E se gli arabi facessero la loro parte?

In fondo, basterebbe qualche gesto simbolico per dimostrare che vogliono davvero la pace.

Di Guy Bechor

image_2948Le dirigenze sia israeliana che palestinese non muoiono dalla voglia di arrivare a un accordo e comunque non sono in grado di raggiungerlo. Troppo vitali i sospetti reciproci, troppo deboli le leadership, troppo grande l’ostilità. E Obama è troppo fragile. Tutti sanno che influenza e potere del presidente americano risulteranno ridimensionati fra circa un mese, dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Alla fin fine si tratta di un gioco a scaricabarile. Vale a dire: il gioco a chi resterà con l’imbarazzo e la responsabilità d’aver causato il “fallimento” di questi bizzarri negoziati senza passato né futuro.
Netanyahu ha sbagliato ad accettare un congelamento temporaneo delle attività edilizie ebraiche in Cisgiordania senza ricevere nulla in cambio. Curioso errore da parte di colui che negli anni ’90 coniò il famoso slogan della reciprocità: se concedono qualcosa, avranno qualcosa in cambio; se non concedono niente, non otterranno niente. E invece questa volta Netanyahu ha concesso senza ottenere nulla. I leader del mondo e i mass-media israeliani gongolano all’idea che adesso Netanyahu sia in difficoltà e che a quanto pare finirà con l’essere incolpato per il fallimento dei colloqui.
Eppure non sarebbe affatto difficile risolvere questa temporanea difficoltà. Dopo tutto, proprio Netanyahu è la persona che introdusse quella formula, durante il suo primo mandato. Tutto ciò che Israele deve dire è che chiede un gesto di reciprocità da parte dell’Autorità Palestinese e di tutti gli stati arabi che stanno dietro a Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e che lo manovrano. Se vi sarà un gesto da parte araba, Israele si impegnerà in un altro congelamento temporaneo; se invece il gesto non arriverà, allora il congelamento delle attività edilizie non verrà prolungato.
Il gesto arabo dovrebbe comprendere avere anche un significativo valore simbolico agli occhi degli araba, così come il congelamento aveva un alto valore simbolico agli occhi degli israeliani. Ed entrambi i gesti devono essere temporanei.
Un esempio potrebbe essere un festoso summit che vedesse riuniti a Gerusalemme re Abdullah di Giordania, il presidente egiziano Mubarak e re Abdullah dell’Arabia Saudita. Perché no? In fondo stiamo parlando di un processo di pace, o no? La Lega Araba, e in particolare l’Arabia Saudita, giocano un ruolo così preponderante in questi colloqui, e dunque perché non dovrebbero incontrarsi? E che ci sarebbe di male ad incontrarsi a Gerusalemme? Si sono già visti incontri in Egitto, in Giordania, a Washington. O i leader arabi non possono mettere piede in Israele?
Un altro gesto da parte araba potrebbe comprendere elementi di pubblica normalizzazione, o qualunque altra forma simbolica di riconoscimento del nazionalismo ebraico. Ad esempio, invitare il primo ministro israeliano a tenere un discorso davanti ai membri della Lega Araba riuniti al Cairo. Perché no? Dopo tutto, siamo nel bel mezzo di un processo di pace.
E che dire, poi, delle trasmissioni smaccatamente antisemite mandate in onda da tante tv arabe, anche quest’anno, in occasione del Ramadan? Fanno anch’esse parte del “processo di pace”? E che dire delle martellanti mozioni anti-israeliane proposte dagli arabi in tutti gli organismi internazionali? Non sarebbe ora di lasciarle perdere? All’occorrenza, il ministero degli esteri israeliano può fornire un lungo elenco di queste mozioni; sollecitate dall’Autorità Palestinese, naturalmente.
Un altro gesto porrebbe essere quello di approvare una legge in Libano che garantisse finalmente diritti civili ai palestinesi. Non sto parlando di cittadinanza, per carità (come quella garantita già da decenni in Israele ai profughi ebrei dai paesi arabi); parlo semplicemente del diritto fondamentale di poter vivere e lavorare in quel paese. Il Libano è lo stato più ostile verso i palestinesi, ai quali non riconosce nemmeno diritti basilari come quello di acquistare un appartamento o di avere un lavoro regolare. Persino nella striscia di Gaza la vita dei palestinesi è migliore di quella dei loro “invisibili” fratelli in Libano. Ma su questo il mondo arabo tace, naturalmente (e con lui i tanti sedicenti “amici dei palestinesi” in giro per il mondo).
Insomma, esiste tutta un’ampia gamma di misure di alto valore simbolico che i paesi arabi, o la stessa Lega Araba, potrebbero adottare: eppure non si sognano di fare nulla del genere. Dopo tutto, ciò che essi perseguono non è la pace con Israele. Ciò che vogliono è solo indebolire Israele, e metterlo in imbarazzo e in difficoltà.
Ma se non si prendono la briga di fare neanche uno di questi gesti, dovrebbero prendersi almeno la colpa per l’impasse negoziale: con la loro stessa condotta, le parti arabe non farebbero infatti che confermare che ciò che vogliono, in realtà, non è la pace.

(Da: YnetNews, 28.9.10)

Nella foto in alto: Guy Bechor, autore di questo articolo

Si veda anche:
COSA POTREBBERO FARE I PAESI ARABI PER LA PACE in: Abbattere il muro dell’odio

http://www.israele.net/articolo,2663.htm