I necessari termini di riferimento

Per una svolta di pace entro il 2010 è necessario fissare alcuni paletti

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2709Dopo cento anni di conflitto, arabi ed ebrei hanno visto inviati di pace andare e venire, piani di pace nascere e scomparire. Sebbene questi sforzi non fossero sempre animati da puro altruismo, certamente quelli americani sono pieni di buone intenzioni.
L’inviato di pace dell’amministrazione Obama George Mitchell sta ora tentando di persuadere il relativamente moderato Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a tornare al tavolo negoziale offrendo un memorandum con “termini di riferimento” personalizzati finalizzati ad un progresso fra lui e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Secondo notizie di stampa araba, nei suoi termini di riferimento Abu Mazen vorrebbe vedere tutti citati l’Iniziativa di Pace della Lega Araba, gli Accordi di Oslo, la Road Map e il documento di Annapolis. E vorrebbe che i negoziati riprendessero usando come base di partenza l’ultima offerta fatta da Ehud Olmert, quell’offerta che avrebbe dovuto essere conclusiva e a cui Abu Mazen non si è mai preso il disturbo di rispondere.
Con tutta evidenza i termini di riferimento presentati dalle rispettive parti devono concordare fra loro altrimenti si ottiene solo un’illusione di impulso, benché alcuni attori del processo di pace sostengano che anche solo dei meri colloqui siano un auspicabile obiettivo temporaneo pur di rasserenare un’atmosfera tanto precaria.
Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha essenzialmente fornito a Israele i termini di riferimento di cui ha bisogno già lo scorso 25 novembre quando ha affermato: “Noi crediamo che attraverso negoziati in buona fede le parti possono reciprocamente trovare un accordo su una conclusione che ponga fine al confitto e sia in grado di conciliare l’obiettivo palestinese di uno stato indipendente e vitale basato sulle linee del 1967 più scambi (territoriali) concordati, e l’obiettivo israeliano di uno stato ebraico con confini sicuri e riconosciuti che riflettano gli sviluppi successivi (al 1967) e rispondano alle esigenze di sicurezza israeliane”.
È così che l’amministrazione Usa, dopo aver imboccato per un anno la strada sbagliata, sta ora tornando al punto in cui la Casa Bianca di Bush Due aveva costruttivamente lasciato le cose: vale a dire che non vi può essere ritorno puro e semplice alle linee armistiziali del 1949, e che la fattibilità dell’accordo dipende da scambi di terre, dall’annessione a Israele di blocchi di insediamenti di volare strategico e dall’accettazione palestinese della legittimità di Israele come strato nazionale del popolo ebraico. I colloqui potranno riprendere non appena Abu Mazen lascerà cadere le sue pre-condizioni circa il congelamento totale su ogni centimetro al di là della Linea Verde.
Un’amministrazione Usa che voglia entro il 2010 una svolta verso l’accordo di pace deve essere disposta a ripensare anche i suoi proprio termini di riferimento. Ecco dunque qualche suggerimento.
– Meno gli Stati Uniti si pronunciano circa le attività edilizie nei quartieri ebraici di Gerusalemme, meglio è. I palestinesi sanno che Israele non smantellerà mai Neveh Ya’akov, Pisgat Ze’ev, Talpiot Est o Har Homa; ma sostengono che più grandi diventano questi quartieri, meno spazio resterà agli arabi dopo un accordo di pace. A maggior ragione, George Mitchell dovrebbe dire ad Abu Mazen, bisogna affrettarsi a tornare a trattare e smetterla con quel suo atteggiamento come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Detto questo, la nostra opinione è che non sia utile per Israele creare minuscoli quartieri ebraici, con scarsa utilità per la sicurezza, all’interno di sezioni della capitale densamente abitate da arabi. Non è che ogni diritto che hanno gli ebrei sulla carta (come quello di edificare) debba per forza essere esercitato dappertutto.
– L’amministrazione Usa ha modificato la sua iniziale ossessione per le attività edilizie negli insediamenti: una volta che le due parti avranno concordato confini definitivi, gli insediamenti sul versante “sbagliato” della frontiera verranno smantellati. Nel frattempo Israele ha adottato la misura straordinaria di decretare una moratoria su tutte le nuove costruzioni, comprese quelle nei blocchi di insediamenti destinati a restare israeliani. Ora l’amministrazione Usa deve rendersi conto che la questione degli insediamenti è una pista falsa.
– Gli israeliani non gradiscono l’idea di veder spuntare come funghi campi iraniani o di al-Qaeda in Cisgiordania, letteralmente a pochi passi dai loro maggiori centri abitati. Quanto prima l’amministrazione Usa si deciderà ad incorporare il concetto di una “Palestina” smilitarizzata nei suoi sforzi di peace-making, tanto prima si potranno fare reali progressi. Altrettanto essenziale sarà un meccanismo realmente funzionante per la sorveglianza israeliana e internazionale dei valichi di passaggio fra Cisgiordania e Giordania.
– Non può esistere alcun “diritto” dei profughi palestinesi e dei loro discendenti a “tornare” dentro Israele. Le rivendicazioni palestinesi circa indennizzi per le proprietà abbandonate saranno controbilanciate da rivendicazioni parallele da parte degli ebrei profughi dai paesi arabi e dei loro discendenti. L’amministrazione Usa deve dire ad Abu Mazen chi inizi a preparare la sue gente a questa realtà.
Infine, un suggerimento per un ultimo termine di riferimento. La politica iraniana dell’amministrazione Usa è il cardine del processo di pace. Quanto prima i mullah saranno resi innocui e Hamas e Hezbollah ridimensionati, tanto prima gli elementi arabi moderati potranno mostrarsi disponibili a cogliere opportunità di pace. Plaudiamo al presidente Obama per essersi personalmente pronunciato, lunedì scorso, a sostegno delle proteste della popolazione iraniana contro il regime khomeinista. Più farà pressione sull’Iran, più il Medio Oriente si avvicinerà alla pace.

(Da: Jerusalem Post, 30.12.09)

Nella foto in alto: bandiera d’Israele data alle fiamme durante una manifestazione domenica scorsa ad Amman (Giordania)

Si veda anche:

Ecco lo Stato rifiutato dai palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2698.htm

Perché i palestinesi si oppongono al negoziato?

http://www.israele.net/sezione,,2695.htm