La strategia di Abu Mazen

Il classico marziano potrebbe pensare che i negoziati siano una splendida trovata assolutamente nuova

Da un articolo di Zalman Shoval

image_1277Durante un recente convegno a Washington ho ascoltato diplomatici egiziani e giordani e rappresentanti di Fatah proclamare lo stesso identico concetto: se solo Israele avviasse negoziati con Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ed evitasse mosse unilaterali, la pace sarebbe già dietro l’angolo. E per quanto riguarda Hamas, beh quello è un problema che si risolverebbe con il “piano saudita”.
Il classico marziano che arrivasse in questo momento sulla terra potrebbe dedurne che quella di avviare negoziati con i palestinesi sia una splendida trovata assolutamente nuova. Abbaglio comprensibile, giacché il poveretto non saprebbe che già dodici anni fa, pochi mesi dopo la firma degli accordi di Oslo, gli autobus saltavano per aria a Tel Aviv; che i palestiensi hanno violato tutti gli accordi; che Yasser Arafat lanciò la sua programmata seconda intifada dopo che il presidente americano Clinton e il primo ministro israeliano Barak, a Camp David e a Taba, gli avevano offerto praticamente tutto. Né il povero marziano sarebbe stato informato da nessuno del fatto che lo stesso Abu Mazen ha affermato a chiare lettere che i suoi obiettivi non sono diversi da quelli di Arafat. Quando recentemente a Sharm e-Sheikh Abu Mazen ha dichiarato che una pace definitiva potrebbe essere raggiunta “nel giro di poche settimane”, facendo appello a Israele perché aderisca alla Road Map del Quartetto, si è opportunamente dimenticato di dire che lui stesso non è stato capace di attuare neanche il primo punto della Road Map, quello che prescrive la demolizione delle strutture del terrorismo e la cessazione di ogni istigazione all’odio e alla violenza sui mass-media palestinesi.
In realtà non è difficile individuare i punti principali della strategia di Abu Mazen: respingere il piano di “convergenza” (o di “riallineamento”) israeliano, mobilitare una opposizione internazionale contro di esso, presentare se stesso come un partner disponibile. Se, come è probabile, i negoziati non dovessero arrivare da nessuna parte, allora subentrerà la comunità internazionale per imporre la sua propria soluzione, tagliata su misura della tradizionale posizione araba circa confini, Gerusalemme, insediamenti ecc.
Un altro elemento chiave della strategia è resuscitare la cosiddetta “iniziativa di pace araba” adottata dalla Lega Araba nel vertice di Beirut del 2002 (o “piano saudita”). Se Hamas accetterà il piano saudita, si sosterrà che le obiezioni israeliane e internazionali alla trattativa col governo Hamas sono state superate perché il piano saudita riconoscerebbe Israele, auspicando persino la normalizzazione con esso. Ma Israele respinse a suo tempo il piano saudita, e con buone ragioni. Infatti, sebbene presentato come un piano per arrivare alla “pace complessiva” con Israele, le clausole e le condizioni di quel piano sono tali che finirebbero in realtà col mettertene a rischio la stessa esistenza… (vedi: “Hamas e il piano saudita” http://www.israele.net/sections.php?id_article=1204&ion_cat=18 ).
Non occorre una mentalità cospiratoria per immaginare che, al contrario delle apparenza, Abu Mazen potrebbe non essere poi così scontento dell’attuale situazione con Hamas. Questo non significa certo che desiderasse la vittoria elettorale di Hamas, ma è sicuramente vero che sta approfittando bene di una situazione per lui sgradevole. Agli occhi della comunità internazionale, Stati Uniti compresi, Abu Mazen è diventato il bravo ragazzo che non fa niente di male, mentre i cattivi sarebbero solo quelli di Hamas. Anche Fatah, una parte della quale non ha mai cessato di fare attività terroristiche contro gli israeliani, viene ora dipinta come un modello di virtù.
Abu Mazen è attento a presentarsi con un’immagine di rispettabilità e moderazione ogni volta che occorre, beninteso senza spostarsi di un centimetro dalle sue posizioni. Persino quella che viene percepita come la sua debolezza gli torna utile, come quando sostiene di non poter ostacolare Hamas né fermare i missili Qassam, e che solo un maggiore sostegno da parte della comunità internazionale potrebbe aiutarlo.
L’ultima mossa di Abu Mazen è quella di indire (o minacciare) il referendum su un documento che, a suo dire, comporterebbe un riconoscimento implicito di Israele. In realtà, che passi o meno il referendum, e persino che si tenga o meno, non fa molta differenza dal punto di vista delle ricerca della pace. La lotta fra Fatah e Hamas è una lotta per la supremazia e per il potere, non per la pace con Israele. Il documento che Abu Mazen intende mettere ai voti ripropone tutti gli aspetti negativi del piano saudita, con in più un esplicito appoggio alla continuazione del terrorismo contro gli israeliani nei territori. (vedi “Braccio di ferro fra palestinesi sul ”documento dei detenuti” http://www.israele.net/sections.php?id_article=1267&ion_cat=18 ).
Oggi Abu Mazen è convinto, non senza ragione, di essersi messo in una posizione vincente. Ha messo Hamas e Israele sulla difensiva: Hamas, perché è costretta a opporsi a un referendum sull’indipendenza palestinese; Israele, perché si trova in una posizione negoziale e diplomatica più complicata. Il tutto senza che Abu Mazen abbia cambiato nulla della sua posizione.
Israele può andare avanti col suo piano di “convergenza” o rinviarlo indefinitamente. Ma in nessun caso dovrebbe permettere che le sue decisioni, quali che siano, vengano tenute in ostaggio dagli stratagemmi palestinesi.

(Da: Jerusalem Post, 11.06.06)