Sezione: News

Una 37enne palestinese armata di coltello è stata arrestata dagli agenti della polizia di frontiera israeliana a un posto di controllo presso Har Adar (15 km a nord-ovest di Gerusalemme) prima che riuscisse a causare vittime. “Gli agenti hanno effettuato l’arresto senza l’uso di armi da fuoco perché la donna, una volta individuata, ha gettato il coltello”, ha spiegato la polizia. Le forze di sicurezza israeliane hanno più volte registrato in passato il fenomeno di palestinesi che tentano il cosiddetto “suicidio mediante poliziotti” (agire in modo da suscitare la reazione dei militari israeliani), un comportamento incentivato dai vitalizi che l’Autorità Palestinese garantisce alle famiglie  dei cosiddetti “martiri”.

Blue Flag 2021, la più grande e avanzata esercitazione aerea multinazionale mai ospitata dall’aeronautica israeliana, ha preso avvio domenica con un simbolico sorvolo congiunto sopra la Knesset effettuato da aviazione israeliana e Luftwaffe tedesca col titolo “Ali della storia”. E’ stata la prima volta che aerei militari tedeschi hanno sorvolano Gerusalemme dopo la prima guerra mondiale. “Il sorvolo esprime la forte partnership tra le due forze aeree e i due paesi e l’impegno per la cooperazione futura”, hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. L’esercitazione Blue Flag si svolgerà nel deserto del Negev per due settimane, fino al 28 ottobre, con la partecipazione di otto forze aeree: oltre a Israele e Germania, vi prendono parte Italia, Gran Bretagna, Francia, India, Grecia e Stati Uniti. E’ la prima volta che caccia britannici prendono parte a un’esercitazione in terra d’Israele dopo la fine del Mandato Britannico. Lanciata nel 2013, l’esercitazione aerea Blue Flag si tiene ogni due anni per rafforzare la cooperazione tra i paesi partecipanti.

Il sorvolo sulla Knesset (clicca per ingrandire)

Un F-15 israeliano e un Eurofighter tedesco verso Gerusalemme all’inizio di Blue Flag 2021 (clicca per ingrandire)

Netflix ha lanciato sul suo servizio di streaming globale, Israele compreso, una raccolta di 32 film di palestinesi e sui palestinesi intitolata “Palestinian Stories”. (Netflix distribuisce i suoi contenuti in tutto il mondo, inclusi prodotti israeliani come Fauda che sono stati molto visti nel mondo arabo). La ong israeliana “Im Tirtzu” ha esaminato i registi dei film della nuova serie “Palestinian Stories” e ha scoperto che dei 19 registi che li hanno realizzati, almeno 15 hanno espresso sostegno al movimento BDS per il boicottaggio anche culturale contro Israele. Tuttavia questi registi non hanno finora espresso nessuna preoccupazione per il fatto che i loro film vengono mostrati sul servizio Netflix israeliano. Ameen Nayfeh, regista di The Crossing, uno dei film inclusi nella serie, ha dichiarato a Reuters di esserne ben felice: “E’ per questo che facciamo film – ha detto Nayfeh – perché vogliamo che le nostre storie viaggino e che la gente sappia di noi.” Ma lo scorso maggio Nayfeh e altri di questi registi hanno firmato una dichiarazione in cui chiedono ai governi di “tagliare i rapporti commerciali, economici e culturali con Israele” definendo Israele “un regime di apartheid”. In passato, il movimento BDS ha esortato a boicottare film di registi che violavano le sue linee guida. Ad esempio, ha sostenuto il boicottaggio dei film di Ziad Doueiri, il regista libanese del film candidato all’Oscar 2017 The Attack, perché nel 2012 aveva girato in parte in Israele con attori israeliani. Fino a domenica sera il BDS non ha risposto a una richiesta del Jerusalem Post di commentare il fatto che film palestinesi vangano mostrati su Netflix in Israele.

In un’intervista ad al-Jazeera, il Segretario generale del Gruppo Laburista Arabo, Omar Mofeed (figlio di un alto esponente di Hamas), è stato presentato come il redattore, insieme al gruppo Palestine Solidarity Campaign di cui è direttore, di una mozione approvata lo scorso 28 settembre dalla Conferenza del Partito Laburista del Regno Unito, che chiede sanzioni contro Israele e definisce apartheid lo stato ebraico. L’intervista è stata segnalata dalla dell’ong Israel Advocacy Movement secondo la quale Omar Mofeed è figlio di Mufid Al-Mukhalalati (deceduto nel 2014) che è stato ministro della salute del governo di Hamas a Gaza. In un video, Israel Advocacy Movement mostra anche post sui social network in cui l’autore della mozione Mofeed esprime sostegno a Hamas, a singoli terroristi e all’attività terroristica. Ad esempio, in un post su Facebook del 2015 Mofeed celebrava l’anniversario della morte del famigerato fabbricatore di bombe per attentati suicidi, Yahya Ayyash. Successivamente Mofeed ha chiuso i suoi account Twitter e Facebook. La mozione redatta da Mofeed condanna “la nakba in corso in Palestina, la violenza militarizzata d’Israele che attacca la moschea di al-Aqsa, gli sgomberi forzati da Sheikh Jarrah e l’attacco mortale contro Gaza”, e citava i “rapporti 2021 di B’Tselem e Human Rights Watch che concludono inequivocabilmente che Israele pratica il crimine di apartheid”. Tuttavia, secondo il Financial Times, la leadership laburista ha indicato che la mozione non diventerà la linea politica ufficiale del partito: “La politica del partito è per una soluzione pacifica e negoziata a due stati che assicuri uno stato palestinese sovrano insieme a un Israele sicuro e garantito”, ha affermato il partito in un comunicato.

