Il momento della verità

Mofaz ha un piano che potrebbe costringere Netanyahu e Abu Mazen a prendere decisioni cruciali.

Di Carlo Strenger

image_3429Per ovvie ragioni, la bomba politica di martedì in Israele ha lasciato attoniti cittadini e commentatori. In particolare viene sottolineato come ora il primo ministro Benjamin Netanyahu sia una sorta di re incontrastato della politica israeliana, giacché in sostanza ogni singolo partito della coalizione sa che il governo non ha bisogno di lui per restare in sella. Naturalmente sia Netanyahu che il leader di Kadima, Shaul Mofaz, hanno spiegato d’aver preso questa decisione per il bene supremo del Paese, e naturalmente molti israeliani non gli credono più di tanto, giacché gli interessi in gioco sono fin troppo evidenti. Ma una volta detto tutto questo, e fatto il bilancio di vincitori e perdenti, occorre dare un’occhiata spassionata alla nuova situazione: cosa ci si può aspettare concretamente? La stampa sia israeliana che internazionale focalizza l’attenzione sulla questione dell’Iran: chi sottolineando che l’ampia coalizione offre a Netanyahu maggiori margini di manovra, chi – specie all’estero – augurandosi che Mofaz porti nel governo una posizione di maggiore cautela sull’opzione militare. A mio parere, invece, il fattore più interessante è quello di cui si è parlato meno: l’impegno della nuova coalizione a rilanciare il processo negoziale coi palestinesi. […]
È da un po’ di tempo che Mofaz, il nuovo alleato di Netanyahu, va sostenendo un piano di pace in due fasi. In sintesi, propone di istituire immediatamente uno stato palestinese sul 60% della Cisgiordania affrancando in questo modo più del 99% della popolazione palestinese dall’amministrazione israeliana. Ciò creerebbe condizioni favorevoli per veri negoziati sulla composizione definitiva del contenzioso. Il piano di Mofaz richiederebbe lo sgombero immediato di un certo numero di avamposti d’insediamento sorti in quel 60% di territorio che passerebbe sotto sovranità palestinese. Attuare questo piano, inoltre, significherebbe porre fine al sogno dell’integrità della Terra d’Israele (comunemente indicato come “grande Israele”), e significherebbe fare dello stato palestinese una realtà di fatto, lasciando aperta soltanto la questione del tracciato definitivo dei confini.
Quindi, entro i prossimi diciotto mesi (scadenza naturale della legislatura), arriverà per Netanyahu il momento della verità. Se Mofaz metterà il suo piano sul tavolo del nuovo governo, Netanyahu dovrà decidere: prendere decisioni cruciali nell’intento di porre fine al secolare conflitto coi palestinesi, o passare alla storia come l’uomo che ha mancato l’occasione per farlo? […]
Se Netanyahu deciderà di procedere con qualcosa di simile al piano Mofaz, allora arriverà il momento della verità per Mahmoud Abbas (Abu Mazen), giacché per lui sarebbe tutt’altro che facile imboccare questa strada. I palestinesi temono che, in un processo per fasi, i confini provvisori del loro stato finiscano per diventare definitivi. Per questo Abu Mazen potrebbe rifiutarsi di cooperare sulla base del piano Mofaz, esigendo invece che si arrivi direttamente all’accordo definitivo. Il che, a mio avviso, sarebbe un errore storico. Abu Mazen deve rendersi conto che gli israeliani hanno bisogno di almeno un decennio di vera pace coi palestinesi prima di accettare l’idea che lo stato palestinese si assesti sulle linee pre-’67 mettendo tutti i grandi centri abitati d’Israele e i suoi centri nevralgici alla portata di qualunque razzo Qassam o Katyusha lanciato dall’altra parte. Il piano di Mofaz potrebbe offrire le condizioni fisiche e politiche per questo decennio di pace: renderebbe la vita dei palestinesi incommensurabilmente migliore, pur salvaguardando la sicurezza d’Israele.
La creazione di uno stato palestinese con confini provvisori minerebbe decisamente le posizioni degli intransigenti di entrambe le parti. Da un lato, metterebbe in chiaro all’estrema destra ideologica israeliana che il suo sogno è finito. Dall’altro, un reale aumento sul terreno di libertà e dignità per i palestinesi rafforzerebbe Abu Mazen, mostrando ai palestinesi che esiste un orizzonte politico e che essi hanno solo da perdere nell’appoggiare la linea del rifiuto intransigente alla Hamas. Il che a sua volta costringerebbe Hamas, nell’arco di pochi anni, a cambiare programma politico e accettare l’esistenza di Israele.
Pertanto Abu Mazen dovrebbe impegnarsi col piano di Mofaz, se e quando gli verrà proposto. Certo, verrà accusato dai suoi avversari di svendere gli interessi del popolo palestinesi, e verrà definito traditore collaborazionista. Dovrà usare tutta la sua abilità politica e la sua leadership per convincere i suoi che questo è l’unico modo realistico per istituire uno stato palestinese sul terreno e che nel lungo periodo i palestinesi avranno solo da guadagnarci.

(Da: Ha’aretz, 9.5.12)

Nella foto in alto: Carlo Strenger, autore di questo articolo

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