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Gli Stati Uniti e altri 21 paesi hanno sottoscritto una severa reprimenda al Consiglio Onu per i diritti umani dopo che la relativa Commissione d’inchiesta ha pubblicato la scorsa settimana un primo rapporto in cui condanna unilateralmente lo stato ebraico. “Riteniamo che la natura stessa della Commissione istituita lo scorso maggio – ha letto l’ambasciatrice Usa Michèle Taylor alla 50esima sessione del Consiglio Onu per i diritti umani a Ginevra, dove il rapporto era in discussione lunedì – costituisca un’ulteriore dimostrazione della vecchia e sproporzionata attenzione riservata a Israele in seno al Consiglio, che deve cessare. Continuiamo a pensare che questo sproporzionato scrutinio di vecchia data debba finire e che il Consiglio debba affrontare tutte le preoccupazioni sui diritti umani, indipendentemente dal paese, in modo imparziale. Purtroppo temiamo che la Commissione d’inchiesta contribuirà ulteriormente alla polarizzazione di una situazione che preoccupa così tanti di noi”. Oltre a Usa e Israele, la dichiarazione è stata firmata da Austria, Bulgaria, Brasile, Canada, Camerun, Colombia, Croazia, eSwatini, Germania, Guatemala, Ungheria, Liberia, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Macedonia del Nord, Olanda, Palau, Togo e Regno Unito.

Il Libano accusa Israele d’aver posizionato, la scorsa settimana, la nuova piattaforma per il gas in un’area di mare contesa tra i due paesi, cosa che Israele nega. Un’indagine condotta da Ha’aretz su immagini satellitari, e sui documenti presentati dallo stesso Libano all’Onu a sostegno della sua accusa, conferma la versione di Gerusalemme mostrando che il bastimento per l’estrazione del gas di stanza sul giacimento Karish, al largo di Haifa, si trova 10 km a sud-ovest dell’area che il Libano rivendica come confine marittimo conteso.

Da Ha’aretz, 12.6.22 (clicca per ingrandire)

Il quotidiano Washington Post ha pubblicato domenica le conclusioni di una sua inchiesta da cui risulta che la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco delle truppe israeliane. Il Washington Post afferma d’aver basato l’inchiesta sull’esame di decine di post e foto sui social network, oltre a due sopralluoghi, due analisi acustiche indipendenti e alle testimonianze dei colleghi palestinesi della giornalista di Al-Jazeera. Le Forze di Difesa israeliane hanno ribadito di non aver mai escluso l’eventualità che Abu Akleh sia stata colpita da un soldato e di aver anche individuato, nel corso della propria indagine, quella che potrebbe essere l’arma in questione. Ma hanno anche ribadito che per arrivare a una conclusione è necessario un esame balistico del proiettile, che l’Autorità Palestinese continua a rifiutarsi di mettere a disposizione per un esame forense congiunto alla presenza di rappresentanti americani. Il reportage del Washington Post fa seguito a servizi analoghi di CNN e New York Times. Tuttavia, a differenza di CNN, Al Jazeera e Autorità Palestinese, il Washington Post non sostiene che Abu Akleh sia stata uccisa in un attacco deliberato. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, Aviv Kohavi, ha affermato: “Una cosa che può essere stabilita con certezza: nessun soldato israeliano ha deliberatamente sparato contro la giornalista. Abbiamo esaminato la cosa e questa è l’unica conclusione”.

 

Un disegno di legge volto a rinnovare l’applicazione del diritto israeliano ai cittadini israeliani che vivono in Cisgiordania è stato bocciato in prima lettura, lunedì sera alla Knesset, in una votazione che ha visto schierati contro il governo l’opposizione di destra e la Lista (araba) Congiunta insieme a due parlamentari della coalizione di maggioranza che hanno votato contro la misura e altri quattro parlamentari della coalizione che non si sono presentati al voto. Il risultato costituisce una seria battuta d’arresto per la risicata coalizione di governo, con l’opposizione decisa a metterla in crisi anche a costo di bocciare un provvedimento che sostiene ideologicamente, e la cui caduta potrebbe creare una situazione caotica senza precedenti nello status dei cittadini israeliani in Cisgiordania. I parlamentari Ghaida Rinawie Zoabi del Meretz e Mazen Ghanaim di Ra’am sono i membri della coalizione che hanno votato contro il disegno di legge. Gli altri tre parlamentari di Ra’am non si sono presentati al voto, così come la parlamentare di Yamina Idit Silman, già precedentemente passata all’opposizione. Il conteggio finale è stato di 52 voti favorevoli e 58 contrari (essendo altri parlamentari assenti a causa di Covid e altri impedimenti). La legge che estende il diritti israeliano ai cittadini che vivono in Cisgiordania deve essere rinnovata ogni cinque anni e scade con la fine di giugno. Il governo intende rimettere in votazione il disegno di legge nelle prossime settimane.

