Scontro istituzionale in Israele fra Corte Suprema e presidenza della Knesset

Il sistema della democrazia parlamentare israeliana si è finora basato sul fatto che Knesset e carica di primo ministro siano controllati dallo stesso partito

Di Yonah Jeremy Bob

Yonah Jeremy Bob, autore di questo articolo

La decisione della Corte Suprema, che lunedì sera ha ordinato al presidente della Knesset Yuli Edelstein di mettere ai voti la sua carica entro mercoledì, ha sollevato una questione cruciale in Israele: chi impersona la Knesset?

Dalla scorsa settimana, Edelstein e il partito Blu-Bianco si combattono intorno a questa domanda, che comporta implicazioni di ampio respiro in relazione allo stallo politico in cui si dibatte Israele da 16 mesi. Edelstein afferma che lui, in qualità di presidente, “incarna la Knesset” e ha l’autorità di decidere quando si debba tenere un voto per eventualmente sostituirlo. Blu-Bianco sostiene che chiunque abbia una maggioranza di 61 voti nella Knesset “è la Knesset” e prende le decisioni, mentre il presidente è solo un amministratore con limitati margini discrezionali, incaricato di promuovere la volontà di quella maggioranza.

Ciò che rende la questione ancora più complicata è che i fondatori di Israele, e le Knesset precedenti che hanno approvato le Leggi Fondamentali che regolano il sistema politico del paese, non hanno immaginato una situazione in cui un partito avesse il controllo della Knesset e un altro la carica di primo ministro, cosa che si verifica spesso, ad esempio, negli Stati Uniti dove un partito controlla la Casa Bianca e l’altro il Congresso. L’intero sistema della democrazia parlamentare israeliana si è finora basato sul fatto che Knesset e carica di primo ministro siano controllati dallo stesso partito.

Ma nessuno aveva nemmeno immaginato che un primo ministro avrebbe cercato di restare in carica benché incriminato, dopo tre tornate elettorali ravvicinate e con un processo penale in procinto di iniziare. Benjamin Netanyahu ha dimostrato che ciò è possibile. (Gli avversari di Netanyahu vorrebbero approvare rapidamente una legge che impedisca a un politico sotto processo di servire come primo ministro, ed è qui che diventa cruciale il ruolo del presidente della Knesset, che contribuisce a fissarne l’agenda ndr)

Un’udienza della Corte Suprema d’Israele, presieduta dalla giudice Esther Hayut (immagine d’archivio)

Le due parti sono in lotta fra loro anche sui risvolti della crisi da coronavirus per la democrazia israeliana. Netanyahu e il Likud ritengono che il primo ministro e il resto del governo debbano avere maggiori margini di manovra per fare fronte alla crisi con una diminuita supervisione da parte della Knesset che, sostengono, rallenterebbe gli sforzi urgenti volti a salvare vite umane. Blu-Bianco ritiene al contrario che sia necessaria una maggiore supervisione da parte della Knesset, dal momento che l’esecutivo sta adottando norme che rischiano di violare diritti e libertà civili basilari. La funzione della Knesset, sostiene Blu-Bianco, è necessaria per valutare quali misure sono veramente indispensabili per salvare vite umane, quali non lo sono e quali potrebbero costituire una politicizzazione della crisi (vale a dire, misure che sembrano mirare a ritardare i problemi giudiziari di Netanyahu).

La Corte Suprema si è fondamentalmente schienata con Blu-Bianco quando ha dichiarato che la Knesset si identifica con la maggioranza di 61 parlamentari, indipendentemente dalla volontà del presidente. Vari osservatori ed esperti di diritto di lunga data sottolineano che questa decisione si colloca in realtà più a metà strada di quanto sembri, poiché la Corte Suprema ha circoscritto la sua sentenza al caso di un presidente della Knesset ad interim. In altre parole, secondo la Corte Edelstein potrebbe anche avere ragione se fosse stato eletto presidente dall’attuale Knesset. Ma dal momento che Edelstein ricopre la carica in quanto eletto dalla Knesset precedente, la Corte ha dichiarato che i suoi margini di discrezionalità sono molto più limitati.

La Corte ha comunque cercato di evitare uno scontro istituzionale diretto mandando a Edelstein una serie di segnali. Il primo domenica, quando tutti e cinque i giudici hanno espresso disappunto per il rifiuto di Edelstein di convocare il voto, ma si sono comunque trattenuti dall’emettere una decisione finale: sostanzialmente una mossa per dare al presidente uscente il tempo di capire cosa doveva fare. Il secondo lunedì pomeriggio, quando la Corte ha emesso una “decisione” nella singolare forma di una domanda: intendeva Edelstein indire il voto entro mercoledì? Una domanda che era in sé una forma di pressione e di ultimatum, che è appunto come l’ha presa Edelstein. D’altra parte, i tribunali di solito non pongono domande, ma semplicemente emettono decisioni. Con la sua domanda/decisione, era un po’ come se la Corte cercasse di verificare come Edelstein avrebbe reagito a diversi scenari senza spingersi troppo avanti. Era il segnale che la Corte Suprema voleva evitare per quanto possibile lo scontro diretto. La Corte aveva chiesto a Edelstein una risposta entro tre ore, poi prorogate di altre quattro: un ulteriore tentativo di evitare lo scontro.

Quello che la Corte Suprema non avrebbe mai fatto è permettere a Edelstein di procrastinare il voto sulla sua carica fin oltre i 28 giorni di tempo di cui dispone il premier incaricato Benny Gantz per formare il nuovo governo. Ma Edelstein non si è impegnato a rispettare nessuna scadenza, e ha giustificato il ritardo nell’indire il voto con alcuni seri argomenti legali: citando il consulente giuridico della Knesset Eyal Yinon, ha fatto notare che in passato diversi presidenti non sono stati eletti per settimane o addirittura un mese dopo l’insediamento della nuova Knesset, proprio per attendere la formazione della nuova maggioranza di governo. La Corte Suprema ha risposto che si trattava di eccezioni e che comunque in nessuno di quei casi il presidente in carica ad interim si era contrapposto alla chiara volontà della maggioranza di 61 parlamentari.

Gli sviluppi dei prossimi giorni ci diranno se la Corte Suprema israeliana avrà riaffermato il proprio ruolo di arbitro in una seria crisi istituzionale, o se al contrario vi avrà posto fine.

(Da: Jerusalem Post, 24.3.20)