Sezione: News

Secondo i dati del palestinese Women’s Center for Legal Aid and Counseling, il femminicidio è in aumento nella striscia di Gaza, con più donne che muoiono a causa di gravi percosse da parte di mariti che ricevono condanne clementi a causa di leggi “obsolete e discriminatorie” che giustificano i cosiddetti “delitti d’onore”. Ayah Alwakil, avvocata del Centro palestinese per i diritti umani, ha affermato che spesso le donne considerano la violenza dei loro mariti un comportamento normale nella società patriarcale di Gaza, controllata dal gruppo islamista Hamas. “Molte donne non conoscono i loro diritti – ha aggiunto Alwakil, citata da AFP – altre hanno paura di andare in tribunale per mancanza di sostegno da parte delle famiglie”. Inoltre, le donne che cercano di sfuggire alla violenza domestica abbandonando “il tetto coniugale” rischiano di perdere i propri figli.

Individuato e fermato in tempo, venerdì, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un arabo armato di coltello che pedinava dei fedeli ebrei suscitando i sospetti di una pattuglia di polizia. Dai primi accertamenti è emerso che il sospettato intendeva affettivamente compiere un attentato all’arma bianca.

Secondo quanto riferito da mass-media libanesi, lunedì scorso l’arcivescovo maronita di Haifa e Terra Santa Moussa El-Hage è stato detenuto per oltre 12 ore al suo rientro in Libano da Israele con denaro e aiuti avuti da libanesi che vivono in Israele e destinati ai loro parenti in Libano. L’arcivescovo si sposta regolarmente tra Libano e Israele grazie ad accordi speciali presi per il clero cristiano. Questa è la prima volta che viene arrestato durante il tragitto. Il giudice libanese Fadi Akiki, responsabile del fascicolo, ha detto al quotidiano libanese An-Nahar d’aver solo applicato la legge su tutto ciò che entra in Libano da Israele. “Rispetto la chiesa, ma c’è una legge per il boicottaggio di Israele ed è mio dovere come giudice applicarla”, ha detto Akiki. Vivaci proteste da parte di esponenti libanesi maroniti, secondo i quali il governo li sta prendendo di mira a causa delle dichiarazioni anti-Hezbollah fatte dal patriarca maronita Bechara Boutros al-Rahi.

Il Ministero della giustizia russo ha chiesto al tribunale distrettuale Basmanny di Mosca di decretare lo scioglimento del ramo locale dell’Agenzia Ebraica, il più grande ente para-governativo israeliano dedicato ad agevolare l’immigrazione ebraica in Israele. Lo ha riferito giovedì pomeriggio l’agenzia di stampa RIA Novosti dicendo che l’udienza è fissata per il 28 luglio. Una decina di giorni fa, il Ministero russo aveva inviato all’Agenzia Ebraica una lettera, citata dal Jerusalem Post, contenente un elenco di presunte violazioni della legge. Secondo una fonte diplomatica israeliana di alto livello, la Russia accusa l’Agenzia Ebraica di raccogliere “illegalmente” informazioni sui cittadini ebrei russi (un’attività che attiene alla sua azione di monitoraggio delle potenziali richieste di aliyà). Va notato che nelle scorse settimane la Russia ha ampliato la sua definizione di “agente straniero” includendo “coloro che prendono parte a qualsiasi attività che le autorità stabiliscono sia contraria agli interessi nazionali della Russia o che ricevono sostegno dall’estero di qualsiasi tipo, non solo monetario”. Queste mosse delle autorità russe potrebbero gravemente ostacolare la facoltà degli ebrei russi di trasferirsi in Israele, riportandoli nella situazione di oltre trent’anni fa. La causa contro l’Agenzia Ebraica arriva nel momento in cui è diventato primo ministro israeliano Yair Lapid, che in precedenza da ministro degli esteri era stato apertamente critico nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, la politica di Israele sull’Ucraina non è cambiata sotto Lapid e Gerusalemme continua a inviare a Kiev solo aiuti umanitari e non militari.

Saranno telecamere telecomandate a fare il lavoro finora svolto delle forze di pace guidate dagli Stati Uniti allo stretto di Tiran (Sharm el-Sheikh), e cioè garantire che sia mantenuta la libertà di accesso al Golfo di Aqaba, la cui costa è condivisa da Israele e da tre stati arabi. L’isola di Tiran, che si trova nello stretto omonimo (il cui blocco da parte dell’Egitto nel maggio 1967 contribuì a scatenare la guerra dei sei giorni), è stata ceduta nel 2017 dall’Egitto all’Arabia Saudita insieme alla vicina isola di Sanafir. Durante la visita in Israele e Arabia Saudita della scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato che il piccolo contingente “Multinational Force and Observers” a Tiran verrà ritirato e un funzionario ha detto alla Reuters che sarà sostituito da un sistema basato su telecamere. Il contingente aveva il compito di monitorare il rispetto dell’accordo di pace del 1979 tra Egitto e Israele (che prevede anche forze di pace attualmente schierate nel Sinai smilitarizzato). La gestione delle telecamere sull’isola di Tiran, ora controllata da Riad, potrebbe comportare un coordinamento della sicurezza tra Israele e Arabia Saudita, due paesi che al momento che non hanno rapporti diplomatici ufficiali.

