Il viaggio per la pace

I discorsi fatti all'Onu da Ahmadinejad e Abu Mazen non hanno corrispondenza con la realtà esterna.

Di Kenneth Bandler

image_3559Lo scenografico edificio che sorge sulle sponde dell’East River ed ospita la sede delle Nazioni Unite è protetto dall’extraterritorialità e giuridicamente separato dal resto della città di New York. Per alcuni capi di stato, che vi si recano per l’annuale pellegrinaggio di settembre in occasione dell’avvio dei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu, l’enclave è anche un rifugio confortevolmente al riparo dalla realtà politica. Alcuni leader vi proiettano la loro limitata visione del mondo senza domande dagli altri capi di stato presenti e dai loro staff.
Per l’apertura della sessione 2012, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si sono prodotti nella creazione di visioni che non hanno corrispondenza con la realtà fuori dal Palazzo di Vetro. E la mancanza di una qualunque reazione da parte dell’organismo internazionale ha confermato come l’annuale esercizio dei discorsi interminabili serva ben poco alla causa della pace e della sicurezza.
Ahmadinejad, alla sua ottava apparizione, non è stato all’altezza dei suoi precedenti show, anche se in una conferenza stampa a margine dei lavori ha trovato il modo di ripetere la classica minaccia del regime iraniano di “eliminare” Israele. Un diplomatico europeo ha spiegato il fatto che nessuno dei ventisette paesi dell’Unione Europea abbia abbandonato la sala durante il discorso di Ahmadinejad dicendo che nel discorso stesso (a differenza della conferenza stampa) non comparivano le consuete tirate contro l’esistenza di Israele e contro l’autenticità della Shoà. Il presidente iraniano sarebbe stato semplicemente “incoerente”, ha osservato il diplomatico con imbarazzo, il che evidentemente non basta per lasciare la sala. Canada, Stati Uniti e Israele sono stati i soli paesi che si sono risparmiati l’oratoria di Ahmadinejad. Ecco dunque il leader di un paese che deve subire sanzioni economiche internazionali sempre più severe e che nondimeno viene accolto con tutti gli onori da una sala affollata dai rappresentanti di quasi tutti gli altri membri dell’Onu. Ahmadinejad deve essersi compiaciuto di tale accoglienza, pochissimo tempo dopo aver ospitato a Tehran un vertice dei Paesi Non Allineanti che ha unanimemente approvato il programma nucleare iraniano.
Abu Mazen, benché non sia il capo di uno stato, gode ugualmente della facoltà di parlare ai capi di stato riuniti in Assembla Generale. Nel 2012, tuttavia, la questione che si pone è: chi rappresenta esattamente Abu Mazen? Dopo le prime e ultime elezioni presidenziali palestinesi del gennaio 2005, Hamas si è impadronita della striscia di Gaza, gli sforzi per forgiare una riconciliazione fra Fatah e Hamas rimangono in alto mare, le nuove elezioni sono state ripetutamente posticipate, gli stati arabi non hanno mantenuto le loro promesse di aiuti finanziari indebolendo ulteriormente l’economia palestinese e, di recente, sono scoppiate proteste di massa in Cisgiordania contro il primo ministro Salam Fayyad e lo stesso Abu Mazen. Nulla di tutto questo è comparso nel discorso di Abu Mazen alle Nazioni Unite. “Non c’è stato palestinese senza Gaza” ha detto Fayyad lo scorso agosto dopo aver rilevato che le comunità palestinesi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza sono sempre più distanti fra loro. Ed ha aggiunto acutamente: “Ogni giorno che passa senza passi concreti verso la riconciliazione, Gaza diventa sempre più un’entità distinta. Non una nazione, né un territorio sovrano: solo un’entità distinta”. Può ben darsi che le profonde differenze ideologiche fra i capi palestinesi rivali, Ismail Haniyeh a Gaza e Abu Mazen a Ramallah, siano troppo grandi per poter unire questi due tronconi dell’ipotetico stato palestinese. Forse i gravi contrasti all’interno della società palestinese sono il maggiore ostacolo al raggiungimento della pace.
Abu Mazen, benché riconosciuto a livello internazionale come il leader dei palestinesi, sembra ancora riluttante ad esercitare il coraggio e la visione che caratterizzano un vero statista. I perpetui elogi nelle capitali d’ogni parte del mondo non produrranno uno stato palestinese. Solo un Abu Mazen risoluto lo può fare. E la sua prima decisione, se è sinceramente votato alla soluzione a due stati, dovrebbe essere quella di tornare ai negoziati diretti con Israele.
Esitazioni e posture intransigenti costano ad Abu Mazen, e ai palestinesi, un’occasione d’oro con Washington. Due anni fa il presidente Barack Obama fece un audace tentativo di riesumare i colloqui israelo-palestinesi ospitando alla Casa Bianca Abu Mazen e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Pochi giorni dopo, rivolgendosi all’Assemblea Generale dell’Onu, Obama dichiarava: “Quando torneremo qui, l’anno prossimo, potremmo già avere un accordo che conduca a un nuovo membro delle Nazioni Unite: lo stato sovrano di Palestina in pace e a fianco di Israele”. Poco dopo Abu Mazen abbandonava di nuovo i colloqui di pace e si imbarcava in una nuova strategia volta a ottenere uno stato attraverso l’Onu (senza negoziato né accordo con Israele). L’anno scorso il Consiglio di Sicurezza non ha riconosciuto questo stato. Ora i palestinesi, nella stessa linea, cercheranno a novembre di elevare con un voto dell’Assemblea Generale lo status della loro rappresentanza all’Onu a livello di “stato non-membro”. Prima di procedere su questa strada, Abu Mazen dovrebbe riascoltare con attenzione il discorso che ha fatto Obama all’Onu lo scorso 25 settembre. Significativamente egli ha dedicato un solo paragrafo al conflitto israelo-palestinese. “La strada è ardua – ha detto – ma la meta è chiara: uno stato d’Israele ebraico e sicuro e uno stato palestinese prospero e indipendente. Nella consapevolezza che una tale pace può arrivare solo attraverso un giusto accordo fra le parti, l’America procederà insieme a coloro che sono pronti a fare questo viaggio”.
I presidenti degli Stati Uniti, con stili differenti, si sono tutti dimostrati determinati a contribuire alla soluzione del conflitto arabo-israeliano e a promuovere accordi di pace fra Israele e i suoi vicini. Israele è pronto da tempo a negoziare. E la dirigenza palestinese? È disposta ed è in grado di intraprendere questo viaggio?

(Da: Jerusalem Post, 2.10.12)

Nella foto in alto: Kenneth Bandler, autore di questo articolo

Si veda anche:

Un paragone istruttivo. Gli iraniani non sono folli, ma non lo erano nemmeno i giapponesi che attaccarono Pearl Harbor

http://www.israele.net/articolo,3555.htm

La Bomba iraniana spiegata ai negati. Persino Le Monde ha riconosciuto la semplice efficacia del discorso di Netanyahu all’Onu

http://www.israele.net/articolo,3553.htm

Lo stato pietoso dell’Autorità Palestinese. Non è solo malgoverno e parassitismo economico: qui c’è in ballo una questione ben più fondamentale

http://www.israele.net/articolo,3541.htm