Il dietrofront di Obama

Israele viene di nuovo percepito come un “alleato vitale”, e non come un ostacolo.

Di Aluf Benn

image_2902La recente campagna del presidente Usa Barack Obama volta corteggiare Israele riflette una netto dietrofront della politica americana in Medio Oriente. Le priorità degli Stati Uniti sono cambiate: in cima figurano il problema sempre più grave dell’Iran e le preoccupazioni circa i mutamenti di leadership in Egitto e Arabia Saudita. In queste circostanze, Israele viene di nuovo percepito come un “alleato vitale”, per dirla con le parole del segretario di stato aggiunto Andrew Shapiro, e non più come un ostacolo nella ricerca di legami più calorosi tra Washington e mondo musulmano, come era visto invece all’inizio della presidenza Obama.
Gli americani hanno un interesse supremo in Medio Oriente: l’offerta disponibile e non troppo costosa di petrolio, che alimenta le economie degli Stati Uniti e dei loro alleati. La possibilità di garantire tale offerta dipende dal mantenimento della “stabilità”, che fa affidamento su regimi totalitari la cui sopravvivenza dipende dagli Stati Uniti. A sua volta, la difesa di questi regimi garantisce importanti mercati per l’industria della difesa americana.
Da quando ereditarono dalla Gran Bretagna la responsabilità per la difesa del Medio Oriente, e dall’enunciazione della “dottrina Eisenhower” nel 1957 dopo la Crisi di Suez, gli Stati Uniti hanno combattuto ogni elemento che potesse insidiare l’ordine regionale e minacciare il regolare afflusso di petrolio: da Gamal Abdel Nasser coi suoi protettori sovietici, a Saddam Hussein e Osama bin Laden.
Israele s’è trovato in diverse posizioni nella strategia americana. Talvolta è stato visto come un punto di forza, altre come un peso. Nei periodi buoni, gli americani sottolineavano il “rapporto speciale” e i “valori condivisi”. Nei periodi brutti se la prendevano con Israele per il reattore nucleare di Dimona e, ultimamente, per la questione degli insediamenti.
Per gli americani si tratta di normale amministrazione: quando avevano bisogno della Cina contro l’Unione Sovietica, ignoravano Taiwan e le violazioni di Mao dei diritti umani; quando la Cina è stata percepita come una minaccia economica, Washington ha annunciato che avrebbe venduto armi a Taiwan, ha ufficialmente ospitato il Dalai Lama e ha riconosciuto la censura in vigore a Pechino e l’oppressione degli oppositori da parte del regime cinese.
Rispetto a Israele, gli insediamenti giocano il ruolo che svolgono Taiwan e il Tibet nei rapporti fra Stati Uniti e Cina: un problema permanente che viene enfatizzato o ignorato a seconda del bisogno. Sono arrabbiati col primo ministro israeliano? Ecco che evocano i Sheikh Jarrah e Yitzhar. Hanno bisogno di Israele, o vogliono lisciargli il pelo in cambio di un altro pseudo-passetto in avanti nel processo di pace? Ecco che lasciando perdere la commissione urbanistica in Giudea e Samaria (Cisgiordania).
Quando Obama entrò in carica, la sua valutazione era che gli Stati Uniti erano stati indeboliti in Medio Oriente e sperava di arrivare a un accordo su una spartizione di influenza con la potenza regionale, l’Iran. Così raffreddò drasticamente i rapporti con Israele e tirò fuori dal ripostiglio il solito bastone chiamato insediamenti. Ma non ha funzionato. Gli iraniani hanno snobbato i gesti di buona volontà di Obama, e gli stati arabi hanno ignorato la causa palestinese mettendo in chiaro che bloccare l’Iran era per loro cosa assai più importante. Come ha detto l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington in una conferenza la scorsa settimana, “un attacco militare all’Iran da parte di chiunque sarebbe un disastro, ma un Iran dotato di armi nucleari sarebbe un disastro ancora peggiore”.
Questo è il motivo del voltafaccia nell’approccio di Obama. Anziché “bastonare Israele e guadagnarsi gli applausi dei musulmani”, la sua posizione sull’Iran si fa più dura. Le sanzioni contro Tehran sono diventate più severe e la retorica è si è fatta più schietta. Israele è passato da ostacolo a gradito partner, forse perché non c’è altra scelta alla luce dell’attesa instabilità con gli imminenti cambiamenti al vertice al Cairo e a Riyad. La cooperazione con le Forze di Difesa israeliane è diventata più stretta e gli americani adesso preferiscono sottolinearla, a differenza della loro tendenza nel recente passato a minimizzarla. Oggi Israele è di moda, a Washington, al punto che Shapiro, plaudendo ai legami fra i due paesi nella difesa, si è spinto al punto di citare due presidenti, John Adams e il figlio John Quincy Adams, che avevano caldeggiato la nascita di una patria ebraica decenni prima di Herzl. Il sionismo è nato alla Casa Bianca e noi nemmeno lo sapevamo.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ottenuto un successo diplomatico. Durante il suo primo incontro con Obama aveva cercato di convincerlo che la minaccia iraniana è della massima importanza e Obama per tutta risposta gli aveva chiesto di non costruire abitazioni a Gerusalemme est. Ora il presidente americano, seduto accanto a Netanyahu, dichiara che il programma nucleare iraniano “è la mia prima priorità in politica estera da diciotto mesi”, senza fare alcun accenno agli insediamenti. Ciò non avviene per caso. In cambio Netanyahu si è impegnato ad arrivare a una composizione permanente del conflitto entro un anno, segnalando che la portata del colpo inferto all’Iran si rifletterà sulle dimensioni delle concessioni che Israele potrà fare. E se questo amore tardivo aiuterà Obama e il suo partito nelle prossime elezioni per il Congresso, dal suo punto di vista l’intesa sarà stata utile.

(Da: Ha’aretz. 21.07.10)

Si veda anche:

Perché i palestinesi si oppongono al negoziato?

http://www.israele.net/sezione,,2695.htm

Wall Street Journal: Perché Obama se la prende con Israele?

http://www.israele.net/articolo,2774.htm