Storia di due fotografie

Se i palestinesi non iniziano a educare alla pace, non ci sarà mai la pace

Di Tuvia Book

Due foto sono state pubblicate una settimana fa, in Israele. Nessuna delle due ha ricevuto grande copertura mediatica a livello internazionale. La prima, perché mostrava il lato umano delle Forze di Difesa israeliane. La seconda, perché illustrava l’odio viscerale che pervade la società palestinese a ogni livello.

Nella prima foto si vede una giovane palestinese di Hebron che, essendosi fatta male a una gamba cadendo, si è rivolta ai sanitari delle forze armate israeliane per chiedere aiuto. E loro l’hanno trattata nel modo umano che è stato loro insegnato. Nella seconda, si vede una soldatessa israeliana che, avendo sbagliato strada insieme a un commilitone, è capitata dentro una città palestinese dove è stata quasi linciata da una folla furiosa di palestinesi prima di essere tratta in salvo all’ultimo momento.

Per quanto riguarda la prima foto, so di che si tratta. Ho prestato servizio nelle unità mediche delle forze israeliane dove si giura, in modo simile al giuramento di Ippocrate, di assistere chiunque abbia bisogno dei nostri servizi a prescindere da religione, sesso o etnia, e indipendentemente dal fatto che si tratti di amici o nemici. L‘inizio del giuramento recita: “Io, soldato del Corpo medico delle Forze di Difesa israeliane, oggi giuro di porgere aiuto a chiunque sia ferito o malato, a qualsiasi essere umano, che sia umile o influente, amico o nemico”.

Un soldato dei servizi sanitari delle Forze di Difesa israeliane si prende cura di una ragazza palestinese che si è ferita a una gamba cadendo, a Hebron

Anch’io personalmente ho avuto occasione di prestare le mie cure a palestinesi, durante il mio servizio militare, compresi quelli feriti in incidenti stradali. C’è la famosa storia, sempre portata ad esempio in Israele, di quel medico dell’esercito che curò un cecchino giordano ferito, dopo la sanguinosa battaglia di Ammunition Hill, a Gerusalemme nel 1967, benché sapesse benissimo che quello stesso cecchino aveva appena ucciso alcuni dei suoi compagni.

In realtà, non è necessario andare così indietro per rendersi conto che questo è l’ethos della società israeliana. Uno dei miei amici presta attualmente sevizio come medico militare al confine con la Siria, dove i sanitari militari israeliani curano tutti coloro che arrivano al confine in cerca di aiuto. Ogni ospedale israeliano cura tutti i pazienti che riceve, senza alcuna distinzione di carattere religioso, etnico o politico. In effetti, la metà dei bambini provenienti da paesi in via di sviluppo che vengono sottoposti gratuitamente a interventi di chirurgia cardiaca salva-vita grazie all’organizzazione “Save a Child’s Heart” che ha sede nel Wolfson Medical Center di Holon, provengono da paesi arabi e dall’Autorità Palestinese. E si potrebbe continuare.

Per quanto riguarda la seconda foto, bisogna dire che c’è qualcosa di gravemente guasto in una società nella quale i dirigenti politici e religiosi, e persino le madri, celebrano i figli quando uccidono innocenti a sangue freddo; dove i ragazzini vengono aizzati 24 ore al giorno e sette giorni su sette, a scuola, dai mass-media e nelle moschee, ad andare a uccidere; dove scuole, campi sportivi e pubbliche piazze vengono intitolati in onore di assassini e stragisti; dove gli assassini vengono osannati dall’Autorità Palestinese come l’epitome dell’eroismo, e ricompensati con i soldi versati dai contribuenti occidentali.

La soldatessa aggredita e picchiata da una folla di palestinesi a Jenin

Anche se alla fine i due soldati se la sono cavata, percossi e sanguinanti, grazie ad alcuni membri delle forze di sicurezza palestinesi che sono intervenuti e li hanno aiutati, non si può dimenticare che questi stessi poliziotti palestinesi sono stati poi brutalmente attaccati e insultati dai mass-media palestinesi a causa della loro “buona azione”.

La comunità mondiale, che finanzia e ignora questo avvelenamento di un’intera società, dovrebbe aggiustare la sua bussola etica e aiutare i palestinesi a premere il pulsante reset del loro orizzonte morale, affinché capiscano che non è certo così che si costruisce uno stato. L’Autorità Palestinese è responsabile di questo stato di cose, che essa continua a fingere di ignorare. E il mondo, lasciando correre, non fa affatto un favore all’Autorità Palestinese. In realtà, non fa che rafforzare questa mentalità profondamente inadeguata. Se l’Autorità Palestinese non inizia a educare alla pace, non ci sarà mai la pace.

(Da: Times of Israel, 15.2.18)