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Nella ricorrenza di Yom Kippur, tutto Israele si ferma. Per 25 ore chiudono scuole, ristoranti e attività commerciali, le strade si svuotano perché nessuno guida e non ci sono autobus, treni e aerei. Conosciuto come il Giorno dell’Espiazione, Yom Kippur è il giorno più sacro del calendario ebraico, quando gli israeliani religiosi in tutto il paese digiunano e pregano, chiedendo perdono. Altri israeliani, meno osservanti, approfittano delle strade vuote come di un parco dove andare in bicicletta, con lo skateboard e persino fare yoga. Quest’anno Yom Kippur inizia la sera di mercoledì 15 e termina subito dopo il tramonto di giovedì 16 settembre. Si tratta di una giornata assolutamente unica al mondo.

Israele e Unione Europea hanno concordato, mercoledì, il riconoscimento reciproco dei certificati che confermano le vaccinazioni anti-coronavirus. L’accordo consente agli israeliani in Europa di chiedere e ricevere il green pass locale con cui accedere a ristoranti, eventi culturali ed edifici pubblici. Lo stesso vale per i cittadini europei in Israele. L’accordo non impedisce a singoli paesi UE di limitare l’ingresso degli israeliani.

Israele potrebbe accettare il ritorno a un accordo sul nucleare iraniano mediato dagli Stati Uniti purché vi sia un energico piano B fatto di sanzioni e forte pressione politica, economica e diplomatica da parte di Stati Uniti, Europa, Russia e Cina nel caso l’accordo dovesse fallire, e si riserva un piano C come risposta militare per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari nel caso dovesse spingersi fino a quel punto. Lo ha detto martedì a Foreign Policy il ministro della difesa israeliano Benny Gantz. “Israele non ha la capacità di guidare un vero piano B – ha spiegato Gantz – Noi non possiamo mettere insieme un regime di sanzioni economiche internazionali. Questo deve essere guidato dagli Stati Uniti. L’Iran deve temere che gli Stati Uniti e i loro partner fanno sul serio”. Circa il “piano C”, Gantz ha detto: “Se arriva il momento critico, ci saremo. Noi non siamo l’America, ma abbiamo i nostri mezzi”. Gantz ha poi avvertito che se le potenze mondiali non riusciranno a impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare, ciò porterà a una corsa alle armi nucleari: “Altri stati non staranno semplicemente zitti a guardare. Le compreranno direttamente dal Pakistan o da chiunque altro”. Successivamente un portavoce del ministro ha chiarito che Gantz non sostiene un ritorno americano al piano del 2015, ma che accetterebbe un nuovo accordo più duraturo, più ampio e più energico. Circa il conflitto con i palestinesi e le possibili soluzioni, Gantz ha detto che “qui occorrono due entità politiche” e ha definito il miglioramento del dialogo con i palestinesi “un valore della massima importanza”. Tuttavia, ha aggiunto: “Abu Mazen sogna ancora le linee del 1967, ma questo non accadrà”.

Il primo ministro Naftali Bennett ha ribadito che al momento non ha intenzione di incontrare il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen. “Non vedo alcuna logica nell’incontrare qualcuno che vuole trascinare i soldati delle Forze di Difesa israeliane davanti alla Corte internazionale dell’Aia accusandoli di crimini di guerra e allo stesso tempo paga vitalizi ai terroristi”, ha detto Bennett martedì sera in un’intervista rilasciata alla vigilia della ricorrenza di Yom Kippur (il “giorno dell’espiazione”, che inizia mercoledì sera). Bennett ha anche ribadito di ritenere “un terribile errore” la creazione di uno stato palestinese, cioè “importare il modello clamorosamente fallito a Gaza”, pur sottolineando di condividere l’approccio del ministro della difesa Benny Gantz volto a mantenere legami e connessioni con i rappresentanti palestinesi al fine di preservare la calma e il coordinamento sulla sicurezza. Ma attualmente, ha aggiunto Bennett, non c’è alcuna possibilità di riprendere i colloqui di pace con i palestinesi e “comprendiamo tutti che al momento non è rilevante”.

