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L’inviato del Qatar Mohammed al-Emadi, in visita in questi giorni a Gaza dove sta distribuendo aiuti in contati a 55mila famiglie povere, ha firmato tre progetti per un investimento di 1,7 milioni di dollari che comprendono la costruzione di una nuova sede per il Comitato del Qatar per la ricostruzione di Gaza, di alloggi pubblici nel sud di Gaza e di un serbatoio da 2 milioni di litri di carburante per la centrale elettrica della striscia di Gaza.

Khaled Batarfi, comandante di Al-Qaeda nella penisola araba, ha accusato gli stati arabi di precipitarsi a “normalizzare” le relazioni con Israele. In un video pubblicato lunedì sul canale Telegram del braccio mediatico del gruppo terroristico (e tradotto in inglese dal Middle East Media Research Institute), Batarfi esorta i musulmani ad affrontare sia militarmente che intellettualmente i loro governi, accusati di agire per “compiacere ebrei e cristiani”. In particolare, Batarfi attacca la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Oman e accusa il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed di “secolarizzare” le loro società per “facilitare la normalizzazione, promuovere la convivenza con l’Occidente e Israele e compiacere il loro padrone crociato Trump”.

Secondo il rapporto annuale dell’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), l’industria israeliana degli armamenti è l’ottava al mondo per esportazioni, con una quota di mercato del 3,1% delle esportazioni totali (seguita dall’Italia, che risulta in nona posizione). Il numero totale di transazioni globali tra il 2014 e il 2018 è stato del 7,8% superiore rispetto ai cinque anni precedenti e del 23% superiore rispetto al periodo 2004 e il 2008. I cinque maggiori esportatori negli ultimi cinque anni sono stati Usa, Russia, Francia, Germania e Cina, che insieme rappresentano il 75% delle esportazioni totali di armi. I principali clienti israeliani sono l’India con il 46% degli acquisti, l’Azerbaijan con il 17% e il Vietnam con l’8,5%. Israele risulta inoltre al 15esimo posto tra i 40 principali importatori di armi. Circa il 64% delle transazioni di armi verso Israele viene dagli Stati Uniti, il 27% dalla Germania , l’8,9% dall’Italia. Il primo importatore di armi al mondo è l’Arabia Saudita, con una quota di mercato del 12%.

Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit ha comunicato che la prima udienza di pre-incriminazione del primo ministro Benjamin Netanyahu dovrà essere programmata entro e non oltre il 10 luglio. L’udienza di pre-incriminazione potrebbe anche essere fissata prima, ma la scadenza annunciata lascia potenzialmente a Netanyahu il tempo di formare un nuovo governo, nel caso venga incaricato, giacché la scadenza ultima per formare un governo dopo le elezioni sarà il 30 maggio. Lo scorso 28 febbraio Mandelblit ha annunciato l’intenzione di incriminare Netanyahu in tre casi di presunta corruzione, ma Netanyahu avrà l’opportunità di ribaltare la decisione nell’audizione pre-incriminazione. Dopo aver tenuto una serie di audizioni pre-incriminazione con gli avvocati di Netanyahu, Mandelblit potrà emettere la decisione definitiva nell’arco dei prossimi 3-12 mesi. Una decisione definitiva nel senso dell’incriminazione potrebbe a sua volta spingere l’Alta Corte di Giustizia a forzare le dimissioni di Netanyahu se questi nel frattempo fosse confermato primo ministro e non si dimettesse volontariamente.

Le start-up israeliane dedicate alla tecnologia dell’intelligenza artificiale (IA) hanno visto un “anno di punta” nel 2018, secondo il rapporto “Stato dell’ecosistema israeliano” pubblicato lunedì dell’organizzazione non profit Start-Up Nation Central. Dal 2014 al 2018 la scena della IA israeliana è passata da 512 aziende a 1.150. Tra queste figurano sia le aziende che sviluppano tecnologia di base sia quelle che utilizzano l’intelligenza artificiale nello sviluppo di prodotti e servizi in settori quali assistenza sanitaria, sicurezza informatica, guida autonoma.

Hamas ha rilasciato Hisham Salem, capo di a-Sabrin, organizzazione terroristica nella striscia di Gaza affiliata all’Iran, insieme ad altri attivisti che erano stati arrestati la scorsa settimana. Secondo quanto riferito da mass-media palestinesi, Salem avrebbe consegnato a Hamas armi e razzi che erano in suo possesso.

