20esima edizione dell’Israeli Democracy Index: cala la fiducia degli israeliani nelle istituzioni del paese

In diminuzione anche la fiducia nella Corte Suprema, che tuttavia resta molto più alta rispetto a partirti e Knesset (ai quali la prospettata riforma conferirebbe la facoltà di prevalere)

Editoriale del Jerusalem Post

Livelli medi annui di fiducia (“abbastanza” o “molta”) in tutte le istituzioni nazionali nel loro complesso, confrontata con la media complessiva pluriennale di 47,8% (clicca per ingrandire)

Siamo abituati a vedere pubblicati di tanto in tanto i risultati di sondaggi che mostrano quanto, nonostante tutte le difficoltà, gli israeliani siano generalmente felici della loro vita e del loro paese.

Ci sono molti ottimi per essere contenti di vivere in Israele. Tuttavia, come mostra l’edizione 2022 dell’Israeli Democracy Index pubblicata domenica, gli israeliani sono sempre più scontenti delle loro istituzioni nazionali.

Secondo il rapporto – pubblicato nel 20esimo anniversario della ricerca condotta ogni anno dall’Israel Democracy Institute – poco meno della metà degli israeliani (49%) si dichiara ottimista sul futuro del paese: un calo vistoso rispetto al 76% che si era detto ottimista rispondendo alla stessa domanda dieci anni fa.

Sebbene venga registrato un aumento della fiducia del pubblico in due istituzioni – le Forze di Difesa e la Presidenza – complessivamente l’indice dell’Israel Democracy Institute rileva che tra il 2012 e il 2022 la fiducia media nelle istituzioni israeliane è scesa da un massimo del 61% a un minimo senza precedenti di appena il 33%. Il calo di fiducia riguarda la polizia, il governo, la Knesset (parlamento), i partiti politici e i mass-media. In particolare, il tasso di fiducia del pubblico tocca minimi storici nei confronti di mass-media (23%), Knesset (18%) e partiti politici (9%).

Anche la Corte Suprema, pur confermandosi la terza istituzione più autorevole dopo Forze armate e Presidenza, registra nel 2022 il suo indice di approvazione più basso da quando l’Israel Democracy Institute ha iniziato le rilevazioni, con solo il 42% degli intervistati che le esprime fiducia: un dato che segna un calo significativo rispetto alla media ventennale del 59,5%. Disaggregando il dato in base all’appartenenza politica, risulta che solo il 29% degli intervistati che si definiscono di destra dichiara di fidarsi della Corte Suprema, contro l’80% degli israeliani di sinistra e il 62% di quelli che si definiscono di centro.

Percentuale di fiducia (“abbastanza” o “molta”) nelle singole istituzioni nazionali. In blu: media pluriennale periodo 2003-2022. In azzurro: media periodo giugno-ottobre 2022 (clicca per ingrandire)

L’indice di fiducia relativo alla Corte Suprema è particolarmente rilevante alla luce della radicale riforma giudiziaria che il nuovo governo e il suo ministro della Giustizia Yariv Levin intendono promuovere. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ripetutamente affermato che una grande maggioranza del paese sostiene il progetto di riforma, volto a ridimensionare prerogative e poteri della Corte Suprema. Ma i dati contenuti nel rapporto dell’Israel Democracy Institute restituiscono un quadro assai più sfumato. Circa il 58% degli intervistati ritiene che l’alta Corte debba avere l’autorità di bloccare le leggi approvate dalla Knesset “se le ritiene contrarie ai principi della democrazia”. Disaggregando il dato, risulta che questa opinione è condivisa dal 70% degli intervistati di centro e dall’89% di quelli di sinistra, ma anche dal 37,5% di coloro che si definiscono di destra. Suddividendo per gruppo etnico, la facoltà della Corte Suprema di bloccare leggi approvate dalla Knesset viene sostenuta da più della metà degli israeliani ebrei (56%) e da quasi tre quarti degli israeliani arabi (71%).

Ciò che emerge da questi dati è che il progetto di intraprendere una radicale riforma giudiziaria, per la quale il governo Netanyahu afferma d’aver ricevuto un chiaro mandato nelle elezioni dello scorso primo novembre, può essere portato avanti solo nel contesto di un esteso dibattito e di un’attenta supervisione, sia all’interno del governo e della Knesset sia al di fuori di queste istituzioni, e dovrebbe essere eventualmente approvato solo con il coinvolgimento attivo di un’ampia parte dell’opposizione.

Per quanto riguarda le altre istituzioni nazionali il cui livello di fiducia tra il pubblico risulta eroso, spetta a loro riabilitare la propria immagine, il che comporta cambiamenti fondamentali nel modo in cui operano. Questa mancanza di fiducia influisce sulle persone in vari modi, compresa la diminuzione del loro senso di appartenenza e l’aumento della faziosità nella società.

Ricevendo domenica il rapporto da Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute, e da Tamar Hermann, direttrice del Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research, il presidente Isaac Herzog ha fatto riferimento proprio a questo quadro: “Sono profondamente preoccupato per tre punti del rapporto che mi viene presentato oggi – ha detto Herzog – L’erosione della solidarietà in Israele, l’indebolimento del senso di appartenenza al paese e il calo dell’ottimismo sulla nostra condizione. Sono dati sgradevoli, che vanno ad aggiungersi ad altre sezioni del rapporto che riflettono le tensioni interne fra di noi. In altre parole, la nostra coesione si sta indebolendo e dobbiamo fare di tutto per ricostruirla”.

È una battaglia in salita, che richiederà concentrazione e attenzione su tanti aspetti delle istituzioni israeliane e del tessuto del paese. L’enfasi posta dal governo sulla riforma giudiziaria non darà risposte alla maggior parte delle questioni urgenti che emergono dal rapporto. Anzi, se c’è qualcosa che dal rapporto si può dedurre è che la questione della riforma giudiziaria non è tra le questioni più pressanti.

(Da: Jerusalem Post, 17.1.23)