Il massimo dell’ipocrisia

Il M.O. è devastato dalle stragi, ma sono gli ebrei al di là dalla Linea Verde che tolgono il sonno all'Europa.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3788Scrive Matan Peleg, su Israel HaYom: «Suleiman, dodici anni, è fuggito da solo dalla Siria fino a un campo profughi in Turchia dopo che tutta la sua famiglia è stata sterminata dall’esercito del presidente siriano Bashar Assad nel massacro Aleppo. Il destino della sua famiglia non è un caso isolato: è lo specchio della storia di una nazione intera. Circa centomila persone sono state uccise dal marzo 2011 nella guerra civile siriana. Ma la voce dell’Europa non si è sentita.
Alla ragazza pakistana Malala Yousafzai, 16 anni, spararono alla testa lo scorso ottobre perché guidava una resistenza sociale contro i talebani. Recentemente ha parlato alle Nazioni Unite delle studentesse che vengono uccise per la determinazione degli estremisti islamisti di impedire alle donne di completare gli studi. Ma la voce dell’Europa non si è sentita.
Il recente sovvertimento egiziano ha visto 57 sostenitori del deposto presidente Mohammed Morsi ammazzati in un solo giorno al Cairo. In Arabia Saudita le donne si battono per il diritto di guidare la macchina, ma pare che anche questa volta dovranno rinunciare. Intanto l’Iran, dove le donne adultere vengono lapidate, sta costruendo una base navale in Sudan per inviare armamenti ad Assad e Hezbollah. Ma la voce dell’Europa non si fa sentire.
Il conflitto fra islamici sciiti e islamici sunniti miete centinaia di vite innocenti ogni mese non solo in Siria, ma anche in Iraq, in Libano, nel Bahrain. La guerra scatenata dagli estremisti islamisti contro il progresso intellettuale miete un pesante prezzo di vittime fra donne e ragazze. Ma la voce dell’Europa non si fa sentire.
L’unico luogo in tutto il Medio Oriente dove si possono trovare reali diritti umani è Israele. Si può sempre discutere il grado di rispetto di tali diritti e i casi in cui non vengono rispettati, e si può farlo in Israele. Così come si può sempre discutere, in Israele, il grado di responsabilità di questo o quel governo per lo stallo nei colloqui di pace. Ma i diritti civili e umani esistono, in Israele, ed esistono leggi, tribunali, progresso civile, cultura della critica al governo, diritto internazionale. Ma l’Europa ha deciso di esercitare il proprio diritto di detestare Israele.
In un mondo mediorientale che trabocca di stragi indiscriminate, l’Unione Europea ha deciso di cessare ogni cooperazione con gli enti israeliani che operano al di là della ex linea armistiziale del 1949, cioè in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nei quartieri ebraici di Gerusalemme est occupati dai giordani fino al ’67, sulle alture del Golan rivendicate dal regime siriano. Ventotto paesi civili ed evoluti hanno deciso che gli insediamenti sulle alture del Golan sono peggiori e più meritevoli di condanna dei massacri che si consumano a pochi chilometri di distanza, dall’altra parte del confine. Insomma, il massimo dell’ipocrisia».
(Da: Israel HaYom, 18.7.13)

Scrive Boaz Bismuth, su Israel HaYom: «La Siria si sta disintegrando, l’Egitto è al collasso, l’Iran continua con le sue manovre ingannevoli, ma sono gli insediamenti israeliani quelli che tolgono il sonno all’Europa. È piuttosto imbarazzante vedere come si comportano questi ex grandi imperi che oggi si propongono come faro di moralità. Quando non riescono a influenzare gli eventi, scelgono la seconda opzione: quella di mettersi di traverso. La (lodevole) iniziativa del segretario di stato americano John Kerry è ora affiancata dalla (ostruzionista) iniziativa europea. Il complesso di inferiorità degli europei ha spinto un gruppetto di burocrati di Bruxelles a formulare un complesso documento giuridico che stabilisce che i futuri accordi con Israele non saranno applicabili al di là delle linee del 1967.
Il documento è stato compilato nel Dipartimento Medio Oriente della Commissione Europea presieduto da Christian Berger, un diplomatico austriaco che negli anni scorsi è stato l’inviato dell’UE nei territori palestinesi. Che è il posto dove, presumibilmente, ha appreso le virtù dell’obiettività. Berger non si capacita di come la grande vecchia Europa non sia in grado di esercitare la propria influenza sul conflitto più importante e più grave del mondo. Sicuramente si domanda com’è possibile che l’Unione Europea, che dà così tanti soldi alla regione, non riceva nulla in cambio. Vogliamo contare, non solo pagare – deve essersi detto. Dimenticando, peraltro, che Israele non solo riceve, ma anche contribuisce e sovvenziona i progetti di ricerca e sviluppo. È l’altra parte quella che si limita a ricevere fiumi di denaro.
Il documento si spinge ben oltre la dichiarazione fatta nel 2012 dai ministri degli esteri europei, sulla quale si basa. I ministri dell’UE avevano preso una posizione piuttosto astratta, che ora Berger si è ingegnato a tradurre in termini pratici, operativi e giuridici. E siccome il baldo Christian Berger ha deciso di risolvere “il problema dell’occupazione”, ci sia permesso suggerirgli di iniziare, da lunedì, ad applicarsi da par suo a risolvere l’occupazione turca di Cipro Nord, l’occupazione marocchina del Sahara Occidentale, l’occupazione armena del Nagorno-Karabakh azero, l’occupazione russa dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia in Georgia, l’occupazione russa delle isole Kurili rivendicate dal Giappone, l’occupazione giapponese delle Isole Senkaku rivendicate dalla Cina, per non parlare di quell’insediamento russo tra Polonia e Lettonia noto come Kaliningrad. Non si dimentichi, inoltre, l’occupazione militare russa di porzioni della Karelia finlandese, l’occupazione cinese del Tibet, l’occupazione indonesiana della Papua Occidentale, e il Pakistan che rifiuta di riconoscere la sovranità indiana nel Kashmir. E non abbiamo ancora menzionato i problemi più cari all’Europa: le isole Falkland contese fra Gran Bretagna e Argentina, i problemi nella Nuova Caledonia francese, il controllo britannico di Gibilterra in terra spagnola, gli abitanti della Groenlandia che rivendicano l’indipendenza dalla Danimarca, la frustrazione del Marocco per il controllo spagnolo di due città su suolo marocchino, Ceuta e Melilla, come se il Marocco fosse ancora parte della Spagna. E si potrebbe suggerire anche un’occhiata a nord-irlandesi, baschi, corsi, sud-tirolesi…
Per ora siamo gli unici ad essere stati gratificati del documento europeo di Christian Berger. Ce ne faremo una ragione».
(Da: Israel HaYom, 18.7.13)