Il gigante tecnologico Usa Nvidia ha annunciato che acquisirà la società israeliana di microprocessori per computer Mellanox per 6,8 miliardi di dollari. L’azienda, fondata nel 1999 a Yokne’am (nord Israele) e quotata al mercato azionario Nasdaq, fornisce soluzioni e servizi di interconnessione end-to-end per molti dei più grandi server e sistemi di archiviazione dati del mondo. L’accordo annunciato lunedì pone fine a mesi di tentativi di acquisizione da parte di alcune delle più grandi società hi-tech del mondo come Intel, Microsoft e Xilinx. La transazione, che è stata approvata dai consigli di amministrazione di entrambe le società e dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno, rappresenta la terza più grande “uscita all’estero” di un’azienda israeliana, superata solo dall’acquisizione di Mobileye da parte di Intel per 15,3 miliardi di dollari e quella di Frutarom da parte di International Flavors & Fragrances per 7,1 miliardi. Mellanox vanta oggi sedi produttive a Yokne’am, Tel Aviv, Beersheba, Ra’anana e Tel Hai. Una volta completata l’acquisizione, Nvidia intende continuare a investire in Israele, definendo il paese come “uno dei centri tecnologici più importanti del mondo”.

Secondo una fonte interna del Likud citata lunedì dal Jerusalem Post, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parlando ai candidati del proprio partito ha spiegato la scelta di Israele di permettere l’afflusso di fondi dal Qatar a Gaza come parte di una più ampia strategia volta, fra l’altro, a tenere separati Hamas e l’Autorità Palestinese. Netanyahu ha anche detto che, in passato, l’Autorità Palestinese trasferiva milioni di dollari a Hamas, ma è meglio che sia Israele a veicolare l’afflusso per garantire che i fondi non vadano al terrorismo. “Ora che li stiamo supervisionando – ha detto Netanyahu, secondo la fonte – sappiamo che vengono destinati a cause umanitarie”. Il primo ministro ha anche parlato del suo discorso di dieci anni fa all’Università Bar-Ilan a favore della soluzione “due stati per due popoli”. Netanyahu ha detto d’aver messo in chiaro sin da allora le sue condizioni per uno stato palestinese: che sia smilitarizzato, che Gerusalemme rimanga unita e che Israele mantenga pieno controllo sulla sicurezza, compresa libertà d’azione delle sue forze per prevenire il terrorismo. Netanyahu ha inoltre detto ai candidati del Likud di essere contrario a qualsiasi trasferimento di persone, sia ebrei che arabi, e “allo sradicamento anche di una sola persona”.

Nuovi aerostati incendiari palestinesi sono stati lanciati lunedì mattina dalla striscia di Gaza verso Israele, uno dei quali collegato a un ordigno esplosivo che è stato disinnescato dagli artificieri della polizia israeliana. I palloni incendiari hanno innescato almeno due incendi nel bosco di Be’eri, vicino al confine con Gaza.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha scelto come nuovo primo ministro il suo consigliere da lunga data Mohammed Shtayieh, 61 anni. Abu Mazen ha incaricato domenica Shtayieh, che è membro del Comitato Centrale di Fatah, di formare un nuovo governo che “assicuri sostegno materiale e morale alle vittime dell’occupazione e alle loro famiglie, compresi i martiri, i prigionieri e i feriti”. Shtayieh, un economista che ha studiato in Gran Bretagna, è stato ministro e negoziatore di pace con Israele e attualmente presiede il Consiglio economico palestinese per lo sviluppo e la ricostruzione. È noto come un forte critico del gruppo islamista Hamas, che nel 2007 ha strappato a Fatah il controllo sulla striscia di Gaza. Nella lettera di nomina, Abu Mazen scrive che la massima priorità del nuovo governo deve essere quella di “sostenere le decisioni della dirigenza palestinese, che includono il ripristino dell’unità nazionale e il ritorno di Gaza in seno alla legittimità nazionale”, e dice a Shtayieh di adottare tutte le misure necessarie per organizzare al più presto elezioni parlamentari palestinesi (che non si tengono dal 2006). Il nuovo governo, aggiunge Abu Mazen, deve “continuare a difendere Gerusalemme, con i suoi luoghi santi islamici e cristiani, a fronte delle politiche dell’occupazione che mirano a cambiare l’identità nazionale della città e lo status religioso e storico”. Shtayieh succederà a Rami Hamdallah, che ha guidato senza successo un governo di unità formato quasi cinque anni fa con l’obiettivo di riconciliare le fazioni palestinesi. Hamdallah ha annunciato le sue dimissioni lo scorso gennaio. Hamas ha subito comunicato che non riconoscerà il nuovo governo che, ha detto il portavoce Fawzi Barhoum, “contribuirà alla separazione della Cisgiordania dalla madrepatria”, mentre un altro portavoce di Hamas, Abdel Latif al-Qanou, ha detto che “la nomina del nuovo governo dimostra la tirannia dell’Autorità Palestinese e che essa non è seria riguardo alle elezioni”.