Perché gli israeliani vanno di nuovo a votare

In un sintetico video, la spiegazione del complicato meccanismo che ha portato a due elezioni politiche nello stesso anno, e delle incerte prospettive


La prossima settimana gli israeliani si recheranno alla urne per votare quale partito li rappresenterà alla Knesset, il parlamento d’Israele. Il fatto di per sé non è affatto insolito. Ciò che è insolito, e che in effetti non era mai accaduto prima, è che voteranno per la seconda volta nello stesso anno. Per capire come Israele sia arrivato a questa situazione bisogna tornare indietro di quasi un anno, al novembre 2018.

Fu allora che Avigdor Lieberman, all’epoca ministro della difesa, diede le dimissioni e il suo partito Israel Beytenu (“Israele la nostra casa”) uscì dalla coalizione di governo. Lieberman e il suo partito lo fecero perché erano in disaccordo su come il governo israeliano reagiva al terrorismo proveniente dalla striscia di Gaza. Il problema fu che questa mossa lasciò il primo ministro Benjamin Netanyahu con una maggioranza molto ristretta. Così ristretta che il governo non poteva far passare le sue proposte di legge. Quando Netanyahu non riuscì a cooptare un altro partito nella sua coalizione, la Knesset si sciolse, il 26 dicembre 2018, e furono indette elezioni generali. Normalmente le elezioni anticipate risolvono il problema, ma questa volta non è andata così.

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La Knesset è formata da 120 parlamentari eletti in quelle che vengono definite elezioni proporzionali su collegio nazionale. In sostanza, esiste una rosa di partiti politici e l’elettore vota per quello da cui desidera essere rappresentato. Dopodiché i seggi della Knesset vengono suddivisi fra i partiti in base alla percentuale di voti che hanno ottenuto. Ma questo non basta per formare il governo, giacché ci sono talmente tanti partiti che normalmente anche il più grande di essi non ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Il record attuale è 56 seggi (ottenuti dall’Allineamento laburista nel 1969 ndr). Dunque è necessaria una coalizione: un gruppo di diversi partiti che, insieme, raggiungono la maggioranza di almeno 61 seggi.

E’ qui che entra in scena il presidente d’Israele, una figura il cui ruolo nella politica israeliana è per il resto più che altro cerimoniale. Il presidente si consulta coi leader dei partiti e individua la persona che ha più probabilità di poter formare un governo funzionante: tipicamente, il leader del partito che ha ottenuto più seggi. Questa persona ha 28 giorni di tempo per trovare altri partiti disposti a entrare in una coalizione. Se ci riesce, diventa il primo ministro. Se non ci riesce, il presidente conferisce a qualcun altro l’incarico.

Le elezioni si sono tenute il 9 aprile 2019 e gli elettori israeliani hanno fatto entrare nella Knesset 11 partiti.

Canale 12 News, 11.4.19: “Ecco i risultati delle elezioni 2019. Il partito di governo Likud ha 35 seggi. Blu&Bianco, guidato da Benny Gantz, ha ottenuto un identico numero di seggi: un grande partito, ma probabilmente non in grado di formare una coalizione”.

Dopo le elezioni, il presidente Reuven Rivlin si è consultato con i partiti eletti raccogliendo le loro indicazioni per la figura di primo ministro. Sulla base di tali indicazioni, ha conferito l’incarico a Netanyahu. I partiti di destra e quelli religiosi normalmente collaborano bene fra loro e complessivamente potevano contare su 65 seggi, il che avrebbe dovuto rendere una passeggiata la formazione della coalizione. Ma cinque di quei seggi appartenevano a Lieberman e al suo partito. Netanyahu avviò le trattative, ma ben presto si trovò davanti a un muro.

Eylon Levy, giornalista di i24News: “La coalizione che governava Israele era una coalizione fra destra nazionalista e partiti religiosi. Ma quello che è successo dopo le ultime elezioni è che quella coalizione si è rotta. Il partito nazionalista laico Israel Beitenu ha chiesto una legge su una moderatissima coscrizione obbligatoria dei giovani ultra-ortodossi: una richiesta inaccettabile per i partiti religiosi alleati di Netanyahu. Di conseguenza i colloqui si sono interrotti e Netanyahu non è riuscito a formare un governo”.

Nello stesso tempo, l’opzione di unire le sue forze con quelle di Blu&Bianco e formare una coalizione con loro non è decollata, giacché Blu&Bianco non intendeva entrare in una coalizione guidata da Netanyahu a causa delle indagini in corso sul suo conto relative a tre presunti casi di corruzione.

CBS News, 28.2.19: “Il Procuratore generale d’Israele ha affermato oggi che intende incriminare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per corruzione”.

