Quel vecchio vizio di giustificare l’odio anti-ebraico

Theodorakis si dichiarava apertamente antisemita, ma per il New York Times erano solo “critiche alle politiche di Israele”

Di Ira Stoll

Ira Stoll, autore di questo articolo

Il New York Times ha già aggiunto due separate correzioni al suo necrologio di Mikis Theodorakis, descritto come “il famoso compositore greco e agitatore marxista”. Ma non ha corretto, almeno fino al momento in cui scriviamo, un altro errore molto significativo.

Scrive infatti il New York Times che Theodorakis “da pensionato, condannò la guerra americana in Iraq e le politiche conservatrici di Israele”. Come ha sottolineato su Twitter Gilead Ini, del Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis (CAMERA), vale la pena confrontare il modo in cui gli stessi fatti sono stati riportato dalla National Public Radio (NPR): “Negli anni 2000, [Theodorakis] accusò gli ebrei americani per la crisi economica globale, nel 2011 si dichiarò pubblicamente antisemita e nel 2017 prese le difese di Stalin”. Gilead Ini ricorda che Theodorakis si era definito “anti-Israele e antisemita”, affermando che Israele è “la radice del male”, e che “tutto ciò che accade oggi nel mondo ha a che fare con i sionisti” e che “gli ebrei americani sono dietro alla crisi economica mondiale che ha colpito anche la Grecia”. Elliot Kaufman, uno dei curatori della pagina degli editoriali sul Wall Street Journal, ha twittato una citazione in cui Theodorakis definiva Israele “alla radice del male e non del bene”, cosa che il musicista attribuiva all'”aggressività degli ebrei” e al loro “fanatismo”.

Il New York Times e i suoi lettori anti-israeliani spesso si indignano e scandalizzano quando qualcuno, a loro dire, a torto confonde le critiche alle politiche di Israele con l’antisemitismo.

Mikis Theodorakis durante un concerto a sostegno del popolo palestinese in Piazza Syntagma, ad Atene (Grecia) il 10 aprile 2002. Ciò contro cui si scagliava Theodorakis, per sua stessa ammissione, non erano “le politiche di Israele” ma gli ebrei e l’esistenza di uno stato ebraico

Ad esempio, l’editorialista del New York Times Nicholas Kristof ha twittato: “L’idea che sia antisemita criticare Israele [per le sue politiche] mi sembra ridicola e non fa che screditare la vera minaccia”. A maggio, lo stesso Kristof concludeva un articolo dicendo: “Scagliare queste accuse alla leggera scredita l’autentica lotta contro l’antisemitismo. Così come gli antisemiti non devono usare il conflitto [israelo-palestinese] per promuovere l’odio, allo stesso modo i sostenitori di Israele non devono usare l’antisemitismo per sottrarre le azioni di Israele alle critiche legittime”.

Ma nel suo necrologio di Theodorakis, il New York Times fa esattamente il contrario: giustifica un antisemita esplicito e dichiarato facendolo passare semplicemente per un critico delle “politiche conservatrici di Israele”. È una dissimulazione e una falsità. Ciò contro cui si scagliava Theodorakis, per sua stessa ammissione, non erano “le politiche di Israele”, ma gli ebrei e l’esistenza di uno stato ebraico.

Il necrologio, che porta la firma di Robert D. McFadden, “entrato al New York Times nel maggio 1961″, copre di elogi Theodorakis, “un metronomo della resistenza” la cui “musica ribelle proibita ricordava al suo popolo le libertà perdute mentre lui veniva messo al bando per i suoi ideali”. E ricorda “la sua opera più famosa sulla persecuzione politica, l’inquietante Trilogia di Mauthausen, che prende il nome da un campo di concentramento nazista della seconda guerra mondiale utilizzato principalmente per sterminare l’intellighenzia dei paesi conquistati in Europa”. Il New York Times ricorda anche che Theodorakis “nel 1983 venne insignito del Premio Lenin per la pace”, senza tuttavia spiegare che quel premio venne assegnato dall’Unione Sovietica, una dittatura brutale e tutt’altro che pacifica che nel 1983 teneva in prigione il dissidente Natan Sharansky con accuse false, finanziava il terrorismo arabo contro ebrei e israeliani e si rifiutava di consentire agli ebrei e ad altri residenti bloccati dietro la cortina di ferro di fuggire verso la libertà.

Posso capire che in un necrologio venga considerato di cattivo gusto attaccare la persona, che ovviamente non può più difendersi. Ma in questo caso si va troppo oltre. Un conto è voler concedere a tutti il beneficio del dubbio. Tutt’altro alterare la realtà e far passare l’antisemitismo per una mera “critica delle politiche di Israele”. Non erano le “politiche” che Theodorakis odiava. Erano gli ebrei. Perché nascondere questa verità ai lettori del New York Times?

(Da: www.algemeiner.com, 6.9.21)