O Hamas o la pace

Il problema è che Hamas rimane un gruppo terrorista antisemita, votato alla distruzione di Israele.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3356L’organizzazione Hamas, riconosciuta come terroristica dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, sembra attraversare di recente un preoccupante processo di legittimazione.
Negli ultimi mesi, Ismail Haniyeh è stato ricevuto in pompa magna dai capi di numerosi stati musulmani “moderati” come Turchia, Tunisia, Egitto e Bahrain. Intanto il capo di Hamas Khaled Mashaal, accompagnato dal principe ereditario del Qatar Tamim bin Hamad bin Khalifa al-Thani, veniva accolto a fine gennaio dal re di Giordania, Abdullah II. Tutti questi incontri, sebbene di significato soltanto simbolico, segnano un cambiamento nel modo in cui gli stati della regione guardano a Hamas. In passato, i governanti arabi sunniti formalmente allineati con l’occidente evitavano Hamas. La sunnita Hamas era costretta a stringere alleanze con il regime siriano alawita e con il regime iraniano sciita. Ma con l’ascesa in Egitto della Fratellanza Musulmana e, in Tunisia, del partito Ennahda affiliato alla Fratellanza, Hamas – essa stessa un’emanazione della Fratellanza Musulmana – ha subito un graduale processo di riorientamento, allineandosi e identificandosi con le rivolte popolari della regione note come “primavera araba”.
La più recente mossa di Hamas verso la normalizzazione è stata la Dichiarazione di Doha di lunedì scorso: un accordo di riconciliazione che dovrebbe porre fine al divario fra essa e Fatah. Firmato sotto gli auspici del Qatar, la dichiarazione designa l’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) come primo ministro ad interim di un costituendo governo di unità palestinese Fatah-Hamas il cui principale compito, stabilisce l’accordo, dovrebbe essere quello di preparare elezioni presidenziali e parlamentari palestinesi e “ricostruire” la striscia di Gaza. Verrà anche discusso l’incorporamento di Hamas all’interno dell’Olp, un’organizzazione composta da vari gruppi il maggiore dei quali è Fatah. Se tutto andrà come previsto, Hamas diventerà parte integrante della leadership politica ufficiale palestinese.
L’unico problema, in tutto questo, è che Hamas rimane un’organizzazione terroristica antisemita, votata alla distruzione di Israele. Hamas, che include nella sua Carta ufficiale i “Protocolli dei Savi di Sion”, non ha mai accettato i tre requisiti minimi richiesti dal Quartetto per il Medio Oriente, un organismo di mediazione composto dai rappresentanti di Stati Unti, Nazioni Unite, Russia e Unione Europea. Tali requisiti sono il riconoscimento del diritto ad esistere dello stato di Israele, l’abbandono del terrorismo e il rispetto degli accordi precedentemente firmati da israeliani e palestinesi. Durante i suoi tour di visite nella regione, Haniyeh ha ribadito la ben nota posizione di Hamas che invoca la “liberazione di tutta la Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo” attraverso la jihad (guerra santa). Haniyeh ha giurato che Hamas non riconoscerà mai “l’entità israeliana” e ha dichiarato che sfrutterà la “primavera araba” per conseguire questi obiettivi. Alla luce di queste circostanze, la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Dichiarazione di Doha è del tutto ragionevole: “Presidente Abu Mazen – ha detto – lei non può avere una cosa e il suo contrario. O fa un patto con Hamas, o fa la pace con Israele. O fa una cosa o fa l’altra, non può farle tutte e due”.
Purtroppo il concetto che non è possibile conciliare un accordo di unità Fatah-Hamas e un’iniziativa di pace israelo-palestinese non appare a tutti così evidente. Un portavoce della responsabile della politica estera dell’UE, Catherine Ashton, ad esempio, ha ripetuto la posizione europea secondo cui la riconciliazione palestinese sarebbe un passo importante verso la pace in Medio Oriente. Intanto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon diceva ad Abu Mazen che la riconciliazione fra Fatah e Hamas non deve essere considerata in contraddizione né escludere negoziati con Israele.
È indispensabile che la comunità internazionale tenga fede ai tre requisiti posti dal Quartetto per l’eventuale normalizzazione dei rapporti con Hamas. Finché continua a mantenere il suo impegno per la lotta violenta, si rifiuta di riconoscere Israele e rifiuta i precedenti accordi di pace, sarà impossibile sviluppare relazioni normali con Hamas, né con una leadership palestinese disposta a sottoscrivere un accordo di unità con Hamas.
Molti nella comunità internazionale possono avere la ingannevole impressione che riconoscere un governo che comprende la maggiore l’organizzazione terrorista islamista palestinese permetterebbe alla più moderata Fatah di portare un cambiamento in Hamas. Noi siamo convinti che sia molto più probabile il contrario e cioè che Hamas, cavalcando un’onda di rinnovata popolarità nella regione, finirà col prendere gradualmente il controllo su Fatah.

(Da: Jerusalem Post, 8.2.12)

Si veda anche:

Civili nel mirino di Hamas. Trapelato in internet un documento con l’elenco dei kibbutz alla portata dei Qassam

http://www.israele.net/articolo,3335.htm

Le tante contraddizioni del signor Abu Mazen. Con questo approccio, difficile immaginare una vittoria elettorale di Fatah e del suo leader

http://www.israele.net/articolo,3333.htm

Aut aut di Hamas a Fatah: o con noi, o con Israele. Gli islamisti palestinesi ribadiscono: lotta ad oltranza contro Israele

http://www.israele.net/articolo,3331.htm

Abu Mazen ossequia una delle più spietate terroriste palestinesi. Il presidente palestinese ha voluto incontrare in Turchia l’assassina di un 16enne israeliano

http://www.israele.net/articolo,3318.htm

Se Abu Mazen fa la corte a Hamas. Che la riconciliazione Fatah-Hamas sia così popolare fra i palestinesi è in sé un ostacolo alla pace

http://www.israele.net/articolo,3091.htm