Siria, nell’esercito la chiave della vicenda

Se l’opposizione riuscirà a dividere i militari, sarà guerra civile per il controllo del paese.

Di Jonathan Spyer

image_3159All’indomani della presa di Jisr al-Shughour da parte dell’esercito siriano, è diventato chiaro che la direzione degli eventi in Siria dipende dalla maggiore o minore coesione delle forze di sicurezza di Bashar Assad. Se l’esercito rimane per lo più unito dietro la leadership del dittatore, allora la brutale repressione delle proteste sembra destinata a continuare. Se invece si verificherà una significativa frammentazione nelle forze armate, allora la prospettiva diventa quella di una probabile guerra civile. Giacché un intervento internazionale su larga scala sembra improbabile, l’esercito siriano è la vera chiave della vicenda siriana.
Gli eventi a Jisr al-Shughour hanno fatto seguito all’asserzione, quasi certamente falsa, da parte del regime che diceva d’aver scoperto i corpi di 120 poliziotti. Questi uomini, secondo la versione dei mass-media ufficiali, erano stati massacrati dalle fantomatiche forze “terroriste” che le autorità siriane sostengono essere responsabili della rivolta sin dall’inizio. Attivisti locali hanno detto, invece, che i corpi erano quelli di membri delle forze di sicurezza sommariamente giustiziati dai loro commilitoni per essersi rifiutati di aprire il fuoco sui dimostranti. Tuttavia, mentre i “terroristi” rimangono il probabile frutto della fantasia in perfetto stile sovietico dei mass-media ufficiali siriani, vi sono prove che alcuni elementi delle forze di sicurezza siano effettivamente passati dalla parte dell’opposizione. Finora il fenomeno appare sporadico, con il coinvolgimento di singoli individui di basso e medio rango. La feroce risposta a ogni minimo segnale di esitazione nelle forze di sicurezza dimostra però che il regime è ben consapevole dell’importanza cruciale della questione.
Nelle prime fasi della rivolta a Deraa, alcuni elementi della Quinta Divisione, in gran parte composita da sunniti e da soldati di leva, cercarono di impedire alla Quarta Divisione, in gran parte alawita, di sparare sui dimostranti. Ne risultò uno scontro a fuoco fra le due unità. Secondo fonti dell’opposizione, diversi soldati della Quinta Divisione vennero giustiziati a seguito di questi eventi. A Jisr al-Shughour sembra abbia avuto luogo un ammutinamento su vasta scala. Un reportage della Associated Press ha citato testimoni oculari che parlavano di “migliaia” di disertori che avrebbero cercato di rallentare l’avanzata dell’esercito siriano nella città per permettere ai profughi di scappare verso il confine con la Turchia.
Assad non fa più nemmeno finta di governarne con il consenso della popolazione. Piuttosto, il regime siriano sembra aver dichiarato guerra a una larga parte del suo stesso popolo. I 220.000 uomini dell’esercito regolare siriano e i 64.000 membri a tempo pieno dei servizi di sicurezza dello stato sono quasi sicuramente sufficienti, se rimangono fedeli e in assenza di interventi internazionali, per mantenere il regime al potere. Ma resteranno fedeli?
Da tempo il principale problema, per il regime siriano, è la sua ristretta e settaria base di sostegno, centrata sulla comunità alawita a cui appartiene la famiglia Assad. Nelle forze armate e nei servizi di sicurezza il regime ha cercato di controbilanciare la cosa garantendo il dominio alawita nel corpo degli ufficiali e in certe unità. L’Esercito Arabo di Siria, questo il suo nome ufficiale, ha undici divisioni, di cui due, la Guardia Presidenziale e la Quarta Divisione Corazzata, sono in gran parte alawite e sono considerate attendibilmente fedeli al regime. Il quale dispone anche di un certo numero di forze speciali su cui può fare affidamento. Le altre nove unità regolari sono per lo più sunnite, peggio addestrate e peggio equipaggiate. È da unità di questo tipo, come la Undicesima Divisione, che sono venute le defezioni verso la rivolta, anche se gli ufficiali di queste unità sono prevalentemente alawiti, affiancati da un certo numero di ufficiali sunniti sostenitori del regime.
Il comando dei servizi di sicurezza mostra il modo in cui il regime ha cercato di cooptare i sunniti, pur preservando la complessiva supremazia alawita. Dei quattro servizi di sicurezza, due – l’Intelligence Militare e l’Intelligence delle Forze Aeree – sono sotto il controllo di alawiti, mentre gli altri due – Sicurezza Politica e Sicurezza di Stato – sono comandati da sunniti filo-regime.
Finora le defezioni da parte dell’esercito sono state sporadiche e limitate. Assad ha cercato di schierare, come principali strumenti repressivi, una combinazione di unità alawite a lui fedeli, forze di sicurezza e bande di combattenti irregolari per lo più alawiti (o “shabiha”). Ha tentato, con buona ragione, di tenere il più possibile fuori dalla mischia le unità sunnite meno affidabili.
L’opposizione, dal canto suo, capisce perfettamente il ruolo critico delle forze armate in questo momento. Uno dei leader dissidenti, Radwan Ziadeh, intervistato questa settimana da Asharq al-Awsat, ha affermato che “il nostro obiettivo principale e tutta la nostra attenzione, in questa fase, è sull’esercito siriano”. Ziadeh dice che l’opposizione ha anche cercato di organizzare delle manifestazioni per rendere omaggio al ruolo dell’esercito nella difesa nazionale. Anche il documento dell’opposizione “Iniziativa nazionale per un cambiamento” prospetta un ruolo continuativo per funzionari e ufficiali della difesa nella fase di transizione.
Non si può ancora sapere se tutto questo sarà sufficiente per provocare vere fratture nell’esercito siriano. Ma è chiaro a entrambe le parti, come ha sottolineato Ziadeh, che una decisa reazione internazionale in grado di far cadere il regime non sembra imminente. Finora l’amministrazione Usa non ha nemmeno chiesto ufficialmente de dimissioni del dittatore siriano. Dunque, se Bashar Assad riesce a tenere insieme le sue forze armate, ha buone possibilità di sopravvivere, seppure per regnare su un regime scosso, settario e privo si qualunque legittimità interna. Se viceversa l’opposizione riuscirà a spaccare i militari, allora le due parti finiranno per combattersi fra loro. La posta in palio sarà il controllo sulla Siria. Il risultato, impossibile da prevedere.

(Da: Jerusalem Post, 14.6.11)

Nella foto in alto: il sottotenente siriano Abd Al-Razzaq Muhammad Tlas, della Quinta Divisione, 15esima Brigata, 825esimo Battaglione, originario di Rastan, presso Homs, mostra i suoi documenti alla tv Al-Jazeera (6.6.11) e dichiara d’aver disertato perché, dopo i crimini cui ha dovuto assistere, sentiva di non poter più far parte dell’esercito siriano.
Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):

http://www.memritv.org/clip/en/2969.htm

Si veda anche: