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La parlamentare araba israeliana del Meretz Ghaida Rinawie Zoabi ha deciso domenica di tornare nella coalizione, tre giorni dopo l’annuncio del suo ritiro. La decisione è stata presa al termine di un incontro con il ministro degli esteri e vice primo ministro Yair Lapid, al quale hanno partecipato vari politici e sindaci arabi che hanno fatto pressione sulla parlamentare perché non mettesse in pericolo la coalizione di governo. L’annuncio di Zoabi della scorsa settimana aveva messo il governo in minoranza alla Knesset. Con il suo rientro, il rapporto coalizione/opposizione torna 60 seggi contro 60.

La parlamentare araba israeliana Ghaida Rinawie Zoabi del partito di sinistra Meretz, ha ritirato giovedì il proprio sostegno al governo, annunciando contemporaneamente che non accetterà la sua già annunciata nomina a Console generale d’Israele a Shanghai. In una lettera ai leader della coalizione (il primo ministro Naftali Bennett e il ministro degli esteri Yair Lapid), Zoabi motiva la scelta dicendo che il governo si è spostato troppo a destra (specie nel rapporto con i cittadini arabi). Solo sei settimane fa la parlamentare Idit Silman, del partito di destra Yamina, aveva fatto la stessa scelta dicendo che la politica del governo non è abbastanza di destra (specie nel rapporto con i cittadini ebrei osservanti). Mentre l’abbandono di Silman aveva portato la coalizione alla parità in parlamento con l’opposizione (60 seggi contro 60), l’abbandono di Rinawie Zoabi mette la coalizione in minoranza (59 a 61). Tuttavia, l’opposizione si presenta profondamente divisa tra un blocco destra-religiosi di 54 parlamentari e, dall’altra parte, i 6 parlamentari della Lista (araba) Congiunta più Rinawie Zoabi. Due parlamentari del blocco destra-religiosi (Idit Silman e Amichai Shikli), essendo stati eletti come membri del partito della coalizione Yamina, non possono votare contro la coalizione se non in un voto di sfiducia costruttiva. Secondo fonti citate da Ha’aretz e dalla tv pubblica Kan, Zoabi avrebbe indicato che, nonostante le sue dimissioni dalla coalizione, non intende far cadere l’attuale governo di minoranza.

Le forze israeliane hanno sventato un attentato all’arma bianca, martedì vicino a Nablus, quando un palestinese armato di coltello si è avventato contro i soldati in servizio a un posto di controllo, ma è stato colpito e ferito dalla reazione dei militari. Nelle prime ore di lunedì mattina, un altro attentato è stato sventato a est di Ariel quando è stato individuato in tempo e arrestato un 22enne palestinese di Al-Bireh munito di ascia che da un’ora si aggirava in auto alla ricerca di un civile ebreo isolato da colpire. Nell’auto è stato anche trovato il suo “testamento da martire” suicida. Intanto, lunedì sera, un secondo funerale “politico” a Gerusalemme est (dopo quello della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh) è degenerato in scontri con la polizia israeliana a causa dell’intervento violento di agitatori palestinesi. Già all’inizio del funerale del militante di Hamas (deceduto sabato in seguito a lesioni cerebrali riportate durante gli scontri del mese scorso sul Monte del Tempio), un veicolo si è scagliato verso un cordone di poliziotti, i quali l’hanno fermato sparando alle gomme e hanno arrestato i cinque palestinesi a bordo. La polizia aveva coordinato il funerale con la famiglia del defunto, ma violenti scontri sono scoppiati sul Monte del Tempio e in altri luoghi di Gerusalemme est quando centinaia di palestinesi hanno lanciato una raffica di pietre e ordigni a polvere pirica contro le forze israeliane, sventolando bandiere di Hamas. Feriti numerosi passanti e sei poliziotti, molti i veicoli danneggiati. Hamas e Jihad Islamica hanno invocato un’escalation di scontri con le forze israeliane.

Lunedì, all’uscita dalla moschea al-Aqsa: ancora una volta agitatori palestinesi si sono impadroniti della bara del defunto (un militante di Hamas), facendo degenerare il funerale in scontri e violenze (clicca per ingrandire)

L’Autorità Palestinese ha ribadito sabato il suo rifiuto di condurre un’indagine congiunta con Israele sulla morte della giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh e il rifiuto di mettere a disposizione degli inquirenti israeliani il proiettile estratto dal corpo. Le Forze di Difesa israeliane, che stanno conducendo la propria indagine, hanno affermato che non è ancora possibile determinare chi abbia sparato il colpo fatale. L’indagine israeliana si sta concentrando su uno specifico scontro a fuoco, dei vari avvenuti quel giorno a Jenin, e sta conducendo indagini balistiche su tutte le armi in dotazione dei militari coinvolti in quello scontro. Le due principali ipotesi sono che la giornalista sia stata colpita per errore dai miliziani palestinesi che hanno esploso centinaia di colpi da più punti in modo incontrollato anche nella direzione verso cui si stava dirigendo la giornalista, oppure che sia stata colpita per errore da militari israeliani che rispondevano al fuoco da una jeep in movimento mirando a terroristi che si trovavano a circa 200 metri nelle vicinanze della reporter. Secondo le Forze di Difesa israeliane, un esame balistico professionale sul proiettile potrebbe avvalorare una delle ipotesi. Dal canto suo, la Procura palestinese a Ramallah ha dichiarato che prosegue “le indagini sull’efferato crimine deliberatamente commesso dalle forze di occupazione”.

