Se un ebreo sale al Monte del Tempio

Un diritto è un diritto, e non importa se chi lo esercita è un ministro che sta più o meno antipatico

Di John Minster, David M. Weinberg, Caroline Glick, Jonathan S. Tobin, Charles Miller

John Minster

Scrive John Minster: Il cosiddetto status quo è in vigore dalla fine della guerra dei sei giorni (1967). Israele, dopo aver conquistato il Monte del Tempio occupato dalla Giordania, con una decisione presa dall’allora ministro della difesa Moshe Dayan ne assegnò il controllo a un organo amministrativo giordano nella speranza che questo contribuisse a tranquillizzare gli aggressori arabi sconfitti. Non andò così, e ancora oggi gli ebrei pagano il prezzo di quella decisione. Oggi i musulmani godono di ampi diritti circa l’accesso al sito e la pratica del culto, mentre gli ebrei possono accedervi solo durante fasce orarie molto ristrette e in aree specifiche, sempre strettamente monitorati dalla polizia che si assicura che non accennino alla minima manifestazione di preghiera. Come ha correttamente sottolineato il governo israeliano, la visita di Itamar Ben Gvir non ha violato questo status quo. Il controverso leader di Otzma Yehudit era già salito sul Monte del Tempio molte volte, così come hanno fatto altri ministri israeliani. Nessuna legge, regolamento o pratica tradizionale è stata violata. Eppure, il mondo ha denunciato con veemenza il suo gesto.

La decisione di Ben-Gvir è stata saggia? È stato prudente? Probabilmente no. Il Monte del Tempio è da lungo tempo una delle aree più controverse del Medio Oriente, e più di un conflitto armato tra Israele e palestinesi è scoppiato a causa di eventi che lo riguardano. Ma questo è un discorso a parte. Il fatto puro e semplice è che la comunità internazionale attacca Israele per aver permesso a Ben Gvir di fare qualcosa che ha il diritto di fare, una cosa che ha fatto secondo le modalità in cui gli è consentito farlo, che ha già fatto altre volte e che molti altri ebrei fanno ogni anno. Se questo è il modo in cui il mondo reagisce a un ebreo di spicco, non importa quale, che visita nei termini più rigorosi il luogo più sacro dell’ebraismo, che probabilità ci sono c’è che il mondo riconosca e rispetti i legittimi diritti religiosi ebraici sul Monte del Tempio?

L’allora parlamentare Itamar Ben Gvir durante una visita al Monte del Tempio di Gerusalemme il 29 maggio 2022

Parliamoci chiaro. Con tutta evidenza, lo status quo in vigore sul Monte del Tempio è assurdo. Se domandassimo agli ebrei israeliani se gli ebrei devono avere il permesso di visitare e pregare sul Monte del Tempio, la maggior parte di loro direbbe di sì. Se si ponesse la stessa domanda a un qualunque osservatore realmente imparziale, anch’esso direbbe di sì. L’unica soluzione logica a lungo termine, come sa ogni persona ragionevole, che sia disposta o meno ad ammetterlo pubblicamente, è che identici diritti di visita e di preghiera valgano per tutti: musulmani, cristiani ed ebrei. Questo non significa che lo status quo debba cambiare ora, e nemmeno a breve, e non significa che è Ben Gvir colui che apporterà quel cambiamento (non lo è). Significa, tuttavia, che i toni da tragedia globale su questo argomento sono ingiustificati e controproducenti. Ben Gvir sa bene come la pensa (giustificatamene) la maggior parte degli israeliani. Andando sul Monte del Tempio, voleva che il mondo reagisse esattamente come ha fatto: ciò lo mette sotto i riflettori e dà l’idea, come ha cercato di sostenere in campagna elettorale, che lui è l’unico disposto a dire verità non dette e ad affrontare – in nome di un diritto in linea di principio incontestabile – le tensioni con palestinesi e arabi che gli altri politici israeliani preferiscono schivare. Reagendo come hanno reagito alla sua visita, gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi fanno il suo gioco. Tutto questo cancan permette a Ben Gvir di ergersi a grande difensore dei diritti degli ebrei sul Monte del Tempio, una posizione che gli fa molto comodo. Anche se (a buon diritto) lo trova esecrabile, la maggior parte degli ebrei israeliani solidarizza con la sua insistenza sui diritti degli ebrei nel luogo santo. Creare una crisi internazionale fantasma per una visita che non ha in alcun modo violato lo status quo non fa che rendere più propensi gli israeliani a sostenere lui, e altri come lui, che possono usare a loro vantaggio politico la grottesca situazione sul Monte del Tempio. Se, al contrario, i governi del mondo avessero semplicemente preso atto delle lamentele palestinesi e si fossero fermati a questo, l’immagine pubblica di Ben Gvir e la giustificazione della sua politica non ne avrebbero guadagnato. In effetti, probabilmente sarebbe stato ignorato, che è l’ultima cosa che lui vuole.