Come preannunciato, entro giovedì sera le forze di polizia israeliane hanno fatto sgomberare tutti i sette avamposti illegali (in pratica, accampamenti) istituiti da mercoledì in Cisgiordania ad opera di alcune centinaia di attivisti di un’organizzazione di estrema destra che miravano a mettere il governo di fronte al fatto compiuto.

Uno scavo preventivo, condotto dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Gerusalemme presso il Monte del Tempio (in vista dei lavori per garantire un passaggio per disabili tra Città Vecchia e Muro Occidentale), ha portato alla luce un bagno rituale ebraico (mikvè) risalente al tardo periodo del Secondo Tempio (I sec. e.v.), in cima a quella che il coevo storico Giuseppe Flavio definiva “Città Alta”, cioè l’area dove viveva l’élite di Gerusalemme ai tempi di Erode il Grande. Il bagno rituale si trovava all’interno di una villa privata ed è ricavato nel basamento roccioso, con soffitto a volta e pregevoli murature tipiche del periodo erodiano. Nei pressi della villa è stata scoperta una cisterna d’acqua intonacata. La struttura risulta utilizzata fino alla distruzione del Secondo Tempio da parte di Roma nel 70 e.v. Gli scavi, supervisionati da Michal Haber e Oren Gutfeld dell’Università di Gerusalemme, hanno portato alla luce anche altri reperti che vanno dal periodo del Secondo Tempio ai periodi romano-bizantino e ottomano. In particolare, è stata trovata una vasca costruita dai soldati della X Legione di Roma di stanza a Gerusalemme dopo l’istituzione nel 130 e.v. della colonia romana Aelia Capitolina recante le lettere “LXF” (Decima Legio Fretensis), e una lampada bizantina con la scritta in greco “La luce di Cristo risplende per tutti”.

Il bagno rituale ebraico (a sinistra) e i circostanti resti di strutture di epoca erodiana (clicca per ingrandire)

Un video postato su TikTok mostra una recita scolastica in cui gli allievi della scuola superiore araba Anata di Gerusalemme est, vestiti da miliziani, inscenano “l’esecuzione” di altri giovani vestiti ebrei religiosi, bendati e in ginocchio. Nel video, si sente il folto pubblico di allievi esultare mentre gli attori-studenti puntano le armi e sventolano bandiere palestinesi. Il Ministero dell’istruzione israeliano ha condannato l’episodio, chiarendo che la scuola in questione è sotto il pieno controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese.

Clicca l’immagine per il video ripostato su Twitter

Colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi martedì dalla striscia di Gaza verso un’officina nella comunità israeliana di Netiv Ha’asara, vicina al confine. Le Forze di Difesa israeliane hanno reagito colpendo un posto d’osservazione di Hamas presso Beit Hanoun, nel nord della striscia. Sabato scorso, poche ore dopo la partenza da Israele del presidente Usa Joe Biden alla volta dell’Arabia Saudita, quattro razzi erano stati lanciati da Gaza verso il sud di Israele. Le forze israeliane avevano reagito colpendo obiettivi militari di Hamas nella striscia. Martedì pomeriggio un autista israeliano 41enne è stato ferito in un attacco terroristico all’arma bianca mentre era alla guida di un autobus, presso lo svincolo Ramot (Gerusalemme nord). L’aggressore palestinese è stato a sua volta ferito da un passante presente alla scena. Hamas ha celebrato l’attentato come “atto eroico”.

Il Comitato Onu contro la tortura (organismo con sede a Ginevra, sussidiario dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani) si concentra per la prima volta sull’Autorità Palestinese per determinare se i suoi comportamenti sono conformi alla “Convenzione delle Nazioni Unite contro tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti”. L’esame riguarda anche le azioni di Hamas nella striscia di Gaza. Il Comitato Onu contro la tortura, composto da 10 membri, ha il compito di esaminare ogni quattro anni tutti i paesi aderenti alla Convenzione (ad oggi, 174). Tuttavia, questa è la prima volta che esamina l’Autorità Palestinese benché essa abbia aderito alla Convenzione sin dal 2014. “Continuano a emergere prove di torture diffuse e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti dei detenuti nelle carceri palestinesi in Cisgiordania e Gaza” dice Hillel Neuer, direttore di “UN Watch” che martedì ha pubblicato sul suo sito web un rapporto che mostra le sistematiche pratiche di tortura utilizzate da Autorità Palestinese e da Hamas sui detenuti tra cui persone LGBTQ, attivisti per i diritti umani e palestinesi accusati di vendere terreni a israeliani o di collaborare in altro modo con lo stato ebraico. Oltre a questo, il Comitato Onu contro la tortura dovrebbe esaminare altri rapporti presentati da ong americane, palestinesi e israeliane tra cui Human Rights Watch, il Palestinian Coalition Against Torture, la Clinic on International Human Rights dell’Università di Gerusalemme e altri che non fanno mai notizia sui mass-media e a livello politico-diplomatico