Il ministro israeliano di pubblica sicurezza Amar Bar-Lev ha dichiarato domenica che “l’attuale realtà sul Monte del Tempio, così come determinata in passato dai governi israeliani, esiste e continuerà ad esistere: il Monte del Tempio è sacro sia per gli ebrei che per i musulmani, da qui la natura delicata ed esplosiva di ogni deviazione dall’attuale status quo”. Domenica, Bar-Lev ha tenuto una riunione sulla questione con il capo della polizia Kobi Shabtai e altri funzionari di polizia, dei servizi di sicurezza, del Consiglio di sicurezza nazionale e del Ministero degli Esteri, anche a seguito delle recenti sentenze di tribunale.

Due palestinesi sono stati condannati a morte per impiccagione, domenica, dal tribunale militare di Hamas, nella striscia di Gaza, con l’accusa d’aver collaborato con Israele (nella lotta contro il terrorismo).

Per la prima volta in assoluto un team di ricercatori israeliani ha identificato in Galilea i resti archeologici di un accampamento crociato. Lo afferma uno studio pubblicato di recente nel libro Settlement and Crusade in the Thirteenth Century. Le imprese dei Crociati fra l’XI e il XIII secolo portarono alla creazione di stati cristiani nelle aree degli odierni Israele, Libano e Siria. Il periodo è documentato da un vasto corpus di fonti storiche e da imponenti strutture come castelli e fortezze. Tuttavia, sono rimaste ben poche testimonianze dei momenti di transizione come battaglie e accampamenti. Le cose sono cambiate negli anni scorsi grazie a scavi esplorativi condotti dalla Israel Antiquities Authority durante lavori di ampliamento della Statale 79 che collega la costa con la città di Nazareth. “L’area lungo la Statale 79 era nota come il sito dell’accampamento franco prima della battaglia di Hattin del 1187 e di altri accampamenti sia crociati che musulmani in un arco di tempo di 125 anni – ha spiegato Rafael Lewis, dell’Ashkelon Academic College e ricercatore presso l’Università di Haifa – Qui si è presentata un’opportunità davvero eccezionale per studiare un accampamento medievale e comprenderne la cultura materiale”.

Veduta degli scavi di Ein Tzipori lungo la statale 79 (clicca per ingrandire)

Il Ministero della Salute israeliano ha dichiarato domenica d’aver registrato negli ultimi giorni un drammatico aumento dei tentativi di attacchi informatici contro almeno nove ospedali e strutture sanitarie, aggiungendo che le misure adottate hanno finora sventato gli ultimi attacchi. Mercoledì scorso, tuttavia, un grave attacco informatico contro l’Hillel Yaffe Medical Center di Hadera aveva paralizzato gran parte dei sistemi informatici dell’ospedale e potrebbero essere necessarie molte settimane per il loro pieno ripristino. A seguito dell’attacco sono state annullate alcune procedure non urgenti, ma la maggior parte del lavoro dell’ospedale è continuato utilizzando sistemi informatici alternativi o carta e penna. Al momento non è chiaro chi possa essere dietro alla serie di attacchi.

Israele “ha contribuito alla stabilità regionale e al cammino verso la pace”. Lo ha detto venerdì il ministro degli esteri saudita, principe Faisal bin Farhan Al Saud, commentando la possibilità che Riad possa normalizzare i rapporti con lo stato ebraico. Il ministro saudita ha aggiunto che “ora l’attenzione deve essere concentrata sul riportare palestinesi e israeliani al tavolo dei negoziati, giacché alla fine l’unica cosa che può garantire pace e stabilità durature è un accordo tra palestinesi e israeliani”.

 

La Siria ha accusato Israele dell’uccisione di Madhat al-Saleh, consigliere del presidente siriano Bashar Assad nonché ufficiale dell’intelligence nell’esercito siriano, avvenuta sabato a Ain al-Tineh, un villaggio sul versante siriano del confine fra i due paesi sulle alture del Golan. Originario di Majdal Shams (capoluogo druso del Golan israeliano), Al-Saleh venne incarcerato in Israele dopo che si era affiliato a un gruppo terrorista, aveva piazzato mine sulle strade militari e aveva preso parte a un tentativo di sequestro di un soldato. Rilasciato nel 1997, passò in Siria dove nel 2000 venne eletto rappresentante delle alture del Golan nel parlamento siriano e nominato direttore dell’Ufficio governativo per gli affari del Golan. No comment delle Forze di Difesa israeliane circa la notizia dell’agenzia di stampa statale siriana della sua uccisione ad opera di un tiratore scelto. Secondo fonti di intelligence anonime citate dai mass-media israeliani, Al-Saleh svolgeva un ruolo chiave nell’aiutare Hezbollah a consolidare la sua presenza nel Golan siriano. Secondo altri osservatori come Yoel Guzansky, esperto di Iran presso l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, è improbabile un coinvolgimento di Israele dal momento che Al-Saleh non era considerato un personaggio cruciale per gli sforzi iraniani di rafforzare la presenza militare vicino al confine israeliano.