Ma gli stati arabi vogliono la pace?

Molti paesi arabi hanno ottenuto rilievo politico proprio grazie al conflitto israelo-palestinese.

Di Mudar Zahran

image_2967Gli stati della Lega Araba hanno proclamato il loro sostegno alla richiesta del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di una cessazione completa di tutte le attività negli insediamenti prima della ripresa dei negoziati. La decisione non è interamante a favore di Abu Mazen, visto che ultimamente il congelamento delle attività negli insediamenti è stata una richiesta più degli stati arabi che dei palestinesi. Di recente re Abdallah II di Giordania si è rivolto alle Nazioni Unite dicendo che gli insediamenti costituiscono una grave minaccia ai colloqui di pace e che potrebbero addirittura provocare una vera e propria guerra: un sentimento che è stato fortemente promosso dai mass-media arabi sotto controllo governativo.
Questa non è certo la prima volta che gli stati arabi si affrettano a creare ostacoli alla pace campati per aria: in effetti, vantano tutta una storia di ostruzionismo contro l’aspirazione dei loro fratelli palestinesi ad uno stato indipendente. Una storia che risale almeno al 1947, quando la Lega Araba respinse la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu, quella che avrebbe dato vita sin da allora a uno “stato arabo” e a uno “stato ebraico”, l’uno accanto all’altro. Il predecessore di Abu Mazen Yasser Arafat, nonostante il suo dogmatismo, finì comunque sotto soverchie pressioni anti-pace ad opera persino dei paesi arabi considerati più favorevoli alla pace. Dopo la morte di Arafat, alcuni suoi consiglieri hanno affermato che l’interferenza araba aveva svolto un ruolo importante nella sua fatale mancanza di flessibilità su questioni come Gerusalemme e il “diritto al ritorno”.
Dunque le filippiche dei leader arabi sugli insediamenti israeliani non sono che l’ultima puntata di un vecchio vizio: mettere israeliani e palestinesi gli uni contro gli atri.
Una volta che i leader arabi hanno classificato una qualunque questione come una “linea invalicabile” o come un “sacro diritto arabo”, diventa molto difficile per l’Autorità Palestinese negoziare liberamente su quel tema. Alcuni paesi arabi giocano molto bene questa partita e fanno pressione sui capi palestinesi perché continuino ad avanzare eccessive rivendicazioni di concessioni israeliane, facendo ogni volta fallire le trattative di pace.
L’influenza degli stati arabi non si ferma ad Abu Mazen, dal momento che essi dispongono di un grado di influenza, in America, che complessivamente sopravanza quello della lobby filo-israeliana.
Alla luce di queste dinamiche, sembra di capire che molti stati arabi non sono poi così favorevoli a che i palestinesi raggiungano un accordo di pace. Il che solleva l’interrogativo su quali siano le loro motivazioni.
In effetti, diversi paesi arabi hanno guadagnato rilievo politico proprio grazie al conflitto israelo-palestinese. La situazione paradossale di non-pace-non-guerra è per parecchi di loro una insostituibile risorsa politica, per cui sarebbe irragionevole pensare che siano interessati a porre fine sul serio alla fonte della loro rilevanza anche solo momentaneamente, per non dire poi di una “pace risolutiva e duratura”. Il che spiega come mai Egitto, Arabia Saudita e Qatar sono piuttosto favorevoli al processo di pace, dal momento che questi paesi hanno una loro reale consistenza politica nella regione e dunque ottenere la pace non farebbe che aumentare il loro peso politico. Le cose non stanno così, invece, per molti altri paesi arabi, che per questo motivo hanno un approccio assai diverso al processo di pace.
Un’altra ragione per cui la pace può non incontrare l’interesse di alcuni paesi arabi è il fatto che praticamente tutti i paesi arabi ospitano dei palestinesi che essi continuano a definire “profughi” (anche quando sono i figli o i nipoti dei profughi), persino dove questi “profughi” rappresentano la maggioranza della popolazione. Sono paesi che continuano a ricevere consistenti aiuti internazionali per il fatto di “ospitare” questi loro “cittadini profughi”. I progressi nelle trattative per la pace comporteranno prima o poi una soluzione della questione dei palestinesi che vivono nei paesi arabi, ponendo fine ai privilegi economici di cui godono i paesi cosiddetti “ospitanti”. Non basta. I paesi arabi confinanti con Israele sanno bene che un futuro stato palestinese avrà dovrà naturalmente cercare uno sbocco demografico e geografico, il che pone una minaccia ai regimi politici di quei paesi, col timore in alcuni che la predominante influenza palestinese possa far saltare la conformazione della loro classe dirigente.
L’opera di lobbying degli stati arabi contro i colloqui di pace e le pressioni che esercitano sui palestinesi perché adottino posizioni estremiste mettono in pericolo la stabilità della regione e quindi del mondo. Gli stati arabi che si fanno vanto d’essere amichevoli verso Israele e Stati Uniti dovrebbero convenire ufficialmente che la pace richiede sacrifici e rinunce da parte di tutti, compresi gli stati arabi stessi, specialmente su questioni come i palestinesi che vivono nei paesi arabi, gli insediamenti e le idee su Gerusalemme. Se non sono disposti a farlo, allora potrebbero almeno smettere di rovinare gli sforzi per la pace con la loro strabocchevole propaganda. Dice un proverbio arabo: “Iddio mi salvi dai miei amici, e poi dai miei nemici”. Mentre vanno avanti con le loro trattative, sia Israele che l’Autorità Palestinese dovrebbero fare molta attenzione quando prestano ascolto a certi loro “amici” arabi.

(Da: Jerusalem Post, 17.10.10)

Dello stesso Mudar Zahran, cittadino giordano di origine palestinese, attualmente ricercatore presso l’Università di Bedfordshire, si veda anche:

Giordania: Dottor Pace e Mr. Apartheid

http://www.israele.net/articolo,2916.htm

Si veda inoltre: