Festeggiando Gerusalemme

A 46 anni dalla riunificazione, Gerusalemme è fiorente e tollerante come non è mai stata prima.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3754Quarantasei anni fa Israele intraprendeva una guerra contro gli eserciti congiunti dei suoi vicini arabi Egitto, Siria e Giordania (più contingenti iracheni). Nei mesi che avevano preceduto quella che più tardi sarebbe diventata famosa come la “guerra dei sei giorni”, i leader israeliani avevano fatto tutto quanto era in loro potere per scongiurare lo scontro militare. Tuttavia, la decisione di Nasser di espellere i caschi blu delle Nazioni Unite dal Sinai e di ammassare truppe a ridosso del confine d’Israele, la sua decisione di imporre il blocco allo Stretto di Tiran (un classico “atto di guerra”, secondo il diritto internazionale), il suo stringere alleanze di guerra coi paesi arabi, l’impegno pubblicamente proclamato dai capi di stato arabi di sradicare il sionismo e “buttare a mare” gli ebrei (“Il nostro obiettivo fondamentale è la distruzione di Israele: il popolo arabo vuole combattere” proclamò Nasser il 27 maggio), nonché infine le manovre guerrafondaie dei sovietici da dietro le quinte, tutto questo determinò un clima da imminente guerra di sterminio che costrinse Israele ad agire.
Sei giorni dopo, a combattimenti conclusi, Israele aveva assunto il controllo di vaste estensioni di territorio: tutta la penisola del Sinai, le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Gran parte di questo territorio appena conquistato – in particolare la Cisgiordania – era ricco di echi di storia ebraica. L’enorme sollievo per essere scampati alla distruzione per mano degli eserciti arabi, combinato con l’improvviso e inopinato allargamento in luoghi geografici direttamente collegati alle Scritture, scatenò un inebriante entusiasmo che si diffuse in tutto il paese.
Ma nulla poteva eguagliare l’emozione dovuta alla riunificazione di Gerusalemme. Per la prima volta da quando, quasi duemila anni prima, era stato brutalmente posto termine alla sovranità ebraica, il popolo ebraico riprendeva il controllo della sua città santa. E dopo quasi vent’anni di brutale divisione, Gerusalemme era di nuovo unita. L’immagine dell’allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin, del ministro della difesa Moshe Dayan e di Uzi Narkis, il comandante delle forze che liberarono Gerusalemme, è diventata una delle icone della breve storia di Israele, così come lo sono le immagini dei paracadutisti israeliani e del rabbino Shlomo Goren che suona lo shofar presso il Muro Occidentale (“del pianto”). Nei giorni e nelle settimane che seguirono la miracolosa vittoria di Israele, decine di migliaia di persone si recarono a visitare il Muro Occidentale. La liberazione di Gerusalemme risaltava in netto contrasto con i diciannove anni di dominio giordano durante i quali l’antica comunità di ebrei residenti nella Città Vecchia era stata cacciata e i luoghi di culto ebraico erano stati chiusi, vandalizzati, distrutti. Anche le varie denominazioni cristiane avevano operato con libertà molto limitate, sotto lo stretto controllo delle autorità musulmane.
L’entusiasmo che circondava la riunificazione, combinato con la massima cautela all’idea di suddividere il controllo della città, rimane forte ancora oggi. Questo sembra essere il sentimento che emerge da un sondaggio commissionato dal Jerusalem Post a Rafi Smith della Smith Consulting. Anche se la netta maggioranza degli ebrei israeliani (67%) ribadisce d’essere favorevole ad una soluzione a due Stati, la maggior parte degli intervistati respinge l’idea di ridividere Gerusalemme facendone una capitale suddivisa fra israeliani e palestinesi. Solo il 15% del campione si è dichiarato a favore di Gerusalemme capitale non solo di Israele ma anche di un futuro Stato palestinese, contro il 74% che si è dichiarato contrario.
Questo sondaggio non fa che confermare quanto siano ancora ampie le divergenze che separano israeliani e palestinesi. Non solo le due parti non sono d’accordo sulla questione del cosiddetto “diritto al ritorno” di milioni di “profughi” palestinesi (in realtà dei loro discendenti) all’interno di Israele (anche dopo la nascita di uno Stato palestinese). Esse sono divise anche sulla questione del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, sul mantenimento sotto sovranità israeliana di alcuni blocchi di comunità come Ma’aleh Adumim e Ariel, sulle misure per garantire la sicurezza e la tenuta del futuro accordo di pace. E, a quanto pare, israeliani e palestinesi sono completamente in disaccordo anche per quanto riguarda Gerusalemme.
Lo scorso fine settimana, incontrando nel suo ufficio alcuni abitanti arabi di Gerusalemme, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha detto che “senza Gerusalemme capitale dello stato palestinese, non ci sarà nessuna soluzione politica”. Ed ha aggiunto che “Gerusalemme est è l’essenza dello Stato di Palestina, è il cuore di tutti i palestinesi, degli arabi e dei musulmani”.
Nel momento in cui commemoriamo il 46esimo anniversario dell’inizio della “guerra dei sei giorni, è giusto esercitare umiltà rispetto alle enormi sfide che abbiamo di fronte e agli ostacoli che restano da superare per arrivare alla pace. Ma dobbiamo anche essere fieri dei nostri enormi successi. Oggi, 46 anni dopo la riunificazione, Gerusalemme è la maggiore città di Israele, con una popolazione di oltre 800mila abitanti. Definita una volta dalla scrittrice Cynthia Ozick una “città fenice” con una “storia di storie” dove “nessuno è straniero”, mai prima d’ora Gerusalemme, nella sua lunga esistenza, era fiorita in modo così stupefacente. Mai così tanti ebrei avevano vissuto a Gerusalemme in relativa armonia e sicurezza, insieme a una popolazione non ebraica estremamente variegata. E mai prima d’ora i diritti religiosi di tutti erano stati così scrupolosamente tutelati. Gli israeliani hanno ragione a diffidare dell’idea di mettere tutto questo in pericolo.

(Da: Jerusalem Post, 5.6.13)

Si veda anche:

Guai mostrare la normale vita di Gerusalemme unita. I palestinesi cercano di bloccare un documentario europeo sulla realtà della capitale israeliana

http://www.israele.net/articolo,3717.htm

Gerusalemme è solo araba, islamica e cristiana, secondo Abu Mazen e Autorità Palestinese. Infarcita di falsità l’opera di negazione della millenaria storia ebraica nella capitale d’Israele

http://www.israele.net/articolo,3436.htm

Pace a Gerusalemme. Come disse Dayan nel ‘67, “anche in quest’ora tendiamo una mano di pace ai nostri vicini arabi”

http://www.israele.net/articolo,3148.htm

Sondaggio: gli arabi di Gerusalemme preferiscono essere cittadini israeliani. Il 40% è disposto persino a traslocare, nel caso la città venisse divisa

http://www.israele.net/articolo,3034.htm

Cronologia della guerra dei sei giorni. “L’aggressore è colui che rende la guerra inevitabile”

http://www.israele.net/sezione,,1726.htm

Gli arabi volevano davvero attaccare e distruggere Israele. Lo provano i documenti arabi studiati dallo storico Michael Oren

http://www.israele.net/articles.php?id=1721

I giorni che precedettero i sei giorni. Non c’è un solo “piano di pace” arabo che non esiga il ritorno allo status quo del 4 giugno 1967

http://www.israele.net/articles.php?id=1720

Fu la guerra dei sei giorni che aprì la strada alla convivenza in Medio Oriente. Sbaglia l’Economist a chiamarla “vittoria di Pirro”

http://www.israele.net/articles.php?id=1711

1967: sei giorni per sopravvivere. I nuovi documenti confermano che Israele fece di tutto per scongiurare il conflitto

http://www.israele.net/articles.php?id=1706

Il 1967 di Barack Obama. Non si persegue la pace invertendo i rapporti di causa/effetto

http://www.israele.net/articolo,2802.htm