Un’ultima osservazione: è ragionevole presumere che, almeno da parte degli americani, la condanna di Ben Gvir sia stata fatta più che altro per mostrare ai palestinesi e alle parti del mondo arabo ancora dedite alla loro causa, che gli Stati Uniti rimangono un arbitro imparziale tra loro e Israele. Si può discutere la validità di tale obiettivo. Ma la vera domanda è: a quale prezzo? I palestinesi non vengono mai rabboniti da questo approccio, che anzi li incentiva a continuare a sostenere il terrorismo ed evitare seri negoziati. Mentre, dall’altra parte, vedere la Casa Bianca che condanna una visita legittima come quella di Ben Gvir non può che rendere gli israeliani ancora più disillusi circa il loro antico alleato. Gli americani in questo modo ricascano nella loro sventurata abitudine di rendere più probabile, e non meno, il conflitto in Medio Oriente, e ora nel farlo rafforzano pure gli esponenti politici che più detestano.
(Da: Times of Israel, 5.1.23)

David M. Weinberg

Scrive David M. Weinberg: L’ingiustificata reazione che si è scatenata per la visita di 13 minuti al Monte del Tempio del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ci dice una cosa: il mondo ha in totale disprezzo Israele. Il mondo pensa di poter dettare a Israele come deve amministrare il luogo più sacro al mondo (per gli ebrei), come deve definire chi è ebreo, dove gli israeliani possono e non possono vivere (pardon, insediarsi), quando la polizia e l’esercito israeliani possono aprire il fuoco contro aggressori e terroristi e via di questo passo. (…)

Il cosiddetto status quo sul Monte del Tempio è morto da tempo: ucciso dalla violenza palestinese e islamica, dai sermoni antisemiti che inneggiano alla violenza, dall’esasperante quanto grottesco negazionismo della realtà storica, dai vergognosi crimini archeologici, dalle aggressioni fisiche e verbali del Wakf islamico, dalla bellicosa e strisciante penetrazione giordana.

All’ordine del giorno, nel breve periodo, c’è la proposta di ampliare l’accesso al Monte del Tempio per ebrei e israeliani. Attualmente gli ebrei possono recarvisi solo dalla domenica al giovedì, per poche ore ogni mattina, sotto la stretta e spesso insolente supervisione del Wakf, e possono entrare solo attraverso uno dei nove accessi: quella Porta Mughrabi la cui decrepita e precaria passerella d’accesso avrebbe bisogno d’essere completamente ricostruita nonostante la pazzesca opposizione di palestinesi e giordani. Israele dovrebbe revocare queste restrizioni e tornare allo “status quo” istituito dopo la guerra dei sei giorni, quando gli ebrei (e i cristiani) avevano largo accesso al Monte del Tempio senza restrizioni di giorni e orari, esattamente come i musulmani.

Mezzo mondo, e gli ultra-liberal israeliani, stanno già urlando che questo “scatenerà una guerra in tutta la regione”, il che semplicemente non è vero. E già che siamo in argomento aggiungerò che sono fermamente contrario a qualsiasi proposito di interferire con il culto musulmano nella moschea sul Monte del Tempio. Ma ciò non significa che i diritti degli ebrei sul sito debbano essere delegittimati, denigrati e negati, o che il Wakf possa scatenare la sua guerra apocalittica contro Israele senza ritegno. Sono contrario a tutti gli estremisti, ma Ben-Gvir non ha violato lo status quo visitando il Monte del Tempio. Anche precedenti ministri della sicurezza nazionale lo hanno fatto. E se principi ereditari giordani e britannici e il ministro degli esteri turco possono visitare il Monte del Tempio senza nessuna interferenza, deve poterlo fare anche qualsiasi rabbino o rappresentante ufficiale israeliano. Ogni portavoce occidentale che ripeta la calunnia sugli israeliani che “vìolano” un luogo sacro musulmano o “prendono d’assalto il Nobile Santuario” non  fa che strizzare l’occhio e giustificare la violenza palestinese.
(Da: Jerusalem Post, 5.1.23)

Caroline B. Glick

Scrive Caroline Glick: La verità è che le condanne non hanno nulla a che fare con ciò che ha effettivamente fatto Ben-Gvir. “Gli Stati Uniti sono fermamente a favore della conservazione dello status quo storico circa i luoghi santi di Gerusalemme – ha detto il portavoce del Dipartimento di stato Ned Price – Ci opponiamo a qualsiasi azione unilaterale che comprometta lo storico status quo. Esse sono inaccettabili”. Ma, come ha affermato l’ufficio del primo ministro Netanyahu, Ben-Gvir non ha fatto nulla che comprometta lo status quo. Durante la sua visita di 13 minuti ha camminato lungo il percorso assegnato agli ebrei. Non ha recitato preghiere. E se n’è andato senza dire o fare altro.

