“Signor Segretario Generale, ha mai sentito parlare dell’allarme rosso?”

A 25 anni dalla firma di Oslo, Gaza è l’epitome del fallimento di quella generosa scommessa

Uriah Hatzroni, autore della lettera al Segretario Generale dell’Onu

Uriah Hatzroni, 15enne israeliano che abita nel moshav Yated, vicino al confine con la striscia di Gaza, ha scritto una lettera personale al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nella quale descrive la sua vita sotto la continua minaccia dei razzi palestinesi. “Ora siamo nel periodo delle vacanze estive – scrive Uriah – quando i ragazzini come me dovrebbero potersi divertire e stare con gli amici, e invece siamo costretti in casa o nei rifugi, con la paura di uscire nel caso vi siano lanci contro di noi di razzi o aquiloni incendiari. Signor Segretario Generale, i ragazzini dovrebbero avere il diritto di stare fuori a giocare, e non nei rifugi antiaerei. Negli ultimi mesi, io e la mia famiglia non abbiamo avuto un solo giorno tranquillo, una sola notte tranquilla. Sempre e solo allarme rosso. Signor Segretario Generale – continua Uriah – ha mai sentito parlare dell’allarme rosso? E’ la sirena che ci avverte quando ci sparano addosso razzi e colpi di mortaio. Lo sapeva che abbiamo, quando suona l’allarme, 15 secondi di tempo (!!), a volte anche meno, per metterci al riparo: quindici secondi che separano la vita dalla morte”.

Nella lettera, inviata in occasione della Giornata della Gioventù che l’Onu celebra il 12 agosto, Uriah aggiunge: “I miei amici ed io, migliaia di bambini e adolescenti che abitano nelle comunità attorno alla striscia di Gaza, viviamo da anni in aree protette. Non quelle a cui si riferisce la risoluzione delle Nazioni Unite, ma quelle che hanno lo scopo di proteggermi e salvare la mia vita da attacchi di razzi e proiettili di mortaio, dai tunnel per infiltrazioni terroristiche e ultimamente da palloni e ordigni incendiari lanciati da Gaza, che è controllata da Hamas, un’organizzazione riconosciuta come terroristica a livello internazionale. Spesso lo spazio protetto che dovrebbe farti sentire al sicuro diventa proprio il luogo dove aleggiano l’ansia e le paure più profonde. Mentre te ne stai rannicchiato con la tua famiglia o con gli amici nello spazio protetto, tendendo le orecchie al suono terrificante dei colpi di razzo e alla sirena che divampa nell’aria, la tua mente non può smettere di andare agli altri tuoi famigliari e amici che potrebbero non aver trovato in tempo un nascondiglio ed essere in pericolo, e ti chiedi cosa potrà distruggere il missile quando si abbatterà al suolo, e preghi con tutto il cuore per la buona sorte”.

Civili israeliani al riparo, durante un attacco di razzi dalla striscia di Gaza

“Signor Segretario Generale – scrive l’adolescente israeliano – nei mesi scorsi, in realtà negli anni scorsi, questa è diventata la routine per migliaia di ragazzini come me che vivono nel sud di Israele, con la terribile paura che in qualsiasi momento il silenzio venga rotto dal bombardamento dei razzi. Il senso di ansia e profonda insicurezza pervade anche il più forte di noi. E ciò che non fa meno male è il fatto che noi, figli d’Israele, sentiamo che il mondo, compresa l’Onu, ci ha abbandonati come se i nostri diritti, il nostro futuro, fossero in qualche modo meno degni o meno importanti”.

Uriah Hatzroni conclude la sua lettera esprimendo la speranza in un futuro migliore. “I miei amici e io – scrive – continueremo a credere e sognare che verrà il giorno in cui i muri dell’odio diventeranno ponti di amicizia e convivenza, in cui i figli dell’intera regione, israeliani e palestinesi, vivranno una fanciullezza bella, buona e al sicuro”.

Una copia della lettera è stata inviata anche all’ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite, Danny Danon, e all’inviato speciale delle Nazioni Unite in Medio Oriente, Nickolay Mladenov.

(Da: YnetNews, 19.8.18)

In un rapporto diffuso venerdì scorso, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha elencato una serie di opzioni volte a “proteggere i civili palestinesi”, che vanno dal rafforzamento della presenza di agenzie ed esperti Onu sul terreno, allo schieramento di osservatori civili dell’Onu, fino alla costituzione di una forza armata militare o di polizia sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nel rapporto di 14 pagine, presentato in risposta a una risoluzione palestinese adottata a giugno dall’Assemblea Generale che incolpava Israele per le violenze a Gaza e richiedeva raccomandazioni “circa un meccanismo di protezione internazionale”, Guterres sottolinea che ognuna delle opzioni prospettate (in attesa d’una soluzione politica del pluridecennale conflitto) richiederebbe la cooperazione di israeliani e palestinesi, “una prolungata cessazione delle ostilità” e “risorse aggiuntive”. Secca la reazione dell’ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite, Danny Damon, che ha dichiarato: “L’unica protezione di cui ha bisogno la popolazione palestinese è dai suoi stessi capi. L’Autorità Palestinese istiga il suo popolo a demonizzare e attaccare gli ebrei, mentre Hamas, un’organizzazione terroristica, sfrutta coloro che sono sotto il suo controllo mettendoli intenzionalmente in pericolo”. (Da: Israel HaYom, 19.8.18)

Eyal Zisser

Scrive Eyal Zisser: «Venticinque anni fa Israele e Olp firmavano gli Accordi di Oslo, accolti con grande entusiasmo sia in Israele che nel resto del mondo e descritti dagli osservatori come una svolta storica sulla via verso la pace fra arabi e israeliani. L’accordo fruttò il Nobel per la pace ai suoi firmatari, ma alla fine è imploso, lasciando Israele a raccogliere i pezzi.

