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Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) ha esortato tutte le istituzioni palestinesi, comprese le ong, ad adottare una posizione unitaria contro i criteri antiterrorismo stabiliti dell’Unione Europea per i suoi finanziamenti. Nel 2017 l’UE ha approvato una direttiva che stabilisce che le ong che ricevono fondi non possono utilizzarli per finanziare il terrorismo e devono impegnarsi per iscritto a non farli arrivare a organizzazioni definite terroriste dall’UE (come Hamas, Jihad Islamica e lo stesso Fplp). In una dichiarazione on-line, l’Fplp invita le ong a rifiutare tali criteri, “opporsi con tutti i mezzi” e fare pressione sull’UE affinché annulli la clausola anti-terrorismo, affermando che essa costituisce una “sottomissione” alle condizioni dell’UE che “colpiscono alle fondamenta le istituzioni civili che esprimono l’identità nazionale palestinese”. Finora sono circa 130 le ong hanno pubblicamente dichiarato di non volersi adeguare alla clausola definendola una “interferenza illegale nel processo politico della Palestina da parte di organismi esterni”. “La presa di posizione del Fplp – afferma Olga Deutsch, vice-presidente di “ONG Monitor” – elimina qualsiasi dubbio sui legami tra un gruppo designato come terrorista dall’Unione Europea e le ong palestinesi che esso considera una propria estensione”.

Il ministro della difesa e primo ministro vicario israeliano Benny Gantz ha affermato lunedì che “qualunque cosa non sia collegata alla lotta contro il coronavirus può aspettare”: un’affermazione che è sembrata volta a rinviare le decisioni in merito alla prospettata “annessione” di parti della Cisgiordania. Parlando al gruppo parlamentare del suo partito, Gantz ha ricordato che Blu-Bianco ha accettato di formare un governo con il Likud di Netanyahu proprio in nome della battaglia contro la pandemia e ha avvertito che “la lotta al coronavirus sarà lunga”. “Non basta pensare in termini di settimane – ha detto Gantz – Bisogna pensare almeno a un anno”.

L’Alta Commissaria Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha detto lunedì a Israele di fermare il suo prospettato progetto “illegale” di estendere la giurisdizione israeliana su porzioni della Cisgiordania. “L’annessione è illegale. Punto” ha affermato Bachelet. Il Ministero degli esteri israeliano ha respinto le osservazioni di Bachelet accusandola di politicizzare il proprio incarico. “Questa non è la prima volta che l’Alta Commissaria Michelle Bachelet usa il suo ruolo per politicizzare contro Israele il Comitato Onu, facendo mostra di un approccio unilaterale – afferma in una nota il portavoce del Ministero, Lior Haiat – Pertanto non sorprende che oggi abbia deciso di unirsi alla campagna palestinese contro il piano di pace americano e di pronunciarsi ancor prima che sia stata presa qualsiasi decisione in merito”. Haiat afferma inoltre che Israele “da molto tempo ha perso fiducia nella capacità della Commissaria di promuovere in modo equo i diritti umani nella nostra regione”, e ricorda la decisione israeliana di congelare i rapporti con Bachelet all’inizio di quest’anno a causa della pubblicazione di un elenco di proscrizione delle aziende che operano nelle comunità ebraiche al di là della Linea Verde (ex linea armistiziale 1949-’67).

Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (clicca per ingrandire)

Secondo un recente saggio pubblicato dal Reale Istituto giordano Aal al-Bayt per il pensiero islamico, l’Antico Testamento dimostra che “Gerusalemme è sempre stata una città araba”. Stando a quanto riferisce il quotidiano saudita Arab News, il saggio del Royal Aal al-Bayt Institute, un think tank con sede ad Amman, afferma che gli arabi furono i primi abitanti di Gerusalemme e che vi vivono da almeno 5.000 anni. Vera Baboun, membro del Consiglio Nazionale Palestinese ed ex sindaco di Betlemme, ha dichiarato ad Arab News che il saggio dell’istituto giordano “mette i lettori di fronte alle loro idee sbagliate e alla loro ignoranza, sfatando l’esclusiva narrativa politica o biblica israeliana che viene utilizzata per negare i diritti e l’esistenza dei palestinesi a Gerusalemme e nella terra palestinese in generale”.

La tradizionale parata Gay Pride di Tel Aviv, una delle più famose nel suo genere che nel 2019 aveva visto la partecipazione di oltre 250.000 persone da tutto il mondo, non si è potuta tenere quest’anno a causa della pandemia da coronavirus, ma la città ha comunque celebrato la settimana dell’orgoglio LGBT ospitando numerosi eventi, virtuali e non. Per l’occasione, la facciata del palazzo municipale di Tel Aviv-Giaffa è stata illuminata con i colori della bandiera arcobaleno. Inoltre, la Municipalità ha annunciato la storica decisione di registrare come unità familiari le coppie dello stesso sesso. così come altre coppie non riconosciute dal Rabbinato.

Settimana Gay Pride 2020 a Tel Aviv (clicca per ingrandire)

Migliaia di israeliani hanno partecipato domenica a eventi del Gay Pride a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa e Beer Sheba.

Il “gabinetto coronavirus” israeliano ha discusso domenica la possibile re-imposizione di alcune restrizion,i alla luce della recrudescenza di contagi che si registra nel paese. Secondo alcune fonti, il governo sta pensando di limitare le riunioni sociali a un massimo di 19 persone. Un altro incontro sulla questione è fissato per lunedì. Domenica il ministro della sanità Yuli Edelstein ha convocato una conferenza stampa annunciando: “Siamo all’inizio di una seconda ondata di contagi”.

Le varie fazioni armate palestinesi attive nella striscia di Gaza hanno proclamato per mercoledì 1 luglio una “Giornata della rabbia” da tenere alla recinzione di confine con Israele.

L’African National Congress, il partito al potere in Sudafrica, ha chiesto al presidente del parlamento di censurare il giudice capo Mogoeng Mogoeng per aver affermato, durante un webinar ospitato martedì scorso dal Jerusalem Post, che il Sudafrica ha una posizione sbilanciata contro Israele e che potrebbe esercitare maggiore influenza se assumesse un approccio più equilibrato al conflitto israelo-palestinese.

Un attacco aereo ha colpito, sabato, postazioni delle milizie sostenute dall’Iran nella Siria orientale, vicino al confine con l’Iraq. L’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che Israele “potrebbe essere responsabile” dell’attacco, che avrebbe causato la morte di nove miliziani filo-iraniani. L’attacco è avvenuto poche ore dopo che l’agenzia di stampa iraniana Tasnim aveva riferito che il comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Esmail Ghaani, era stato nel sito per visitare le truppe. Il rapporto è stato rapidamente cancellato da Tasnim, ma le fotografie di Ghaani erano già state condivise on-line. Durante la visita, Ghaani ha tenuto un discorso in cui, fra l’altro, ha accusato Israele e Stati Uniti d’aver creato l’ISIS.