Scrive Tomas Sandell, su Times of Israel: «Nel maggio 2007 la nostra organizzazione, European Coalition for Israel, ha infranto la legge. In aperta violazione della raccomandazione politica dell’Unione Europea di non organizzare eventi ufficiali europei a Gerusalemme, abbiamo tenuto il nostro ricevimento ufficiale “Europe Day” al King David Hotel, nel cuore di Gerusalemme. Tra le tante autorità presenziarono anche diversi ambasciatori dell’UE, così come membri del Parlamento Europeo e di diversi parlamenti nazionali. Se eravamo dei fuorilegge, eravamo certamente in ottima compagnia. Ed è andato tutto benissimo. Il prossimo anno abbiamo intenzione di farlo di nuovo, e questa volta contiamo di organizzare anche alcuni piacevoli eventi collaterali a Gerusalemme est. Curerò personalmente di fare in modo che il vino servito provenga dalle alture del Golan. La perniciosa mossa con cui l’UE cerca di predeterminare i confini di una futura soluzione a due stati, non ci lascia altra scelta che violare l’odiosa direttiva. Gli ebrei che vivono e operano a Gerusalemme est e nei territori al di là della ex linea armistiziale hanno tutto il diritto di farlo. Illegale fu l’occupazione di quei territori e la divisione di Gerusalemme ad opera della Legione Araba nel 1948-’49. Illegale sarebbe dividere di nuovo Gerusalemme ed espellere gli ebrei che vi abitano.
Sia ben chiaro. Come cittadini europei non intendiamo interferire nella politica interna israeliana. Non spetta a noi decidere come israeliani e palestinesi vorranno risolvere, attraverso negoziati bilaterali, le loro controversie per vivere insieme in pace. E non spetta nemmeno all’Unione Europea. La quale oltretutto ha controfirmato gli Accordi di Oslo in cui si afferma, all’articolo 31, che “in attesa del risultato dei negoziati sullo status definitivo, nessuna delle parti deve prendere alcuna iniziativa volta a modificare lo status giuridico di Cisgiordania e striscia di Gaza”. In quanto interlocutori esterni, quello che dobbiamo fare è contribuire a promuovere un’atmosfera in cui possa crescere la fiducia e si renda possibile la coesistenza tra israeliani e palestinesi. Ma l’UE sta facendo esattamente il contrario.
Perché mai gli ebrei che operano e vivono al di là delle linee armistiziali del ’49 rappresenterebbero una minaccia per la coesistenza e la pace? Non vi sono forse non-ebrei che vivono e operano al di qua di quella linea? Non dovrebbero, ebrei e palestinesi, attrezzarsi a convivere fianco a fianco? E quale sarà il prossimo provvedimento dell’Unione Europea, premio Nobel per la pace? Forse vieterà l’ingresso nei paesi europei agli ebrei che vivono al di là di quella linea? In quanto cittadino europeo, mi corre un brivido gelido solo a pensarlo. Come European Coalition for Israel, è chiaro che protesteremo contro le interferenze dell’UE che cerca di predeterminare i confini definitivi di una soluzione a due stati, rendendo sostanzialmente vacui e inutili i negoziati tra israeliani e palestinesi che tutti auspichiamo. Se i palestinesi possono ottenere quello che chiedono tramite i loro portaborse europei, perché mai dovrebbero tornare al tavolo a trattare? Mentre tutto il Medio Oriente è una polveriera, l’UE sembra investire ogni sforzo ed energia nel destabilizzare l’unico stato democratico che condivide i nostri valori e dà speranza alla regione, vale a dire Israele.
Fino a non molto tempo fa era di moda affermare, nei circoli di Bruxelles, che “bisogna risolvere il conflitto palestinese se si vuole dare pace e stabilità a tutto il Medio Oriente”. Oggi anche per i burocrati di Bruxelles è piuttosto difficile spiegare cosa abbiano a che fare il bagno di sangue in Siria o le turbolenze in Egitto con l’irrisolto contenzioso tra israeliani e palestinesi. Una cosa è certa. Non ce ne staremo zitti se i nostri leader continueranno a intensificare la loro guerra diplomatica contro lo stato ebraico. Gli ebrei che vivono ad Ariel e a Gerusalemme est non sono un ostacolo alla pace. Oggi lo è, piuttosto l’Unione Europea.
(Da: Times of Israel, 17.7.13)

Si veda anche:

“Confini del ’67: un errore storico, un ostacolo politico, un nonsenso logico” e “Per una corretta lettura della risoluzione Onu 242”
in calce a: “Narrazione araba e verità storica. Perché la risoluzione 242 non esige un ritiro sulle linee pre-’67, e di Gerusalemme non parla nemmeno”.

http://www.israele.net/articolo,3475.htm