I capi palestinesi hanno altro per la testa

Temono il successo dei negoziati: preferiscono la cosiddetta soluzione “ad un unico stato”.

Di Mordechai Kedar

image_2914Chiunque abbia familiarità con le furbizie che caratterizzano gli attuali dirigenti palestinesi sa qual è la verità: dopo il previsto show a Washington, troveranno un modo per ostacolare i negoziati diretti. Netanyahu li spaventa, soprattutto per via della sua capacità politica di raggiungere un accordo: non ha una significativa opposizione sulla destra, e Kadima (il partito centrista che ha la maggioranza relativa in parlamento, ma è attualmente all’opposizione) non aspetta altro che un suo segnale per abbracciarlo e sostenerlo, saltando sul carro della coalizione il giorno in cui le formazioni minori della destra dovessero uscirne. È proprio questo ciò che temono i palestinesi, giacché loro – invece – non possono affatto concludere l’accordo.
Il primo motivo per cui non possono è la questione dei profughi. Qualunque leader arabo o palestinese che dica qualcosa che possa essere interpretata come una qualche forma di concessione sul cosiddetto “diritto al ritorno” (la formula che indica l’invasione di Israele da parte di milioni di arabi) sa che verrebbe immediatamente accusato di tradimento. E Hamas ci andrebbe a nozze. Non è un caso se il sistema educativo nell’Autorità Palestinese e nei campi profughi in Libano, Siria e Giordania continua a inculcare il concetto del ritorno in ogni modo possibile.
la dirigenza dell’Olp teme inoltre che, nel caso di un accordo per preveda esplicitamente “la fine del conflitto e di ogni ulteriore rivendicazione” (come chiede Israele), essa si ritroverebbe ai ferri corti con Siria e Libano, due paesi che vogliono sbarazzarsi dei profughi palestinesi del 1948 e dei loro discendenti. Questi due paesi potrebbero perfino sabotare l’accordo procedendo all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi verso la neonata Palestina: che è l’ultima cosa che la dirigenza palestinese desidera.
Il secondo motivo è Gerusalemme. Sotto la leadership di un governo israeliano di destra, la spartizione della città appare un obiettivo irrealizzabile, ma la dirigenza palestinese non può presentare alla sua gente un accordo che comprenda meno del sogno indicato da Arafat: “Uno stato palestinese con la santa Gerusalemme come capitale”.
Un’altra ragione è di natura economica. Ormai da molti anni l’Autorità Palestinese vive, e la sua classe dirigente anche piuttosto bene, grazie ai fondi pubblici e governativi che le arrivano da Europa, Stati Uniti, mondo arabo e islamico. Al punto che il reddito disponibile pro capite palestinese è doppio di quello egiziano. La dirigenza dell’Autorità Palestinese teme che, una volta dichiarato uno stato palestinese indipendente, le donazioni inizieranno a scemare giacché il resto del mondo si aspetterà che i palestinesi inizino finalmente a mantenersi da soli come qualunque altro stato indipendente. I palestinesi, che si sono abituati a vivere a spese di altri, non sopportano l’idea che venga il giorno in cui dovranno guadagnarsi da vivere per conto proprio.
In conclusione, al posto di un accordo che non vogliono, i dirigenti palestinesi adocchiano un’alternativa. Si fanno infatti sempre più numerose le voci, sia israeliane sia arabe, che invocano la soluzione “ad un unico stato”, che naturalmente sarà perfettamente democratico permettendo a entrambi i popoli – ebrei israeliani e arabi palestinesi – di coesistere sulla base di un accomodamento concordato, come nel caso del Belgio. Abbastanza curiosamente, la soluzione “ad un unico stato” viene sostenuta, in Israele, sia dall’estrema destra, che non vuole rinunciare al principio dell’integrità della Terra d’Israele; sia dall’estrema sinistra, che non vede alcun problema nel condividere la propria casa (la propria sede nazionale) con gli arabi pur di far vedere a tutti quanto è liberale e illuminata.
A quanto pare, come si è visto, la soluzione “a un solo stato” piace anche a qualcun altro, e cioè alla dirigenza palestinese, giacché essa le risparmierebbe la necessità di dover concedere qualcosa per iscritto. In un unico stato la vita dei palestinesi sarebbe migliore di oggi dal momento che essi godrebbero dei diritti civili di uno stato moderno. E se a un certo punto gli ebrei decidessero di andarsene (portandosi via lo stato moderno), anche quella sarebbe una fortuna: in quel modo otterrebbero tutto il paese senza accordi e senza concessioni. E allora, perché negoziare?

(Da: YnetNews, 23.8.10)

«Nel “borsino” degli aiuti umanitari, un congolese riceve 27 volte meno soldi di un palestinese, e sette volte meno che un afgano. Un afgano riceve, ad esempio, 179 dollari all’anno contro i 25 di un congolese e i 10 di un pachistano. Insomma, ogni palestinese costa alla solidarietà internazionale circa 675 dollari l’anno e ogni pakistano 10 dollari». L’ha scritto domenica Ugo Volli sul sito web informazionecorretta.com, citando dati dal quotidiano Repubblica. Aggiunge Volli: «L’investimento massiccio sui palestinesi mostra che vi è chi ha interesse a mantener viva la questione, a rendere la condizione del profugo non provvisoria ma definitiva, insomma a far sì che la bomba a orologeria palestinese continui a ticchettare».

Nella foto in alto: Mordechai Kedar, autore di questo articolo

Si veda anche:

Spaventati da Netanyahu

http://www.israele.net/articolo,2732.htm

Negoziati? No, grazie

http://www.israele.net/articolo,2724.htm

Chi ha fretta di dividere la terra?

http://www.israele.net/sezione,,2833.htm

Perché i palestinesi si oppongono al negoziato?

http://www.israele.net/sezione,,2695.htm

Ecco lo Stato rifiutato dai palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2698.htm