Come ha documentato lo studioso Nadav Shragai in due libri e innumerevoli articoli, chi ha sistematicamente alterato lo status quo non è Israele, ma sono i funzionari musulmani sul Monte del Tempio, controllati dalla Giordania e dall’Autorità Palestinese attraverso il Wakf islamico. Negli anni ’70, il Wakf iniziò a usare per la prima volta la Cupola di Omar come una moschea. Nel 1996 e nel 1998 il Wakf costruì illegalmente altre due moschee sul Monte del Tempio.

Nel corso degli scavi e dei lavori, il Wakf distrusse deliberatamente una quantità incalcolabile di reperti di inestimabile valore archeologico, riversati insieme a cumuli di rifiuti nelle discariche della città. Con un lavoro paziente e scrupoloso di setacciatura andato avanti per più di un decennio per cercare di salvare ciò che si poteva da quello scempio, gli archeologi israeliani sono riusciti a recuperare una certa quantità di reperti coperti dalla spazzatura. Nel 2019, i musulmani hanno illegalmente costruito e iniziato a utilizzare una quarta moschea sul Monte del Tempio. Intanto hanno vietato agli ebrei di entrare nel Monte del Tempio attraverso due accessi che prima erano permessi.

Con il sostegno passivo e attivo di molti governi stranieri che oggi condannano Israele per la breve e tranquilla visita di Ben-Gvir, i funzionari musulmani sul Monte del Tempio hanno fatto ricorso a minacce di terrorismo e a pressioni internazionali per costringere Israele a non applicare le leggi sui lavori del Monte del Tempio e sulla loro supervisione archeologica. Hanno illegalmente issato su spalti e minareti le bandiere di nazioni straniere e di nemici di Israele come Turchia, Olp, Hamas, Hezbollah e altre entità jihadiste o filo-jihadiste. Tutte queste violazioni e illegalità sono state compiute mentre la Giordania, l’Autorità Palestinese, i loro agenti sul Monte del Tempio e i loro alleati in Occidente e nel mondo arabo accusavano falsamente Israele di minare lo status quo.

Dato questo contesto, è abbastanza chiaro che Ben-Gvir non ha causato nessun ripercussione. Nel peggiore dei casi, ha solo fornito un pretesto a coloro che mirano a rovesciare la sovranità di Israele a Gerusalemme per portare avanti i loro coerenti disegni politici. Ma se Ben-Gvir non avesse visitato il Monte del Tempio, costoro avrebbero trovato una scusa diversa. Avrebbero preso di mira e calunniato una qualunque altra azione, del tutto lecita, intrapresa da Israele o dagli ebrei nella capitale di Israele.

(Da: jns.org, 5.1.23)

Jonathan S. Tobin

Scrive Jonathan S. Tobin: Per coloro che erano convinti che nominare Itamar Ben-Gvir ministro della sicurezza nazionale israeliana equivalesse a piazzare una bomba a orologeria nel governo, la sua recente mossa è la prova che avevano ragione. Tuttavia, benché la sua prodezza possa certamente essere considerata avventata, la tesi secondo cui non può derivarne nulla di buono potrebbe essere sbagliata. Lo scopo di Ben-Gvir, almeno in parte, era di atteggiarsi davanti ai suoi sostenitori per dimostrare che non si lascerà mettere le redini dal suo nuovo capo Netanyahu. Ma vi sono anche alcuni benefici che potrebbero derivare dalla sua temeraria asserzione dei diritti degli ebrei sul luogo sacro. Molto dipende dalle conseguenze dell’incidente, cioè se incendierà tutto il paese come predicevano i suoi critici. Se invece si constaterà che minacce e allarmi erano più millanterie che vere anticipazioni, allora Ben-Gvir potrebbe aver segnato un punto importante. Se dovesse smascherare il bluff dei terroristi, la sua mossa finirà col fare molto di più che semplicemente promuovere le sue personali ambizioni come leader della destra. Potrebbe diventare il momento in cui Israele inizia a dimostrare pienamente che non permetterà più ai terroristi di esercitare un veto sullo status di Gerusalemme e dei suoi spazi più sacri.

