Ma i palestinesi lo vogliono uno stato?

Sempre più numerosi gli esperti che mettono in dubbio questo assioma

di Sever Plocker

image_2548Ma i palestinesi lo vogliono uno stato? La domanda può sembrare provocatoria. Non è forse del tutto ovvio che il movimento nazionale palestinese aspira alla realizzazione del suo obiettivo, vale a dire la creazione di uno stato palestinese? Non è del tutto ovvio che l’ethos della sovranità politica è ciò guida da gran tempo i sogni e le lotte del popolo palestinese?
Ebbene no, non è affatto ovvio. Anzi, si fanno sempre più numerosi gli esperti in questioni mediorientali disposti a rispondere con un “no” alla domanda se i palestinesi vogliano uno stato. Alcuni di loro con un no titubante, altri con un no secco.
In un articolo sul numero dello scorso 11 giugno della “New York Review of Books” firmato da Hussein Agha e Robert Malley, i due rinomati autori sostengono che, “a differenza del sionismo per il quale l’indipendenza statale costituiva l’obiettivo centrale, la lotta palestinese si è imperniata primariamente attorno ad altre questioni… Oggi l’idea di una statalità palestinese è viva, ma lo è soprattutto al di fuori della Palestina… Una modesta frazione dei palestinesi, per lo più membri della élite dell’Autorità Palestinese, che ha intravisto il senso dell’edificazione di istituzioni statali, e che aveva un interesse a farlo, si è messa all’opera. Ma per la maggioranza dei palestinesi questo genere di progetto non potrebbe essere più lontano dai loro interessi politici originari”.
I due esperti ricapitolano la questione affermando che la nozione di uno stato palestinese viene percepita come qualcosa di importato dall’esterno, e come un comodo sbocco per elementi estranei che interferiscono con l’indipendente volontà del popolo palestinese. Agha e Malley sottolineano la “trasformazione del concetto di indipendenza statale palestinese, passato dall’ambito di quelli più rivoluzionari a quelli più conservatori”. E asseriscono che in passato Yasser Arafat, anche quando sembrava appoggiare la creazione di uno stato palestinese e addirittura minacciava di dichiaralo unilateralmente, in realtà non adottò mai una posizione univoca e non chiarì mai le sue intenzioni. Dopo la morte di Arafat, la nozione di indipendenza statale ha perduto che restava del sostegno popolare di cui aveva goduto.
Il messaggio che emerge dall’articolo è coincide abbondantemente con l’argomento sostenuto nell’ultimo libro pubblicato da Benny Morris, storico di primo piano del conflitto arabo-israeliano. In “One State, Two States” (Yale University Press, 2009), Morris espone in modo dettagliato la storia della nozione di “due stati per due popoli” a partire delle fasi iniziali del sionismo fino ai giorni nostri. La conclusione che ne trae è la seguente: i palestinesi non hanno mai adottato la nozione di uno stato indipendente e sovrano che esista a fianco di Israele indipendentemente dai suoi confini; analogamente, i palestinesi hanno respinto anche la nozione di uno stato unico bi-nazionale.
Dopo aver analizzato i documenti ufficiali di Fatah, dell’Olp, dell’Autorità Palestines, oltre alle dichiarazioni rese dai leader palestinesi, Morris conclude che, sin dall’inizio, il movimento nazionale palestinese ha sempre considerato la terra di Palestina nella sua interezza come un unico stato arabo e musulmano. Arafat fu l’unico eminente leader palestinese che sembrò modificare la propria posizione originaria e puntare alla soluzione “a due stati”. Nella sua lettera ufficiale all’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin datata 9 settembre 1993 [quella che rese possibile la successiva stretta di mano alla Casa Bianca] il presidente Arafat riconosceva il diritto dello Stato d’Israele ad esistere in pace e sicurezza. Tuttavia, continua Morris, si trattava di parole vuote, scritte al solo scopo di arrivare alla firma degli Accordi di Oslo.
In pratica la posizione di Arafat sulla questione della spartizione della Palestina rimase vaga e continuò ad oscillare, mentre il leader palestinese respingeva ogni accordo concreto di spartizione, compreso il format proposto dall’allora presidente Bill Clinton a Camp David. Il che può essere interpretato (ed è proprio così che lo interpreta Morris) come il frutto della riluttanza dei palestinesi a realizzare la loro sovranità in qualunque forma accettabile. Oggi tutto questo viene integrato dal completo rifiuto di Israele e di qualunque presenza ebraica in terra di Palestina da parte di Hamas.
L’articolo di Agha e Malley, sulla sinistra, unito al libro di Morris, sulla destra, ispirano profondo pessimismo: i palestinesi non accetteranno né di dividere né di condividere questo paese. Essi restano abbarbicati al loro sogno rivoluzionario di ‘liberazione nazionale’, e finché questa irrealistica liberazione non si realizzerà preferiscono esistere come un’entità nazionale anziché un’entità politica: cioè come un’entità che non ha obblighi e che è sempre percepita come vittima, ai suoi stessi occhi e agli occhi del mondo.
Noi, che viviamo dentro questa realtà esasperante e senza soluzioni, possiamo solo sperare che i bravi esperti mediorientalisti si sbaglino.

(Da: YnetNews, 7.08.09)

DOCUMENTAZIONE
Dichiarazioni pubbliche di Abbas Zaki, ambasciatore dell’Olp in Libano:

“A mio parare, con la soluzione a due stati Israele crollerà perché, quando se ne andranno da Gerusalemme, che cosa ne sarà di tutti i loro discorsi sulla terra promessa e sul popolo eletto? Cosa ne sarà di tutti i sacrifici che hanno fatto, solo per sentirsi poi dire di andar via? Loro considerano che Gerusalemme abbia uno status spirituale; gli ebrei considerano Giudea e Samaria [Cisgiordania] come il loro sogno storico. Se gli ebrei dovranno abbandonare questi luoghi, l’idea sionista inizierà a crollare. Regredirà con il loro stesso assenso. E poi noi andremo avanti”. (TV ANB, 7.05.09)

“Noi siamo totalmente convinti che il diritto al ritorno [all’interno di Israele] sia garantito dalla nostra volontà, dalle nostre armi e dalla nostra fede. L’Olp è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese e non ha cambiato una virgola della sua piattaforma programmatica. Alla luce della debolezza della nazione araba e della carenza di valori, e alla luce del controllo americano su tutto il mondo, l’Olp ha deciso di procedere per fasi, ma senza cambiare il suo obiettivo strategico.Lasciatemi dire: quando l’ideologia di Israele inizierà a crollare e noi prenderemo perlomeno Gerusalemme, crollerà l’ideologia d’Israele nella sua interezza, e noi inizieremo a procedere con la nostra ideologia, ad Allah piacendo, e a buttarli fuori da tutta la terra di Palestina”. (TV NBN, 9.04.08)

(Da: MEMRI, 14.05.09)

Nell’immagine in alto: Il movimento revanscista palestinese, più che sulla fondazione di un nuovo stato, è imperniato soprattutto sul tema del “ritorno” inteso nel senso dell’annullamento della pagina di storia del 1948 che vide la nascita dello stato di Israele; il quale infatti – come in questo manifesto del 2008 – risulta sempre cancellato dalle mappe delle rivendicazioni palestinesi.

Si veda anche:

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm