WikiLeaks fa a pezzi il ”linkage” fra questione Iran e processo di pace

E' falso che gli arabi “moderati” abbiano bisogno di incentivi per aderire alla lotta contro il nucleare iraniano.

Da un articolo di Herb Keinon

image_2998Sin dai primi giorni della presidenza di Barack Obama vi sono state due importanti differenze concettuali fra come vedono il Medio Oriente Israele e l’amministrazione americana.
La prima differenza ha a che fare con il livello regionale. Da un lato gli Stati Uniti sostengono che risolvere l’enigma israelo-palestinese sia la chiave per sbloccare la pace in Medio Oriente e guadagnare l’adesione di altri paesi della regione perché aiutino a fermare la minaccia iraniana. La posizione di Israele, invece, ritiene che bisogna innanzitutto affrontare l’Iran – vale a dire, neutralizzarlo – perché ciò renderà più facile arrivare a un accordo coi palestinesi. La logica di Israele è che, se l’Iran sarà reso innocuo, Hamas e Hezbollah – i due scagnozzi dell’Iran – avranno molte meno chance di far fallire i lavori ogni volta che si delineano progressi diplomatici.
La seconda fondamentale differenza concettuale ha a che fare col modo si risolvere il conflitto israelo-palestinese, con gli Stati Uniti ancora legati alla formula terra in cambio di pace – Israele cede terre e ottiene in cambio la pace – mentre gran parte di Israele, amaramente scottato dalla realtà, non è più convinto che tale formula sia pertinente.
È a questo punto che si spalanca il forziere di documenti di WikiLeaks e rivela che il “linkage”, il collegamento di Obama fra soluzione del conflitto israelo-palestinese e Iran non è altro che una finzione: una finzione che Obama e i suoi più vicini collaboratori hanno continuato a spacciare sin dall’inizio del mandato.
Nel suo primo incontro alla Casa Bianca col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel maggio 2009, il famoso incontro in cui chiese lo stop completo delle attività edilizie ebraiche negli insediamenti in Cisgiordania, Obama si vide chiedere che cosa pensasse della posizione d’Israele secondo cui solo risolvendo la minaccia iraniana si sarebbero potuti avere reali progressi sul versante palestinese. “Ebbene – rispose Obama – Non vi è dubbio che per qualunque governo israeliano è difficile negoziare in una situazione in cui gli israeliani si sentono in pericolo immediato. Non è certo una situazione favorevole ai negoziati. E come ho già detto, mi rendo conto delle legittime preoccupazioni di Israele circa la possibilità che l’Iran ottenga un arma nucleare quando ha un presidente che in passato ha dichiarato che Israele non dovrebbe esistere. Si tratta di una condizione che farebbe esitare i leader di qualunque paese. Detto questo però – continuò Obama – se c’è un legame fra Iran e processo di pace israelo-palestinese, io personalmente ritengo che esso vada nel senso contrario: nella misura in cui riusciremo a fare la pace con i palestinesi, cioè fra palestinesi e israeliani, penso realmente che ciò rafforzerebbe la nostra posizione nella comunità internazionale nel fare i conti con la potenziale minaccia iraniana”. Che questa posizione, questi progressi sulla questione israelo-palestinese, questo blocco delle costruzioni negli insediamenti dovrebbero in qualche modo magicamente rabbonire il mondo arabo, sponandolo a dare una mano riguardo all’Iran, è stata una costante di tutto il periodo Obama. In Israele viene popolarmente chiamata la formula “Yitzhar in cambio di Bushehr” (il piccolo insediamento israeliano in cambio della centrale atomica iraniana).
Ciò che ha svelato il forziere di WikiLeaks, tuttavia, è che questo argomento era una invenzione. Non c’è nessun bisogno di forzare la mano sulla questione israelo-palestinese per guadagnarsi l’adesione delle nazioni arabe “moderate” (Arabia Saudita, stati del Golfo Persico, Egitto e Giordania) all’azione di contrasto all’Iran, giacché quelle nazioni sono già pienamente schierate e aspettano solo che si agisca concretamente contro il nucleare iraniano.
