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Una coalizione di organizzazioni non governative ha lanciato un appello per chiedere che cessi lo sfruttamento di bambini-soldato da parte dei gruppi terroristici palestinesi. “Da decenni – afferma il testo – i bambini palestinesi svolgono ruoli di combattenti, scudi umani, rivoltosi, lavoranti, personale di supporto e persino come attentatori suicidi, con la conseguenza che la loro infanzia risulta annientata da gravi ferite, detenzione e morte”. Nel frattempo, il Mail on Sunday ha dedicato un reportage al movimento scoutistico di Hezbollah che, si legge, “prepara bambini sin dai quattro anni d’età a diventare terroristi islamisti”.

“Noi non abbiamo smesso di perseguire la pace, ma esigiamo che sia fatta alle nostre condizioni. Purtroppo non abbiamo un interlocutore in Israele”. Lo ha detto Nabil Abu Rudeineh, alto consigliere del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, parlando domenica ai giornalisti israeliani a Ramallah.

Circa 308.500 turisti hanno visitato Israele nel mese di gennaio, pari a un aumento dell’8% rispetto al gennaio 2019 e del 20% rispetto al gennaio 2018. Lo ha comunicato mercoledì il Ministero del turismo il quale ha sottolineato che già nel 2019 Israele aveva registrato un afflusso record di 4,55 milioni di turisti marcando il terzo anno record consecutivo, con aumenti delle entrate turistiche dell’11% rispetto al 2018 quando nel paese erano entrai 4,12 milioni di visitatori stranieri.

 

L’Alto ufficio Onu per i diritti umani (OHCHR) ha pubblicato mercoledì un elenco di 112 aziende (94 con sede in Israele e 18 in altri sei paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Thailandia e Lussemburgo) le quali – afferma il rapporto – operano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania e pertanto “sollevano particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”. Il ministro degli esteri israeliano, Israel Katz, ha definito la pubblicazione della lista una “resa vergognosa” alle organizzazioni che mirano a danneggiare Israele e ha accusato l’Alta Commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, d’essersi messa al servizio della campagna pregiudizialmente anti-israeliana del movimento BDS. Katz ha anche sottolineato che la lista non ha valore legale e che venne commissionata nel 2016 dal Consiglio Onu per i diritti umani (UNHRC), composto da molti paesi che vìolano sistematicamente i diritti umani (qui l’elenco dei componenti attuali). “Lo stato di Israele non accetterà queste politiche discriminatorie e anti-israeliane”, ha concluso Katz. Benny Gantz, leader del principale partito d’opposizione Blu-Bianco, ha definito la pubblicazione della lista “un giorno nero per i diritti umani”. Israele ha sempre condannato l’imminente “lista nera” ricordando che gli insediamenti sorgono in un territorio conteso il cui status definitivo, in base agli accordi firmati dalle parti stesse, dovrà essere stabilito mediante negoziati, e che le aziende che vi operano non fanno nulla di illegale ed anzi spesso garantiscono beni e servizi ai palestinesi in conformità a quanto previsto dagli Accordi di Oslo. Per inciso, non risulta che il Consiglio Onu per i diritti umani abbia mai stilato analoghe liste di proscrizione per nessun territorio conteso o occupato (come Tibet, Cipro nord, Sahara occidentale ecc.). Alcune ore dopo la pubblicazione della lista discriminatoria, il Ministero degli esteri israeliano ha annunciato la decisione di sospendere i rapporti con l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

L’ex primo ministro del Qatar, Hamad Bin Jassim, ha affermato che presto verrà firmato un patto di non aggressione tra Israele e stati del Golfo e che tale patto potrebbe includere il Marocco. In una dichiarazione postata lunedì su Twitter, Bin Jassim ha scritto: “Il 14 dicembre dell’anno scorso ho scritto un tweet in cui dicevo che l’accordo del secolo sarebbe stato annunciato all’inizio di quest’anno. Ora sarà seguito da un accordo di non aggressione tra Israele e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, oltre a Egitto, Giordania e forse Marocco”. L’ex politico del Qatar si è detto “non contrario” a un simile accordo, aggiungendo di ritenere che la decisione della Lega Araba contro il piano Trump della scorsa settimana non sia nell’interesse della regione. “Ci sono paesi arabi che hanno promesso agli americani che avrebbero preso una posizione positiva sull’accordo – ha aggiunto Bin Jassim – ma non lo hanno fatto giustificandosi che non potevano a causa dei mass-media”.

“Il regime sionista [=Israele] scomparirà presto dal Medio Oriente”. Lo ha affermato martedì il generale Abolfazl Shekarchi, portavoce dell’esercito iraniano, parlando ai veterani a Zarandieh, nell’Iran nord-orientale. Commemorando i combattenti nell’anniversario della Rivoluzione Islamica, Shekarchi ha celebrato la “resistenza” dell’Iran contro Stati Uniti e Israele, ricordando ai presenti le “forze della resistenza Hezbollah, Kataib Hezbollah in Iraq, Hamas e altre”.

“Di sicuro raderemmo al suolo Tel Aviv. Cerchiamo solo un pretesto: se loro [gli Stati Uniti] faranno qualcosa, potremo usarlo come pretesto per attaccare Israele”. Lo ha dichiarato l’8 febbraio, in un’intervista alla tv libanese Mayadeen, Mohsen Rezaee, già comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionare iraniane, oggi segretario dell’Expediency Council e consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, secondo una segnalazione di MEMRI (Middle East Media Research Institute). Rezaee figura nella lista dei massimi ricercati dall’Interpol per il suo ruolo nell’attentato del 1994 che uccise 85 persone in un centro della comunità ebraica a Buenos Aires (Argentina).

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Aerostati esplosivi continuano ad arrivare dalla striscia di Gaza su Israele anche dopo la notizia, diffusa martedì, secondo cui Hamas e Jihad islamica palestinese avrebbero deciso una sospensione dei lanci mediata dall’Egitto.

Nelle prime ore di mercoledì mattina un razzo palestinese è stato lanciato dalla striscia di Gaza verso il territorio israeliano.

“Il presidente Abu Mazen non è serio sui negoziati e sulla pace”. Lo ha detto martedì al Consiglio di Sicurezza l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon. “Abu Mazen è venuto qui per distogliere l’attenzione dal suo rifiuto di negoziare” ha aggiunto Danon, sottolineando che il presidente palestinese si reca regolarmente a parlare alle Nazioni Unite ma non incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da 10 anni. “Se Abu Mazen fosse veramente interessato alla pace non sarebbe qui, sarebbe a Gerusalemme”, ha continuato l’ambasciatore israeliano facendo riferimento al famoso intervento alla Knesset nel 1977 dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat che aprì la strada al trattato di pace con Israele. “Abu Mazen – ha detto Danon – afferma che vuole la sovranità per il popolo palestinese, ma ha fatto di tutto per evitarla. La richiesta di sovranità è diventata uno slogan più che un vero obiettivo, un modo per mantenere aperto il conflitto”. Danon ha anche accusato la comunità internazionale di incoraggiare il “rifiuto” di Abu Mazen quando, nelle votazioni all’Onu, ripete automaticamente che le linee pre-1967 devono esse alla base dei futuri accordi. “Così si impongono pre-condizioni che contraddicono i precedenti accordi firmati fra le parti”, secondo i quali i futuri confini non sono già stabiliti ma sarebbero stati determinati mediante negoziati. “Perché Abu Mazen dovrebbe negoziare con noi quando la comunità internazionale lo fa per lui?”, ha concluso Danon.