Gli scontri tra polizia e palestinesi all’inizio del corteo funebre per la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, venerdì mattina a Gerusalemme, sono stati causati dal fatto che un folto gruppo di agitatori palestinesi si è impossessato della bara all’ospedale contro la volontà dei famigliari e ha tentato di avviarsi lungo un percorso non concordato. In una nota, la polizia israeliana spiega che il percorso del corteo funebre era stato pianificato in anticipo con la famiglia di Abu Akleh, ma circa 300 agitatori sono arrivati all’ospedale Saint Joseph di Gerusalemme e hanno impedito ai membri della famiglia di caricare la bara sul carro funebre, come era stato concordato e coordinato in anticipo. Il gruppo di agitatori ha minacciato l’autista del carro funebre e, con la bara, ha tentato di avviare una marcia non pianificata, lanciando alcune pietre e bottiglie verso i cordoni della polizia. A quel punto la polizia è intervenuta per disperdere l’assembramento in modo che il funerale potesse procedere come previsto secondo i desideri della famiglia. Pochi minuti dopo, una volta collocata la bara sul carro funebre diretto alla Cattedrale dell’Annunciazione della Vergine nella Città Vecchia di Gerusalemme, tutta la cerimonia è proseguita e si è conclusa pacificamente e nel pieno rispetto. In ogni caso, il capo della polizia Kobi Shabtai, in coordinamento con il ministro della pubblica sicurezza Omer Bar-Lev, ha disposto un’indagine che si concentrerà sui preparativi fatti dalla polizia prima del funerale ed esaminerà ciò che ha innescato la violenza nei confronti degli agenti e il livello di forza utilizzato dalla polizia.

L’ufficiale di collegamento dell’Autorità Palestinese con Israele, Hussein a-Sheikh, ha dichiarato giovedì che l’Autorità Palestinese non metterà a disposizione di Israele il proiettile estratto dal corpo della giornalista di Al-Jazeera per un’ispezione balistica. L’Autorità Palestinese ha rifiutato la proposta di Israele di condurre un’indagine congiunta sulle circostanze della morte di Sheerin Abu Akleh. Israele si era anche detto disponibile a includere un organismo internazionale indipendente in qualsiasi indagine congiunta. Il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane, Aviv Kochavi, ha nominato una squadra dedicata all’indagine sull’incidente durante il quale, ha ribadito Kochavi, “i palestinesi hanno sparato indiscriminatamente alle nostre forze, sparando in ogni direzione”. Alti funzionari israeliani hanno affermato giovedì che il rifiuto dei palestinesi di mettere a disposizione degli  inquirenti israeliani il proiettile che ha ucciso la giornalista di Al-Jazeera suscita sospetti: “Israele ha chiesto un esame congiunto, ma al momento i palestinesi si rifiutano. Chi non ha nulla da nascondere non ha motivo per non collaborare”, ha affermato la Direzione Informazione presso l’ufficio del primo ministro.

La corrispondete della tv Al-Jazeera Shireen Abu Akleh, 51 anni, è stata mortalmente colpita alla testa, mercoledì mattina, mentre copriva un violento scontro a fuoco fra terroristi e soldati israeliani nel campo palestinese di Jenin. Al-Jazeera ha detto che è stata “uccisa deliberatamente a sangue freddo” dai militari “dell’occupazione”. Le Forze di Difesa israeliane hanno affermato che stanno indagando l’incidente, avvenuto mentre le truppe rispondevano a un fuoco intenso durante un’operazione di arresto di terroristi, e che “esiste la possibilità, al momento sotto esame, che la giornalista sia stata colpita da spari palestinesi”. Il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid ha detto che Israele ha offerto ai palestinesi di condurre un’indagine autoptica congiunta sulla “tragica morte della giornalista”, aggiungendo: “I giornalisti nelle zone di conflitto devono essere protetti e tutti abbiamo la responsabilità di arrivare alla verità”. Al momento l’offerta risulta respinta. I reporter di Al-Jazeera hanno sempre operato senza incontrare ostacoli da parte della autorità israeliane nonostante i loro servizi estremamente critici e talvolta diffamatori verso Israele. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha criticato il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen per aver immediatamente attribuito la colpa alla forze israeliane “senza solide basi”. Bennett ha dichiarato che, stando alle informazioni attualmente disponibili, “ci sono buone probabilità che i palestinesi armati, che sparavano in lungo e in largo, siano quelli che hanno causato la sventurata morte della giornalista. Esiste persino una registrazione in cui si sentono palestinesi gridare ‘è stato colpito un soldato, è sdraiato a terra’, mentre nessun soldato è rimasto ferito” (vedi su Twitter). “I palestinesi hanno rifiutato l’offerta di un’indagine congiunta – ha detto ministro della giustizia israeliano Gideon Sa’ar – è c’è da chiedersi perché. Temo che abbiano rifiutato perché non hanno interesse a rivelare la verità”. Mercoledì pomeriggio, riferendo in parlamento sulla morte della giornalista, Bennett ha affermato: “Senza una vera indagine non potremo arrivare alla verità. I palestinesi si rifiutano di collaborare. Chiediamo che i palestinesi non prendano provvedimenti atti a inquinare le indagini”. Ancor prima che iniziasse l’inchiesta, il corpo della giornalista è stato fatto sfilare in parata per le vie di Jenin (mentre il funerale è previsto per giovedì). Più tardi le Forze di Difesa israeliane hanno diffuso un breve video che mostra le truppe sotto il fuoco palestinese durante l’operazione per l’arresto di terroristi mercoledì a Jenin:

In serata è circolata la notizia che il proiettile estratto durante un’autopsia effettuata dai palestinesi (senza presenza israeliana) sarebbe un calibro 5,56 mm da mitra M16, un’arma usata sia dalle forze israeliane che da miliziani palestinesi.