Orbene, questo non significa che non ci si debba adoperare per cercare di risolvere la questione israelo-palestinese. Ma non si dica che il motivo per farlo è convincere gli arabi a fermare l’Iran. Il seguente campionario di dichiarazioni di leader arabi tratte dalla miniera WikiLeaks non disegna esattamente l’immagine di leader che hanno bisogno di ulteriori incentivi e lusinghe per essere convinti a prendere posizione.
L’inviato saudita negli Stati Uniti avrebbe detto nel 2008 che re Abdullah dell’Arabia Saudita esortava Washington ad attaccare l’Iran per porre fine al suo programma nucleare e, stando a uno dei dispacci, parlando dell’Iran avrebbe detto che è necessario “tagliare la testa del serpente”. Secondo un altro dispaccio, l’Arabia Saudita sarebbe atterrita non solo dalla minaccia nucleare iraniana, ma anche dai disegni egemonici di Teheran nella regione. Nel marzo 2009 re Abdullah avrebbe detto che, quand’anche venisse risolto il conflitto israelo-palestinese, “l’obiettivo dell’Iran resta quello di creare problemi: che Dio ci preservi dal diventare loro vittime”. Come le altre monarchie del Golfo (ad eccezione del Qatar), l’Arabia Saudita sarebbe preoccupata anche per le ambizioni di egemonia dell’Iran sciita e persiano. “Abbiamo avuto rapporti corretti in passato, ma non possiamo fidarci di loro”, avrebbe detto il monarca saudita a funzionari Usa nel 2009, raccontando anche d’aver chiesto al ministro degli esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, di allontanarsi da Hamas. “Sono musulmani”, avrebbe risposto il ministro iraniano (stando al documento Usa). E il re avrebbe ribattuto: “No, sono arabi, e voi persiani non dovete interferire negli affari arabi”.
Nel 2009 re Hamad del Bahrain avrebbe detto, a proposito del programma nucleare iraniano, che “deve essere fermato: il pericolo di lasciarlo andare avanti è peggiore del pericolo di fermarlo”.
Sempre nel 2009, secondo un altro dispaccio, il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayed, avrebbe sollecitato gli Stati Uniti a non assecondare Teheran, dicendo che “Ahmadinejad è Hitler”. Secondo altri dispacci, in un incontro del luglio 2009 con il segretario al tesoro Usa Timothy Geithner lo sceicco Mohammad bin Zayed, avrebbe detto che “ una guerra convenzionale a breve termine con l’Iran è chiaramente preferibile alle conseguenze a lungo termine di un Iran nucleare”. Nel 2006, parlando del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, avrebbe detto: “Penso che quest’uomo ci porterà alla guerra”.
Il generale Muhammad al-Assar, assistente del ministro della difesa egiziano, nel 2010 avrebbe detto che “l’Egitto considera l’Iran una minaccia per tutta la regione”. Lo stesso presidente egiziano Hosni Mubarak avrebbe detto, circa l’Iran: “Siamo tutti terrorizzati”.
Obama era evidentemente ben consapevole delle opinioni di questi leader, la maggior parte dei quali egli ha anche incontrato personalmente. Eppure ha continuato a divulgare ciò che ormai sapeva essere una falsità: che quei paesi avrebbero sottoscritto sanzioni o altre forme di sostegno agli sforzi per neutralizzare l’Iran soltanto se vi fossero stati progressi sul versante israelo-palestinese. È chiaro che quei paesi vorrebbero vedere progressi su versante israelo-palestinese, ma questo loro desiderio non ha nulla a che vedere con l’Iran. E nessun accordo israelo-palestinese li spingerebbe a sostenere misure più combattive verso l’Iran, giacché in pratica sono già totalmente favorevoli a tali misure.
Legare le due questioni – il conflitto con i palestinesi e l’Iran – serve solo a confondere malamente il problema. Il motivo preciso per cui Obama si sia sentito in dovere di farlo è uno degli interrogativi chiave suscitati dai documenti di WikiLeaks in relazione al Medio Oriente.

(Da: Jerusalem Post, israele.net, 30.11.10)

Si veda anche:

Sorpresa: il mondo condivide le preoccupazioni di Israele

http://www.israele.net/articolo,2997.htm

Quanto vale la parola della superpotenza democratica?

http://www.israele.net/articolo,2993.htm

Quella via (americana) lastricata di buone intenzioni

http://www.israele.net/articolo,2799.htm