Le giuste domande da porre

Non è secondario capire cosa intendono per “Palestina” i palestinesi e gli arabi israeliani.

Di Shlomo Avineri

image_2955Non sono del tutto sicuro che sia stata una mossa accorta o corretta chiedere ai palestinesi di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, nel quadro dei negoziati di pace. Tuttavia, dal momento che la questione è stata sollevata, è impossibile ignorare la recisa risposta assolutamente negativa data dai leader palestinesi Mahmoud Abbas e Saeb Erekat e dalla Lega Araba.
Siccome alla radice della controversia sta la riluttanza araba ad accettare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, e persino di riconoscere l’esistenza stessa del “popolo ebraico”, è chiaro che non si tratta di un problema semplice. Dal momento che i palestinesi mettono in discussione il diritto stesso degli ebrei all’autodeterminazione, forse è il caso di porre ai palestinesi alcuni interrogativi, per quanto difficili e complicati.
Bando agli equivoci: così come spetta agli ebrei e solo agli ebrei decidere sulla questione dell’autodeterminazione ebraica, allo stesso modo spetta ai palestinesi, e non agli ebrei, decidere sulla questione dell’autodeterminazione palestinese. E tuttavia gli ebrei hanno il diritto di porre alcune domande a questo riguardo.
La prima domanda è rivolta ai negoziati palestinesi. Personalmente mi auguro che, nonostante tutti gli ostacoli, alla fine uno stato indipendente palestinese veda la luce a fianco dello stato d’Israele. Ma, dato che nella percezione araba il termine “Palestina” comprende tutto il territorio che sta fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, e non solo la Cisgiordania e la striscia di Gaza che dovrebbero costituire il futuro stato di Palestina, ai leader palestinesi si dovrebbe domandare se gli è davvero chiaro che il territorio di Israele vero e proprio non fa parte della “Palestina”, e che dunque non dovrebbe essere presentato come parte della “Palestina” nella narrativa palestinese e nelle scuole palestinesi. Così come la grande maggioranza dei cittadini ebrei d’Israele distingue perfettamente fra “Stato di Israele” (termine politico-istituzione) e “Terra d’Israele” (termine storico-geografico), dovrebbe essere messo bene in chiaro a tutti – a noi e a loro – che città come Acco, Giaffa e Be’er Sheva non fanno parte della “Palestina”. È una faccenda complicata. Ma se i palestinesi, nel loro stato indipendente, continueranno a considerare il territorio dello stato d’Israele come “territorio occupato” appartenente alla patria palestinese, con tutta evidenza ciò non faciliterà il processo di reciproco riconoscimento. (In Europa si è fatta una certa esperienza dei disastri che possono nascere da revanscismi e irredentismi irresponsabilmente alimentati.)
La seconda domanda è rivolta ai cittadini arabi israeliani. Alcuni dei loro leader preferiscono definirsi “cittadini palestinesi d’Israele” e, naturalmente, hanno il diritto di farlo. Ma non è possibile ignorare il fatto che, dopo la creazione di uno stato palestinese indipendente, questa definizione rischia di apparire problematica. Significa che essi considerano lo stato indipendente di Palestina come il loro paese e la loro patria? E significa che, in ultima analisi, essi considerano le regioni d’Israele dove vivono – la Galilea, Acco, Giaffa eccetera – come parte della Palestina, che a quel punto sarà un’entità politica e non più solo un’espressione geografica?
Certo, il moderno mondo liberale ammette identità multiple (e chi lo sa meglio degli ebrei?). Ma la questione qui è tutt’altro che semplice. In un’atmosfera carica di conflittualità e tensioni storiche, alcuni chiarimenti potrebbero far progredire l’ accoglienza degli arabi israeliani come cittadini pienamente eguali: una sfida che non farà che diventare più pressante, per Israele, dopo la nascita dello stato palestinese indipendente giacché a quel punto, auspicalmente, perderanno peso le giustificazioni israeliane basate sulla sicurezza.
Sono domande complesse e il fatto stesso di sollevarle può essere interpretato come un tentativo di complicare i negoziati. Sono invece convinto che sia vero il contrario: chi, come me, sostiene la soluzione “due stati per due popoli”, e vuole vedere i cittadini arabi d’Israele su un piede di completa parità civica, può – e forse deve – porre queste domande.

(Da: Ha’aretz, 05.10.10)

Nella foto in alto: In una scuola egiziana, un’alunna mostra la classica mappa della “Palestina” utilizzata dalla pubblicistica irredentista araba, che comprende anche tutto il territorio di Israele.

Si veda anche:

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm