Se l’Autorità Palestinese accetta di negoziare sul negoziato

Gli entusiasti della “svolta” trascurano dettagli come Gaza/Hamas, Hezbollah, Siria, Iran, Fratelli Musulmani.

Di Barry Rubin

image_2913La grande notizia del momento è l’annuncio che presto vi saranno negoziati diretti fra Israele e Autorità Palestinese. Può darsi. Ma per il momento il segretario di stato Usa Hillary Clinton ha solo emanato un invito a riunirsi e parlare. Generalmente questo genere di inviti vengono emessi quando entrambe le parti hanno accettato, e tutti i dettagli sono stati definiti. Oggi, però, non lo si può più dare per scontato. Da un lato, negli ultimi tempi il governo americano non è sembrato granché preparato. Dall’altro, l’Autorità Palestinese potrebbe benissimo trovare nuove scuse per non presentarsi, o pretendere che vengano previamente soddisfatte ulteriori richieste. I baroni di Fatah permetteranno al “presidente” Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di sedersi al tavolo dei colloqui?
La dichiarazione del Quartetto dice: “Negoziati diretti e bilaterali, che risolvano tutte le questioni relative allo status finale, devono condurre a una composizione negoziata fra le parti, che ponga fine all’occupazione iniziata nel 1967 e si traduca nell’emergere di uno stato palestinese indipendente, democratico e concretamente vitale, che viva fianco a fianco con Israele e gli altri suoi vicini in pace sicurezza”.
Vedremo se questo nuovo round di negoziati avrà luogo davvero o meno. Altra cosa che vorremmo sapere è quali sono i termini dei colloqui. Saranno concepiti nel senso di cedere a tutte le richieste dei palestinesi? Saranno organizzati in una struttura coerente? O si tratta solo di una messinscena che permetta all’amministrazione Obama di vantarsi d’essere riuscita ad avviare colloqui diretti (dopo averli ingarbugliati e aver contribuito a bloccarli per quasi sedici mesi)? È quasi divertente leggere articoli dove si sostiene che si tratta di un successo per l’amministrazione Obama. Se l’amministrazione Usa avesse davvero lavorato così bene, avrebbe potuto annunciare la ripresa nell’aprile 2009, dopo la visita di Abu Mazen a Washington. Il presidente in effetti annunciò la ripresa dei negoziati nel settembre del 2009, ma per un anno non si è visto nulla. Ed è quasi spassoso leggere resoconti della prevista ripresa dei negoziati privi di qualunque menzione al fatto che la sola ragione per cui c’è voluto così tanto tempo è stata l’opposizione dell’Autorità Palestinese a negoziati diretti. Come è possibile capire la situazione e immaginare cosa accadrà nel prossimo futuro se si tralasciano questi elementi di fatto?
Lo stesso vale per altri due fatti generalmente trascurati, relativi alla tempistica. Il congelamento israeliano di quasi un anno delle attività edilizie negli insediamenti di Cisgiordania sta per scadere. In cambio di quella concessione (che avrebbe dovuto sbloccare l’opposizione palestinese a colloqui diretti), Israele non ha ricevuto nulla. Ora verrà “ricompensato” con l’opportunità di prorogare il congelamento. Naturalmente, ne vale la pena se serve per mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti. Ma vale anche la pena rendersi conto che l’Autorità Palestinese riceverebbe questo “premio” senza aver fatto la sua parte.
L’altra questione di timing riguarda il desiderio dell’amministrazione Obama di vantare alle elezioni di novembre i negoziati come segno di un suo successo diplomatico. Presumibilmente ciò andrà di pari passo con il completamento del ritiro dall’Iraq delle unità di combattimento, anch’esso calcolato in modo da coincidere con l’impegno elettorale a riprova del buon lavoro fatto dal governo di Washington. Va bene, Ma ciò che resta incomprensibile sul piano del puro buon senso è l’imposizione ai colloqui diretti della scadenza di un anno. L’esperienza ha ormai insegnato quanto siano insensate queste tabelle di marcia artificiali. Dopo tutto, il processo di Oslo mancò tutte le scadenze prefissate e ci mise sette anni a naufragare. Paradossalmente coloro che nel 2000 ripetevano che i negoziati dovevano essere accelerati perché il leader dell’Autorità Palestinese doveva avere “qualche risultato da mostrare alla sua gente”, oggi dicono che fu un terribile errore fare fretta ad Arafat: come se questo fosse il motivo per cui Arafat respinse la pace a Camp David e la proposta di compromesso avanzata subito dopo da Bill Clinton.
C’è poi ancora un’altra questione che viene trattata con sorprendente ingenuità. Come farà ad esserci “uno stato palestinese indipendente, democratico e concretamente vitale, che viva fianco a fianco con Israele e gli altri suoi vicini in pace sicurezza” quando circa metà del supposto stato – la striscia di Gaza – si fonda su un regime islamista estremista che persegue soluzioni genocide contro Israele? Dovrà semplicemente scomparire? Le masse palestinesi che vi vivono si solleveranno a sostegno dell’accordo negoziato con Israele? In realtà è assai più probabile che si sollevino in Cisgiordania contro di esso.
Infine, suggerisco che qualcuno nei mass-media e fra i politici inizi realmente a parlare di ciò che Israele si aspetta da un accordo negoziato. Sentiamo costantemente ripetere le richieste palestinesi – uno stato, le linee del 1967, Gerusalemme est, il ritorno dei profughi – come se fossero le uniche questioni sul tappeto. Ma se vengono ignorate le richieste di Israele – riconoscimento come stato sovrano del popolo ebraico, autentiche garanzie di sicurezza, re-insediamento dei profughi nel futuro stato palestinese, stato palestinese smilitarizzato, fine del conflitto – ciò significa sabotare i negoziati. Si rammenti che, ammesso che si arrivi a una composizione negoziata, Hamas, Hezbollah, Siria, Iran, Fratelli Musulmani ed altri cercherebbero in ogni modo di affossarla. Il livello di terrorismo e conflittualità crescerebbe ancora di più. L’Iran, ad esempio, non smetterebbe certo di rincorrere lo sviluppo di armi nucleari. L’idea che tutto, in Medio Oriente, sia legato al conflitto arabo-israeliano e che risolvendo quel conflitto si avrebbe stabilità e moderazione in tutta la regione è semplicemente infondata, e non regge a un’analisi seria della regione e delle sue dinamiche politiche.
Sarebbe ottimo se le parti arrivassero a un accordo di pace permanente, giusto e stabile. Ma è una pena sentire tanti sciocchezze sulla pace che sarebbe a portata di mano, sull’impellente desiderio che avrebbero i palestinesi di avere uno stato e di “porre fine all’occupazione”, ignorando completamente il fattore Gaza/Hamas e le richieste di Israele e molto altro ancora. Mentre finisco di scrivere questo articolo sento dire alla radio che sia gli israeliani che i palestinesi sono ansiosi di fare la pace. Mah…
I colloqui diretti non porteranno nessun grande progresso. Se l’approccio degli Stati Uniti e degli europei è essenzialmente cinico – facciamo così, in modo da poterci atteggiare a grandi statisti e mantenere le cose quiete mentre siamo occupati con Iran, Iraq e Afghanistanm – allora poco male. Il pericolo nascerebbe, invece, nel momento in cui iniziassero a prendere sul serio la loro stessa propaganda e pensassero che nascondere i conflitti reali sotto il tappeto e fare solo pressioni su Israele sia davvero la ricetta per creare una pace sostanziale, promuovere la sicurezza regionale e rispondere ai loro veri interessi strategici.

(Da: Global Research in International Affairs-GLORIA, 20.8.10)

Nella foto in alto: Barry Rubin, autore di questo articolo

Si veda anche:

Cosa aspettarsi dai colloqui indiretti israelo-palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2819.htm

Quella via (americana) lastricata di buone intenzioni

http://www.israele.net/articolo,2799.htm

“Richieste a Israele? Ma quali gesti di reciprocità ha mai fatto Abu Mazen?”

http://www.israele.net/articolo,2784.htm

Intanto, in Medio Oriente…

http://www.israele.net/articolo,2782.htm

Ma perché tanto chiasso?

http://www.israele.net/articolo,2775.htm

False giustificazioni

http://www.israele.net/articolo,2687.htm