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La giornalista palestinese Rafa Mismar è stata espulsa dal Sindacato dei giornalisti palestinesi con l’accusa di promuovere la normalizzazione con Israele dopo che ha attivamente partecipato, il mese scorso, a una Cerimonia Congiunta israelo-palestinese in memoria dei caduti (che si tiene ogni anno dal 2006 su iniziativa di attivisti pacifisti). Il Sindacato dei giornalisti palestinesi (dominato da Fatah, la fazione che fa capo ad Abu Mazen) ha definito la cerimonia “una conferenza per la normalizzazione”, affermando che la partecipazione di Mismar alla cerimonia e ad altri incontri con israeliani indica la sua “ostinazione nel perseguire una politica rifiutata dal nostro popolo, dalle nostre istituzioni e dai nostri sindacati”.

Israele ha annunciato giovedì il rilascio di altri 2.000 permessi di ingresso per lavoratori palestinesi della striscia di Gaza (controllata da Hamas), portando il totale a 14.000. La decisione è stata presa dopo una valutazione della situazione della sicurezza nell’ambito dell’attuazione della disposizione del ministro della difesa Benny Gantz di portare presto il totale dei permessi a 20.000.

Israele, Egitto e Unione Europea hanno firmato mercoledì un accordo volto ad aumentare le vendite di gas naturale liquefatto ai paesi UE che mirano a diversificare gli approvvigionamenti per diminuire la loro dipendenza dalle forniture energetiche russe. In base all’accordo firmato al Cairo, Israele invierà gas in Egitto perché venga liquefatto per l’esportazione via mare.

E’ terminato davanti al tribunale distrettuale di Beersheba il processo a carico di Mohammad el-Halabi, già a capo della filiale di Gaza dell’organizzazione umanitaria cristiana internazionale World Vision, trovato colpevole d’aver dirottato fino a 50 milioni di dollari a favore di Hamas per pagare terroristi, acquistare armi e finanziare le attività del gruppo.

Gli Stati Uniti e altri 21 paesi hanno sottoscritto una severa reprimenda al Consiglio Onu per i diritti umani dopo che la relativa Commissione d’inchiesta ha pubblicato la scorsa settimana un primo rapporto in cui condanna unilateralmente lo stato ebraico. “Riteniamo che la natura stessa della Commissione istituita lo scorso maggio – ha letto l’ambasciatrice Usa Michèle Taylor alla 50esima sessione del Consiglio Onu per i diritti umani a Ginevra, dove il rapporto era in discussione lunedì – costituisca un’ulteriore dimostrazione della vecchia e sproporzionata attenzione riservata a Israele in seno al Consiglio, che deve cessare. Continuiamo a pensare che questo sproporzionato scrutinio di vecchia data debba finire e che il Consiglio debba affrontare tutte le preoccupazioni sui diritti umani, indipendentemente dal paese, in modo imparziale. Purtroppo temiamo che la Commissione d’inchiesta contribuirà ulteriormente alla polarizzazione di una situazione che preoccupa così tanti di noi”. Oltre a Usa e Israele, la dichiarazione è stata firmata da Austria, Bulgaria, Brasile, Canada, Camerun, Colombia, Croazia, eSwatini, Germania, Guatemala, Ungheria, Liberia, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Macedonia del Nord, Olanda, Palau, Togo e Regno Unito.

Il Libano accusa Israele d’aver posizionato, la scorsa settimana, la nuova piattaforma per il gas in un’area di mare contesa tra i due paesi, cosa che Israele nega. Un’indagine condotta da Ha’aretz su immagini satellitari, e sui documenti presentati dallo stesso Libano all’Onu a sostegno della sua accusa, conferma la versione di Gerusalemme mostrando che il bastimento per l’estrazione del gas di stanza sul giacimento Karish, al largo di Haifa, si trova 10 km a sud-ovest dell’area che il Libano rivendica come confine marittimo conteso.

Da Ha’aretz, 12.6.22 (clicca per ingrandire)

Il quotidiano Washington Post ha pubblicato domenica le conclusioni di una sua inchiesta da cui risulta che la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco delle truppe israeliane. Il Washington Post afferma d’aver basato l’inchiesta sull’esame di decine di post e foto sui social network, oltre a due sopralluoghi, due analisi acustiche indipendenti e alle testimonianze dei colleghi palestinesi della giornalista di Al-Jazeera. Le Forze di Difesa israeliane hanno ribadito di non aver mai escluso l’eventualità che Abu Akleh sia stata colpita da un soldato e di aver anche individuato, nel corso della propria indagine, quella che potrebbe essere l’arma in questione. Ma hanno anche ribadito che per arrivare a una conclusione è necessario un esame balistico del proiettile, che l’Autorità Palestinese continua a rifiutarsi di mettere a disposizione per un esame forense congiunto alla presenza di rappresentanti americani. Il reportage del Washington Post fa seguito a servizi analoghi di CNN e New York Times. Tuttavia, a differenza di CNN, Al Jazeera e Autorità Palestinese, il Washington Post non sostiene che Abu Akleh sia stata uccisa in un attacco deliberato. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, Aviv Kohavi, ha affermato: “Una cosa che può essere stabilita con certezza: nessun soldato israeliano ha deliberatamente sparato contro la giornalista. Abbiamo esaminato la cosa e questa è l’unica conclusione”.

 

Un disegno di legge volto a rinnovare l’applicazione del diritto israeliano ai cittadini israeliani che vivono in Cisgiordania è stato bocciato in prima lettura, lunedì sera alla Knesset, in una votazione che ha visto schierati contro il governo l’opposizione di destra e la Lista (araba) Congiunta insieme a due parlamentari della coalizione di maggioranza che hanno votato contro la misura e altri quattro parlamentari della coalizione che non si sono presentati al voto. Il risultato costituisce una seria battuta d’arresto per la risicata coalizione di governo, con l’opposizione decisa a metterla in crisi anche a costo di bocciare un provvedimento che sostiene ideologicamente, e la cui caduta potrebbe creare una situazione caotica senza precedenti nello status dei cittadini israeliani in Cisgiordania. I parlamentari Ghaida Rinawie Zoabi del Meretz e Mazen Ghanaim di Ra’am sono i membri della coalizione che hanno votato contro il disegno di legge. Gli altri tre parlamentari di Ra’am non si sono presentati al voto, così come la parlamentare di Yamina Idit Silman, già precedentemente passata all’opposizione. Il conteggio finale è stato di 52 voti favorevoli e 58 contrari (essendo altri parlamentari assenti a causa di Covid e altri impedimenti). La legge che estende il diritti israeliano ai cittadini che vivono in Cisgiordania deve essere rinnovata ogni cinque anni e scade con la fine di giugno. Il governo intende rimettere in votazione il disegno di legge nelle prossime settimane.

Hamas, Jihad Islamica Palestinese e altri gruppi terroristi stanno montando una violenta campagna di proclami e minacce in vista della “sfilata delle bandiere”, un evento organizzato ogni anno nella ricorrenza della riunificazione della città di Gerusalemme nel 1967 (dopo 19 anni di occupazione giordana e divieto di ogni presenza ebraica nella parte est della città), che vede tradizionalmente sfilare migliaia di giovani israeliani lungo i vicoli della Città Vecchia fino al Muro Occidentale (“del Pianto”), luogo santo ebraico il cui accesso fu totalmente vietato agli ebrei durante i due decenni di occupazione giordana. Mercoledì Hassan Nasrallah, capo della milizia libanese filo-iraniana Hezbollah, ha sostenuto che i partecipanti alla sfilata intendono “distruggere le moschee” sul Monte del Tempio. Giovedì Hamas ha esortato ai palestinesi a recarsi in massa alla moschea di al-Aqsa “per bloccare i piani dell’occupazione”, aggiungendo: “Non tollereremo profanazioni della al-Aqsa né delinquenza per le strade di Gerusalemme” (riferimento al tradizionale sventolìo di bandiere israeliane). Il ministro di pubblica sicurezza israeliano Omer Barlev ha detto che la polizia approverà il corteo, previsto per domenica, in base alle raccomandazioni di Forze di Difesa e agenzie di sicurezza, secondo le quali modificare il percorso rispetto agli anni passati verrebbe propagandato da Hamas e altri gruppi terroristi come una vittoria e un’affermazione di sovranità. L’anno scorso, il cambiamento all’ultimo minuto del percorso non impedì a Hamas di lanciare una raffica di razzi verso Gerusalemme, mettendo a rischio gli stessi luoghi santi che sostiene di difendere e scatenando una guerra di 11 giorni. Anche il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha affermato che il percorso deve rimanere invariato.

La Corte distrettuale di Gerusalemme ha annullato, mercoledì, la sentenza di un tribunale di grado inferiore ripristinando il divieto di ingresso nella Città Vecchia di Gerusalemme decretato dalla polizia a carico di quattro adolescenti ebrei che hanno pregato sul Monte del Tempio. “Impossibile minimizzare la delicatezza del Monte del Tempio, uno dei luoghi più esplosivi del Medio Oriente e forse del mondo intero”, ha scritto la giudice Einat Avman-Moller. I quattro erano stati fermati dalla polizia dopo che si erano inchinati e avevano recitato lo “Shema Israel” sulla spianata fra le moschee (considerato il luogo più sacro dell’ebraismo e il terzo luogo sacro dell’islam), violando la norma dello status quo secondo cui solo i musulmani possono pregare sul Monte del Tempio mentre i non-musulmani possono recarvisi ma non possono né pregare né compiere nessun altro gesto o rito religioso. I quattro ragazzi avevano presentato ricorso contro il bando, sostenendo d’essersi basati sulla dichiarazione del commissario-capo della polizia Kobi Shabtai che aveva garantito libertà di culto per tutti a Gerusalemme. Il giudice di primo grado Zion Saharay aveva accolto il ricorso, spiegando che non riteneva che inchinarsi e recitare una preghiera fosse motivo sufficiente per limitare la libertà di movimento, che è un diritto costituzionale. Il giudice aveva comunque sottolineato che la decisione riguardava esclusivamente l’ordine restrittivo del caso specifico, senza alcun riferimento alle norme generali sulla preghiera ebraica al Monte del Tempio. Anche l’ufficio del primo ministro israeliano aveva immediatamente dichiarato che non era previsto alcun cambiamento allo status quo. Ciononostante, la sentenza di primo grado aveva scatenato accese e minacciose reazioni da parte islamica, comprese Giordania e Autorità Palestinese. Intanto la polizia israeliana presentava ricorso contro la prima sentenza. Ora il tribunale distrettuale le ha dato ragione, spiegando che il diritto alla libertà di culto ebraico sul Monte del Tempio “non è assoluto e deve essere commisurato ad altri interessi, tra cui la salvaguardia dell’ordine pubblico”.