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All’avvicinarsi della scadenza, Netanyahu ha chiesto e ottenuto una proroga di due settimane per cercare di formare la coalizione. Ma di nuovo, nessun passo avanti. Il 29 maggio 2019, alle 23.55 (ora israeliana), pochi minuti prima che scadesse la proroga di Netanyahu e cioè del momento in cui il presidente avrebbe avviato l’iter per incaricare qualcun altro di formare una coalizione di governo, la Knesset ha approvato un disegno di legge senza precedenti, avanzato da un membro del Likud, il partito di Netanyahu, e sostenuto da otto degli undici partiti.

Canale tv della Knesset: “Benjamin Netanyahu? Favorevole”.

La legge ha determinato lo scioglimento del parlamento appena eletto, e la convocazione di nuove elezioni facendo di quella legislatura la più breve nella storia di Israele.

CBS News, 30.5.19: “Trambusto politico in Israele: il paese terrà per la prima volta una seconda tornata elettorale”.

Questa manovra mise il presidente nell’impossibilità di incaricare qualcun altro della formazione di una coalizione. Si è avviato invece, da capo, l’intero processo elettorale.

Tutti hanno accusato qualcun altro d’aver causato queste seconde elezioni israeliane nell’arco di sei mesi. I partiti di destra capeggiati dal Liklud hanno incolpato Lieberman e il suo partito. Netanyahu ha affermato: “La gente ha scelto me” e Lieberman si è unito alla sinistra distruggendo la coalizione. Dal canto suo Lieberman ha detto che non aveva fatto altro che difendere i suoi principi. Intanto Blu&Bianco, insieme ai partiti della sinistra, ha sostenuto che la convocazione di nuove elezioni è dovuta alla necessità di Netanyahu di restare in carica per cercare di sottrarsi ai suoi guai legali.

Quindi ora cosa succede?

Eylon Levy, giornalista di i24News: “C’è solo una manciata di scenari logici, dopo le elezioni della prossima settimana, e nessuno di essi appare per nulla realistico. La colazione di destra di Netanyahu senza Israel Beitenu potrebbe farcela ad ottenere la maggioranza di 61 seggi e in quel caso non avrebbe più bisogno di Avigdor Lieberman. Oppure, segmenti di Blu&Bianco potrebbero accettare di entrare in un governo Netanyahu nonostante le incombenti accuse di corruzione: ma è una cosa che hanno promesso di non fare. E’ poi possibile che alcuni membri del Likud destituiscano Netanyahu, o concordino di nominare qualcun altro, e accettino di entrare in un governo guidato dall’attuale opposizione, sebbene questo al momento appaia estremamente improbabile. L’altra opzione, infine, sarebbe quella di andare a una terza tornata elettorale nello stesso anno”.

Quest’ultima opzione è stata definita da alcuni una “crisi costituzionale”, dal momento che Netanyahu rimarrebbe primo ministro del governo transitorio: un proseguimento del governo precedente ma solo per l’ordinaria amministrazione, senza poter approvare nessuna legge importante, il che lascerebbe Israele per più di un anno senza un governo nel pieno delle sue funzioni, guidato da una persona che non è stata giacché il mandato precedente di Netanyahu sarebbe scaduto.

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Ma se anche Netanyahu riuscisse a formare un governo, non vi è alcuna garanzia che le accuse di reato che incombono sulla sua testa non rimescolino di nuovo le carte. E questo senza nemmeno menzionare gli enormi costi di tutto ciò, stimati in mezzo miliardo di shekel solo di costi diretti: soldi che avrebbero dovuto essere spesi in infrastrutture, sanità e welfare, e che andrebbero a finanziare un’altra tornata elettorale.

Stando a molti sondaggi d’opinione, un governo di unità nazionale, nel quale partiti con posizioni ideologiche opposte uniscono le loro forze in nome di un maggior bene comune, sembra l’opzione preferita da molti israeliani.

Eylon Levy, giornalista di i24News: “Unità è una bella parola e i sondaggi mostrano che gran parte degli israeliani vogliono un governo d’unità. L’unica domanda è: chi lo guiderebbe? Un altro sondaggio mostra che molti israeliani sono contro un governo di unità guidato da Netanyahu. Il partito d’opposizione Blu&Bianco dice che vuole un governo d’unità, Israel Beitenu dice che vuole un governo d’unità. Ma Blu&Bianco è stato anche molto chiaro: non siederà in un governo guidato da Benjamin Netanyahu. Il che pone la questione: chi potrebbe guidare quel governo? Ed ecco perché queste elezioni vertono effettivamente sul fatto se Netanyahu possa continuare a fare il primo ministro o se il tempo è scaduto ed è ora che qualcun altro superi le divisioni per riuscire a formare il governo”.

Scherzando si dice allusivamente (in inglese) “vota presto e vota spesso”, ma c’è da sperare che gli israeliani non prendano la battuta troppo sul serio.

(Da: Unpacked Channel Trailer, 9.9.19)