L’accordo venne segretamente firmato a Oslo il 20 agosto 1993 dall’allora ministro degli esteri israeliano Shimon Peres e da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), all’epoca rappresentante del capo dell’Olp Yasser Arafat. Tre settimane dopo, il 13 settembre 1993, Peres e Abu Mazen firmarono una Dichiarazione di principi congiunta, nel corso di una cerimonia trasmessa in mondovisione dal prato della Casa Bianca, a Washington, alla presenza di Arafat, dell’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e del presidente Usa Bill Clinton. Grazie alla firma di quella Dichiarazione, i capi dell’Olp si stabilirono in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e nella striscia di Gaza, dove istituirono l’Autorità Palestinese che vi ha governato fino ad oggi.

L’Accordo di Oslo era definito come un accordo interinale per una fase transitoria, in vista della ricerca negoziata di una soluzione permanente del conflitto israelo-palestinese. Ma gli autori israeliani dell’accordo avevano una chiara idea fin dall’inizio di cosa avrebbe richiesto questa soluzione permanente: il ritiro quasi completo di Israele dalla gran parte dei territori di Giudea, Samaria e Gaza, la divisione della sovranità su Gerusalemme tra israeliani e palestinesi, la disponibilità ad assorbire in territorio israeliano una quota da definire di profughi palestinesi. Potendo, i rappresentanti israeliani avrebbero sottoscritto già a Oslo queste condizioni. Ma sapevano che l’opinione pubblica israeliana, e probabilmente anche molti dei loro colleghi nel governo guidato da Rabin, avevano bisogno di tempo per accettare un accordo di così vasta portata e per accettare di fidarsi dell’interlocutore con cui veniva sottoscritto.

In effetti, era tutt’altro che certo che i palestinesi avrebbero accettato una tale offerta, visto che persino i rappresentanti palestinesi che avevano preso parte al dialogo con Israele dichiarandosi disponibili a vivere al suo fianco in pace, consideravano inaccettabili concessioni come rinunciare al “diritto al ritorno” in territorio israeliano di tutti i profughi palestinesi e dei loro milioni di discendenti, proclamare la fine del conflitto e di ogni rivendicazione, e riconoscere Israele come lo stato nazionale del popolo ebraico a fianco dello stato arabo-palestinese.

Washington, 13 settembre 1993. Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, il presidente Usa Bill Clinton e il capo dell’Olp Yasser Arafat alla firma dell’accordo di Oslo sul prato della Casa Bianca

Agli occhi dei suoi architetti, l’accordo di 25 anni fa sarebbe dunque servito come una leva per costruire gradualmente la fiducia tra le parti. Venne progettato in modo che entrambe le parti avrebbero tratto vantaggi concreti dall’accordo ottenendo delle ricompense (in termini di autogoverno per gli uni e di sicurezza per gli altri) tali da rendere desiderabile la prosecuzione dei negoziati e abituare sia il pubblico israeliano che quello palestinese alla prospettiva di soluzione del conflitto prevista dai suoi autori.

Ma l’esperimento è fallito. Come ci si poteva aspettare, la dirigenza palestinese non ha mantenuto gli impegni, e forse non hai mai veramente pensato di farlo. L’Autorità Palestinese non ha mai nemmeno tentato di preparare il pubblico palestinese alle concessioni necessarie per fare pace con Israele (continuando anzi a fomentare odio ed estremismo, e a respingere ripetute offerte israeliane, da Ehud Barak a Ehud Olmert, per un accordo definitivo). Peggio, si è rifiutata di abbandonare il ricorso alla violenza e al terrorismo come mezzo per perseguire i suoi obiettivi, facendo crescere di anno in anno la quota di cittadini israeliani totalmente disillusi rispetto all’affidabilità dell’interlocutore palestinese e dello stesso accordo di pace.

Il punto venne illustrato piuttosto bene in un’intervista concessa al culmine della seconda intifada da Mohammed Dahlan, da molti considerato allora un possibile successore di Abu Mazen. Alla domanda se gli Accordi di Oslo fossero stati un errore, Dahlan rispose che l’accordo aveva gettato le basi per la successiva lotta contro Israele, e a riprova di quanto affermato sottolineò iperbolicamente che il numero di israeliani uccisi nella seconda intifada, dopo Oslo, era stato “100 volte superiore” al numero di israeliani uccisi nella prima intifada, antecedente a Oslo (in realtà, era stato di circa tre volte e mezzo più alto).

Tutta acqua passata. Ma dal punto di vista di Israele, il problema sta nella realtà creata dall’accordo: una realtà che, benché destinata a essere temporanea, è diventata permanente. L’Autorità Palestinese e il regime di Hamas a Gaza sono diventati fatti compiuti, e altrettante spine piantate in gola che Israele non può né espellere né ingoiare. Una realtà molto problematica, che continua a porre infinite sfide a Israele sul piano sia politico che della sicurezza. A 25 anni dalla firma degli accordi di Oslo, sembrerebbe opportuno per Israele cercare soluzioni fuori dagli schemi, e un modo per liberarsi dalla ostica e pericolosa realtà in cui da allora si è trovato bloccato.» (Da: Israel HaYom, 19.8.18)