Hamas, Jihad Islamica Palestinese e altri gruppi terroristi stanno montando una violenta campagna di proclami e minacce in vista della “sfilata delle bandiere”, un evento organizzato ogni anno nella ricorrenza della riunificazione della città di Gerusalemme nel 1967 (dopo 19 anni di occupazione giordana e divieto di ogni presenza ebraica nella parte est della città), che vede tradizionalmente sfilare migliaia di giovani israeliani lungo i vicoli della Città Vecchia fino al Muro Occidentale (“del Pianto”), luogo santo ebraico il cui accesso fu totalmente vietato agli ebrei durante i due decenni di occupazione giordana. Mercoledì Hassan Nasrallah, capo della milizia libanese filo-iraniana Hezbollah, ha sostenuto che i partecipanti alla sfilata intendono “distruggere le moschee” sul Monte del Tempio. Giovedì Hamas ha esortato ai palestinesi a recarsi in massa alla moschea di al-Aqsa “per bloccare i piani dell’occupazione”, aggiungendo: “Non tollereremo profanazioni della al-Aqsa né delinquenza per le strade di Gerusalemme” (riferimento al tradizionale sventolìo di bandiere israeliane). Il ministro di pubblica sicurezza israeliano Omer Barlev ha detto che la polizia approverà il corteo, previsto per domenica, in base alle raccomandazioni di Forze di Difesa e agenzie di sicurezza, secondo le quali modificare il percorso rispetto agli anni passati verrebbe propagandato da Hamas e altri gruppi terroristi come una vittoria e un’affermazione di sovranità. L’anno scorso, il cambiamento all’ultimo minuto del percorso non impedì a Hamas di lanciare una raffica di razzi verso Gerusalemme, mettendo a rischio gli stessi luoghi santi che sostiene di difendere e scatenando una guerra di 11 giorni. Anche il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha affermato che il percorso deve rimanere invariato.

La Corte distrettuale di Gerusalemme ha annullato, mercoledì, la sentenza di un tribunale di grado inferiore ripristinando il divieto di ingresso nella Città Vecchia di Gerusalemme decretato dalla polizia a carico di quattro adolescenti ebrei che hanno pregato sul Monte del Tempio. “Impossibile minimizzare la delicatezza del Monte del Tempio, uno dei luoghi più esplosivi del Medio Oriente e forse del mondo intero”, ha scritto la giudice Einat Avman-Moller. I quattro erano stati fermati dalla polizia dopo che si erano inchinati e avevano recitato lo “Shema Israel” sulla spianata fra le moschee (considerato il luogo più sacro dell’ebraismo e il terzo luogo sacro dell’islam), violando la norma dello status quo secondo cui solo i musulmani possono pregare sul Monte del Tempio mentre i non-musulmani possono recarvisi ma non possono né pregare né compiere nessun altro gesto o rito religioso. I quattro ragazzi avevano presentato ricorso contro il bando, sostenendo d’essersi basati sulla dichiarazione del commissario-capo della polizia Kobi Shabtai che aveva garantito libertà di culto per tutti a Gerusalemme. Il giudice di primo grado Zion Saharay aveva accolto il ricorso, spiegando che non riteneva che inchinarsi e recitare una preghiera fosse motivo sufficiente per limitare la libertà di movimento, che è un diritto costituzionale. Il giudice aveva comunque sottolineato che la decisione riguardava esclusivamente l’ordine restrittivo del caso specifico, senza alcun riferimento alle norme generali sulla preghiera ebraica al Monte del Tempio. Anche l’ufficio del primo ministro israeliano aveva immediatamente dichiarato che non era previsto alcun cambiamento allo status quo. Ciononostante, la sentenza di primo grado aveva scatenato accese e minacciose reazioni da parte islamica, comprese Giordania e Autorità Palestinese. Intanto la polizia israeliana presentava ricorso contro la prima sentenza. Ora il tribunale distrettuale le ha dato ragione, spiegando che il diritto alla libertà di culto ebraico sul Monte del Tempio “non è assoluto e deve essere commisurato ad altri interessi, tra cui la salvaguardia dell’ordine pubblico”.

Le Forze di Difesa israeliane hanno respinto un servizio di martedì sera della CNN, basato su testimonianze di parte, secondo cui la giornalista di al Jazeera Shireen Abu Akleh sarebbe stata deliberatamente uccisa dai militari. Le Forze di Difesa israeliane hanno ribadito che l’accusa di una uccisione deliberata è infondata e che non ci possono essere risultati conclusivi sulle circostanze dell’incidente senza un esame balistico del proiettile. “Le Forze di Difesa israeliane – si legge nella nota – stavano operando a Jenin per arrestare sospetti terroristi, dopo che 11 civili israeliani erano stati uccisi in attentati perpetrati da terroristi provenienti dall’area di Jenin, e per prevenire ulteriori attentati. Palestinesi armati hanno sparato indiscriminatamente centinaia di colpi contro le truppe, trasformando il campo di Jenin in una zona di guerra. Le Forze di Difesa israeliane – prosegue la nota – esprimono le loro condoglianze per la morte di Shireen Abu Akleh e chiedono all’Autorità Palestinese di collaborare in un’indagine forense, insieme a rappresentanti degli Stati Uniti, per arrivare a una conclusione definitiva. Senza un’indagine seria e professionale è impossibile stabilire dove ha avuto origine il colpo, e tale indagine deve essere eseguita meticolosamente e sulla base di prove”. “Le affermazioni della CNN secondo cui le Forze di Difesa israeliane hanno sparato intenzionalmente alla giornalista non hanno fondamento – ha affermato il vice ministro degli esteri israeliano Idan Roll – Il rapporto della CNN è pieno di imprecisioni e testimonianze inaffidabili. Chiediamo ancora una volta ai palestinesi di collaborare con Israele nelle indagini sull’incidente, ma loro continuano a rifiutare. Cosa hanno da nascondere?”

