L’Egitto tra Scilla e Cariddi

Qualunque sarà il destino di Morsi, una vera democrazia non è all'orizzonte.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3774Scrive Ben-Dror Yemini, su Ma’ariv: «Non si è sentito parlare di un grande sostegno da parte della Casa Bianca per i manifestanti in Egitto. Come mai non meritano sostegno? Come mai Mohammed Morsi non merita lo stesso trattamento che fu riservato al suo predecessore Hosni Mubarak?». Secondo l’editorialista, «gli Stati Uniti hanno un problema: il denominatore comune dei sostenitori dell’attuale regime islamista egiziano e dei suoi avversari è l’odio per Stati Uniti e Israele». L’editoriale esorta l’Occidente a parlare con chiarezza al mondo islamico dicendo: «Siete voi i primi responsabili per la vostra difficile situazione. Smettetela di dare la colpa a tutto il mondo, all’Occidente, ai capitalisti, agli ebrei. Finché continuerete con questo auto-inganno, finché non assimilerete che eguaglianza, diritti fondamentali, tolleranza e diritti delle donne non sono “valori occidentali” ma valori universali, non cambierà nulla».
(Da: Ma’ariv, 1.7.13)

Scrive il Jerusalem Post che «la posizione di Morsi a un anno dalla sua salita al potere appare precaria quanto era quella di Mubarak poco prima della sua estromissione. Il futuro di Morsi dipende ora da un jolly: la reazione dei militari. La sorte del presidente, come quella di Mubarak prima di lui, dipende completamente dai militari. Ma diversamente da Mubarak, Morsi non gode di uno stretto rapporto con l’esercito».
(Da: Jerusalem Post, 1.7.13)

Scrive Mira Tzoref, su Yediot Aharonot: «In questo momento l’esercito è l’unico organismo in grado di ristabilire l’ordine, ma Morsi non si arrenderà così in fretta». L’editorialista chiede a Israele di stare a guardare aspettando a bordo campo, e conclude: «Il fatto che in piazza Tahrir vengono bruciate bandiere israeliane non è una ragione sufficiente perché Israele debba prendere posizione».
(Da: Yediot Aharonot, 2.7.13)

Scrive Boaz Bismout, su Yisrael Hayom: «Per come appaiono ora le cose, dopo l’ultimatum dei militari, gli egiziani laici – assistiti dai militari – sono avviati a spodestare i Fratelli Musulmani. L’Egitto di oggi è una nazione di 85 milioni di persone che hanno bisogno di pane, denaro e di una direzione. Una sostanziosa percentuale dei 17 milioni di protestatari che hanno invaso le strade non ha in effetti molto da perdere. La prospettiva di nuove elezioni deve ancora fare la sua comparsa e le loro istituzioni di governo non sono in grado di funzionare. L’esercito invece ha qualcosa da perdere: i suoi rapporti con l’Occidente, la sua autorità, la sua forza e, cosa più importante, la ricchezza che ha conseguito durante l’era Mubarak. Tutto questo è in pericolo sotto Morsi. L’Egitto ha davanti giorni duri. L’economia va a rotoli e il paese farà fatica a reggersi senza riforme drastiche e difficili. L’esercito preferirebbe lasciare l’ingrato compito a un governo laico di transizione. Solo un anno fa i laici guardavano pieni di rabbia la cerimonia di giuramento di Morsi convinti che i Fratelli Musulmani avessero scippato la loro rivoluzione. Oggi i Fratelli gridano che i laici, con l’aiuto dei militari, stanno scippando la loro vittoria elettorale. Hanno ragione entrambi. Oggi l’Egitto è un paese diviso ed è ragionevole supporre che gli estremisti religiosi non hanno ancora detto la loro ultima parola. Senza dimenticare che la rivoluzione di Tahrir ha rafforzato anche i salafiti. Il grande quesito è come i militari potranno spodestare i Fratelli Musulmani senza un bagno di sangue per le strade. I Fratelli Musulmani hanno aspettato 84 anni per conquistare il governo e in un anno hanno mostrato quanto poco funzioni la loro formula magica “l’islam è la soluzione”. L’Egitto è alla ricerca di un nuovo leader, e oggi sono ammessi solo candidati senza barbe lunghe».
(Da: Yisrael Hayom, 2.7.13)

Amir Rappaport, su Ma’ariv, cita valutazioni israeliane secondo cui al presidente Morsi e al suo regime islamista non resta più di un anno, una volta che «la gente ha capito che il Corano non può risolvere problemi come la disoccupazione e la fame». Secondo l’editorialista, la caduta del regime egiziano si riverbererebbe in tutta la regione: «L’establishment della difesa stima che la regione continuerà ad essere molto instabile per almeno cinque-dieci anni». Per quanto riguarda un cambiamento di regime in Egitto considerato dal punto di vista di Israele, «da un lato il fallimento del tentativo di governare della Fratellanza Musulmana egiziana è positivo, a lungo termine, perché l’ideologia intransigente della Fratellanza mette in pericolo il trattato di pace con Israele. D’altra parte, le notizie dall’Egitto non sono positive, a breve termine, giacché il regime di Morsi era diventato un fattore di relativa stabilità nei confronti della striscia di Gaza e del controllo del Sinai».
(Da: Ma’ariv, 2.7.13)

Scrive Ruthie Blum, su Israel HaYom: «Nulla suggerisce che le manifestazioni di massa in piazza Tahrir contro il presidente Morsi dimostrino una “fame di democrazia” maggiore rispetto a quelle del 2011 che portarono alla cacciata di Hosni Mubarak. Il che non vuol dire che il popolo egiziano non abbia fame. Al contrario, le sue condizioni economiche, già spaventose durante il regime autocratico di Mubarak, hanno continuato a peggiorare sotto i Fratelli Musulmani. Ed è questa la ragione che meglio spiega perché milioni di egiziani di ogni ceto sociale sono scesi in strada per un altro colpo di stato. In realtà, le somiglianze tra la “rivoluzione” di oggi e quella di due anni fa sono così impressionanti che basta fare un taglia-e-incolla di titoli e commenti per avere un deja vu. L’unica differenza, questa volta, è che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama non chiede a Morsi di dimettersi, mentre due anni fa si era schierato con i manifestanti contro Mubarak». Secondo l’editorialista, «quello che lascia di stucco è vedere come, ancora una volta, molti opinionisti moderati, anche negli Stati Uniti e in Israele, osservino gli eventi in Egitto con un occhio ottimista circa il “desiderio” di libertà degli egiziani. In realtà quello che vogliono è innanzitutto da mangiare e un impiego. E poi ciascun gruppo di interesse – a parte i cristiani copti, che sono stati e continueranno a essere maltrattati da tutti – quello che vuole è che la sua cricca abbia la sua fetta di potere per ridurre la libertà di tutti gli altri. Non prendiamoci in giro: qualunque sarà il destino di Morsi, una cosa che non è all’orizzonte in Egitto è una democrazia filo-occidentale, o una democrazia di qualsiasi tipo».
(Da: Yisrael Hayom, 2.7.13)

Si veda anche:

Il disastro dell’Egitto e il miracolo di Israele. Egitto: troppo grande, troppo tardi per salvarlo

http://www.israele.net/articolo,3760.htm

Combattere l’Islam politico. Sconfiggere la jihad globale estirpando l’Islam radicale dall’Occidente

http://www.israele.net/articolo,3758.htm