L’Ambasciata degli Emirati Arabi Uniti in Israele ha commemorato, martedì, il primo anniversario degli Accordi di Abramo con grandi affissi a Tel Aviv e Gerusalemme. “La pace è il futuro dei nostri figli” si legge in ebraico e arabo sui cartelloni decorati con le bandiere israeliana ed emiratina. Il 14 settembre 2021 Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain firmavano alla Casa Bianca gli Accordi di Abramo, rendendo ufficiali la pace e la normalizzazione delle relazioni tra i due stati del Golfo e Israele.

Gli affissi degli Emirati Arabi Uniti a Gerusalemme (clicca per ingrandire)

E’ deceduta martedì all’età di 90 anni Ida Nudel, una delle più eminenti refusenik, che poté immigrare dall’Urss in Israele nel 1987 solo dopo 16 anni di lotte contro le autorità sovietiche, compresi quattro anni di prigionia in Siberia. La storia della sua battaglia divenne uno dei simboli più importanti dell’ebraismo sovietico sotto il dominio comunista. In Israele, Nudel creò la onlus “Da madre a madre” che offre attività dopo-scuola a figli di immigrati russi.

Ida Nudel al suo arrivo in Israele nel 1986 (clicca per ingrandire)

L’Iran potrebbe ottenere entro un mese abbastanza uranio arricchito per una bomba nucleare. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato lunedì dall’Institute for Science and International Security, un think tank con sede negli Stati Uniti, secondo il quale, nello scenario peggiore, in tre mesi l’Iran potrebbe produrre abbastanza uranio per una seconda arma e in cinque mesi per una terza. Il rapporto non dice che la Repubblica Islamica potrebbe usare entro questi tempi un’arma nucleare, poiché ciò richiederebbe ulteriori passaggi relativi a lancio e detonazione, ma afferma che il programma atomico militare iraniano è giunto a un punto in cui tutto ciò che serve è una decisione politica. La stima del think tank è accompagnata da critiche al dialogo avviato domenica fra l’agenzia Onu per l’energia atomica (AIEA) e il nuovo governo iraniano senza che Teheran interrompa l’arricchimento al 60% in violazione dell’accordo sul nucleare del 2015. Da aprile l’Iran ha aumentato il suo arricchimento dal 5% e 20% al 60%, che tecnicamente è solo un gradino sotto al livello militare del 90%. Particolarmente significativo il fatto che il rapporto dell’Institute for Science and International Security si basa sui dati quantitativi dei rapporti della stessa AIEA. Lo scorso agosto, il ministro della difesa israeliano Benny Gantz aveva affermato che l’Iran era a un paio di mesi dalla capacità di acquisire un’arma nucleare.

La Federazione Internazionale di Judo ha bandito dalle gare per 10 anni il judoka algerino Fethi Nourine per essersi rifiutato di competere alle Olimpiadi di Tokyo con un avversario israeliano. Stessa sanzione per l’allenatore di Nourine, Amar Benikhlef. L’organo di governo del judo mondiale è coerente nelle sue politiche antidiscriminatorie. Ad aprile ha sospeso l’Iran per quattro anni per aver vietato ai suoi atleti di competere con atleti israeliani.

Mass-media palestinesi hanno diffuso voci secondo cui lunedì sera Zakaria Zubeidi, il più noto dei quattro evasi palestinesi recentemente catturati, sarebbe entrato nel reparto di terapia intensiva di un ospedale israeliano, nonostante fonti israeliane abbiano smentito affermando che Zubeidi è in buona salute e non è nemmeno ricoverato. Le voci sembrano nate da un post che includeva una foto relativa a un altro incidente (un terrorista colpito lunedì mentre commetteva un attentato all’arma bianca vicino alla stazione centrale degli autobus di Gerusalemme), ma tanto è bastato perché nelle moschee di Jenin venisse annunciato che Zubeidi era in gravi condizioni, spingendo gruppi di palestinesi a scontarsi coi soldati israeliani con lancio di ordigni incendiari al posto di controllo di Jalameh.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha incontrato martedì, nel suo ufficio a Gerusalemme, i famigliari di Avera Mengistu, l’israeliano di origine etiope affetto da disturbi mentali che entrò nella striscia di Gaza nel 2014 e da allora è trattenuto in ostaggio da Hamas senza che venga fornita nessuna notizia né alla famiglia né a emissari di organizzazioni unitarie. Il primo ministro tiene regolarmente incontri con le famiglie degli israeliani prigionieri o dispersi a Gaza per aggiornare i parenti sugli sforzi per riportarli in patria.