amin el-Husseini continuerà la lotta”. In effetti il mufti portò avanti attivamente la battaglia nazista svolgendo un ruolo cruciale nell’ispirare lo sforzo degli eserciti di diversi stati arabi per spegnere sul nascere lo stato ebraico d’Israele nel 1948. Amin el-Husseini incarna il legame tra la grande guerra nazista contro gli ebrei e la successiva piccola guerra degli arabi contro Israele.

Come si sa, anche gli arabi non sono riusciti a sconfiggere Israele. Ma ancora una volta, l’idea di cancellare lo stato ebraico sopravvisse alla sconfitta. La Fratellanza Musulmana passò il testimone a un chierico iraniano di nome Ruhollah Musavi, successivamente diventato famoso con il nome di Ruhollah Khomeini. Sin dalla rivoluzione guidata da Khomeini nel 1979, Teheran ha perseguito l’obiettivo di distruggere il sionismo con la forza. Concentrandosi su Israele, questo regime persegue oggi il progetto avviato da Hitler e dal mufti. I missili iraniani in grado di colpire Israele portano la scritta “Israele deve essere cancellato dalla faccia della Terra”. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane si vantano che “raderanno al suolo il regime sionista in meno di otto minuti”. Il documentario televisivo iraniano A 7 minuti da Tel Aviv esibisce filmati di attacchi simulati contro obiettivi chiave in Israele, tra cui il reattore nucleare di Dimona, la Knesset, centri culturali e commerciali di Tel Aviv. La Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha proclamato che al più tardi entro il 2040 Israele non esisterà più e a Teheran un orologio tiene il conto alla rovescia dei giorni che mancano alla fine decretata per Israele. Khamenei ha persino riutilizzato un termine del protocollo della Conferenza di Wannsee: “soluzione finale”. Tutti sanno cosa significava quel termine. Khamenei è il primo leader mondiale che lo adotta come obiettivo. Sulla sua homepage ha promosso in diverse lingue un poster che proclama: “La Palestina sarà libera. La soluzione finale: resistenza fino al referendum”. Per Hitler, la “soluzione finale della questione ebraica” era l’annientamento degli ebrei. Per Khamenei, la “soluzione finale” della questione israeliana è l’annientamento di Israele.

Il poster pubblicato da Khamenei il 19 maggio 2020 che propone la “soluzione finale” per lo stato ebraico. L’immagine mostra una Gerusalemme conquistata da milizie iraniane, palestinesi, Hezbollah e senza più ebrei. Il giorno dopo Khamenei ha twittato: “Eliminare Israele: è ciò che accadrà” (clicca per ingrandire)

La maggior parte della popolazione iraniana rifiuta l’odio del regime nei confronti di Israele, che è indissolubilmente legato a una visione del mondo antisemita, con tanto di negazione della Shoà e deliri complottisti. Il regime iraniano usa i termini “sionista” e “sionismo internazionale” esattamente nello stesso modo in cui Hitler usava i termini Jude e Weltjudentum (ebreo e giudaismo mondiale): come l’incarnazione del male. Ne segue, in entrambi i casi, uno spietato scenario distopico: come la “pace tedesca” di Hitler richiedeva lo sterminio degli ebrei, così la “pace islamica” della dirigenza iraniana richiede l’eliminazione di Israele. Torna alla mente un’osservazione di Elie Wiesel: quando qualcuno dice che vuole ucciderti, credigli.

La comunità internazionale, tuttavia, non vuole riconoscere questa ambizione omicida. Evita persino di chiamare con il suo nome l’antisemitismo del regime iraniano. Ma le parole contano. Modellano il nostro modo di pensare e determinano le nostre azioni. Il termine “antisemita” ha una dimensione storica. Parlare di antisemitismo significa ricordare la conferenza di Wannsee e quindi i pericoli associati a quella mostruosa follia. Significa mobilitare non solo la nostra conoscenza storica, ma anche la nostra attuale responsabilità storica. Sono passati ottant’anni dalla Conferenza di Wannsee. Ma l’eco di Wannsee risuona ancora, con la sua volontà di estendersi e preparare un nuovo genocidio. Oggi il nostro primo dovere è impedirlo.

(Da: Times of Israel, 21.1.22)

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