Israele può continuare a ribadire che non altererà il discriminatorio status quo in vigore nel luogo più sacro dell’ebraismo, oggi trattato come un’enclave musulmana dove gli ebrei possono a mala pena entrare, ma mai pregare. Tuttavia, dimostrare che ai leader israeliani non sarà impedito di esercitare tale diritto da parte di coloro che considerano blasfemo il fatto stesso che gli ebrei vi mettano i loro “luridi piedi” – come una volta ebbe a dire il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen – potrebbe essere una necessaria affermazione dei diritti ebraici che alla fine potrebbe essere apprezzata anche da coloro che si scagliano contro le gesta di Ben-Gvir. (…)

Il problema nel trattare con i guanti di velluto la “sensibilità” musulmana riguardo al Monte del Tempio è che, sebbene sia sensato evitare problemi inutili, tuttavia tenere fuori gli ebrei e rifiutare loro eguali diritti alla preghiera rafforza la “narrativa” palestinese che nega la storia ebraica e i diritti degli ebrei su qualsiasi parte del Gerusalemme e del paese nel suo insieme.

Affidare a un provocatore seriale come Ben-Gvir il compito di navigare nel campo minato diplomatico che rappresenta il Monte del Tempi può essere stata per Netanyahu una necessità politica di cui forse già si pente. Eppure Ben-Gvir non ha torto a voler inviare ai palestinesi il messaggio che la loro negazione della storia ebraica non verrà tollerata. Anche se questo probabilmente non è il momento che Netanyahu avrebbe scelto per farlo, respingere minacce e bluff dei violenti e dei terroristi è un imperativo della sicurezza. Alla lunga, stabilire che nessuno può invalidare i diritti degli ebrei sul Monte del Tempio manda al mondo arabo e islamico il messaggio che Israele è qui per restare e che le fantasie palestinesi sulla sua distruzione devono essere respinte. Visto in questa prospettiva, Ben-Gvir si può comunque considerare avventato, ma la sua prodezza potrebbe fare più bene che male.
(Da: jns.org, 4.1.23)

Charles Miller

Scrive Charles Miller: Prima della guerra dei sei giorni del 1967 i luoghi sacri ebraici giacevano in rovina, epurati di qualsiasi presenza ebraica, senza che si sentisse nemmeno una parola di denuncia da parte delle nazioni del mondo. Com’è noto, dopo averne scacciato gli abitanti ebrei il governo giordano distrusse ogni vestigia della vita ebraica nella Città Vecchia di Gerusalemme, trasformò il più grande cimitero ebraico del mondo sul Monte degli Ulivi in un mucchio di immondizia volgarmente profanato, vietò ogni vista di ebrei in luoghi come il Muro Occidentale, la Grotta di Machpelah a Hebron, la Tomba di Rachele a Betlemme e altri luoghi sacri. In altre parole, prima del 1967 lo “storico status quo” costantemente invocato dalla Giordania e da altri paesi significava garantire che i luoghi santi di Gerusalemme fossero judenrein. In base a quello “status quo”, si accettava che quei siti potessero essere insozzati e profanati impunemente. Questi fatti storici non vengono mai ammessi né ricordati.

Ma la cosa non è finita con il 1967. Nel 2016, l’amministrazione Obama capeggiò l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 2334 che condannava qualsiasi atto di “alterazione della composizione demografica, del carattere e dello status del territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est” come una “flagrante violazione del diritto internazionale”. In parole povere, la risoluzione considerava illegale il ritorno degli ebrei nel quartiere ebraico della Città Vecchia ricostruito dopo la distruzione e la pulizia etnica operata dai giordani, la riconsacrazione dei luoghi sacri profanati e il restauro e ripristino di gran parte del patrimonio ebraico. (…)

Condannare una pacifica visita nel luogo più sacro del giudaismo come una inaccettabile violazione provocatoria significa sostenere che agli ebrei deve essere negato il diritto di riunirsi pacificamente nei loro luoghi sacri. Nessuno di coloro che lo fa tollererebbe mai la negazione di tali prerogative a nessun altro gruppo sociale, etnico o religioso. Giustamente lo considererebbero razzista. Ma quando si tratta di Israele e della sensibilità ebraica, non è così. Nessuno di costoro ha mai denunciato la presenza di musulmani o cristiani al Muro Occidentale (“del pianto”). Nessuno ha mai condannato dei non ebrei per aver visitato luoghi santi ebraici in Israele. Israele non ha mai negato il libero accesso a questi siti. Invece agli arabi musulmani è consentito negare tale accesso agli ebrei. Un doppio standard nauseante.
(Da: jns.org, 5.1.23)