La parlamentare araba israeliana del Meretz Ghaida Rinawie Zoabi ha deciso domenica di tornare nella coalizione, tre giorni dopo l’annuncio del suo ritiro. La decisione è stata presa al termine di un incontro con il ministro degli esteri e vice primo ministro Yair Lapid, al quale hanno partecipato vari politici e sindaci arabi che hanno fatto pressione sulla parlamentare perché non mettesse in pericolo la coalizione di governo. L’annuncio di Zoabi della scorsa settimana aveva messo il governo in minoranza alla Knesset. Con il suo rientro, il rapporto coalizione/opposizione torna 60 seggi contro 60.

La parlamentare araba israeliana Ghaida Rinawie Zoabi del partito di sinistra Meretz, ha ritirato giovedì il proprio sostegno al governo, annunciando contemporaneamente che non accetterà la sua già annunciata nomina a Console generale d’Israele a Shanghai. In una lettera ai leader della coalizione (il primo ministro Naftali Bennett e il ministro degli esteri Yair Lapid), Zoabi motiva la scelta dicendo che il governo si è spostato troppo a destra (specie nel rapporto con i cittadini arabi). Solo sei settimane fa la parlamentare Idit Silman, del partito di destra Yamina, aveva fatto la stessa scelta dicendo che la politica del governo non è abbastanza di destra (specie nel rapporto con i cittadini ebrei osservanti). Mentre l’abbandono di Silman aveva portato la coalizione alla parità in parlamento con l’opposizione (60 seggi contro 60), l’abbandono di Rinawie Zoabi mette la coalizione in minoranza (59 a 61). Tuttavia, l’opposizione si presenta profondamente divisa tra un blocco destra-religiosi di 54 parlamentari e, dall’altra parte, i 6 parlamentari della Lista (araba) Congiunta più Rinawie Zoabi. Due parlamentari del blocco destra-religiosi (Idit Silman e Amichai Shikli), essendo stati eletti come membri del partito della coalizione Yamina, non possono votare contro la coalizione se non in un voto di sfiducia costruttiva. Secondo fonti citate da Ha’aretz e dalla tv pubblica Kan, Zoabi avrebbe indicato che, nonostante le sue dimissioni dalla coalizione, non intende far cadere l’attuale governo di minoranza.

Le forze israeliane hanno sventato un attentato all’arma bianca, martedì vicino a Nablus, quando un palestinese armato di coltello si è avventato contro i soldati in servizio a un posto di controllo, ma è stato colpito e ferito dalla reazione dei militari. Nelle prime ore di lunedì mattina, un altro attentato è stato sventato a est di Ariel quando è stato individuato in tempo e arrestato un 22enne palestinese di Al-Bireh munito di ascia che da un’ora si aggirava in auto alla ricerca di un civile ebreo isolato da colpire. Nell’auto è stato anche trovato il suo “testamento da martire” suicida. Intanto, lunedì sera, un secondo funerale “politico” a Gerusalemme est (dopo quello della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh) è degenerato in scontri con la polizia israeliana a causa dell’intervento violento di agitatori palestinesi. Già all’inizio del funerale del militante di Hamas (deceduto sabato in seguito a lesioni cerebrali riportate durante gli scontri del mese scorso sul Monte del Tempio), un veicolo si è scagliato verso un cordone di poliziotti, i quali l’hanno fermato sparando alle gomme e hanno arrestato i cinque palestinesi a bordo. La polizia aveva coordinato il funerale con la famiglia del defunto, ma violenti scontri sono scoppiati sul Monte del Tempio e in altri luoghi di Gerusalemme est quando centinaia di palestinesi hanno lanciato una raffica di pietre e ordigni a polvere pirica contro le forze israeliane, sventolando bandiere di Hamas. Feriti numerosi passanti e sei poliziotti, molti i veicoli danneggiati. Hamas e Jihad Islamica hanno invocato un’escalation di scontri con le forze israeliane.

Lunedì, all’uscita dalla moschea al-Aqsa: ancora una volta agitatori palestinesi si sono impadroniti della bara del defunto (un militante di Hamas), facendo degenerare il funerale in scontri e violenze (clicca per ingrandire)