Stati mentali

Senza rifiuto arabo e guerre, oggi Israele e Palestina sarebbero l’equivalente mediterraneo di Singapore

di Liat Collins

image_2327[Come ogni anno, alla fine di novembre si ripete alle Nazioni Unite un’aggressione diplomatica concertata anti-israeliana in occasione della “Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese”: una serie di eventi tra cui sei risoluzioni contro Israele in quanto stato razzista, dell’apartheid, violatore dei diritti umani ecc, discorsi, mostre, esibizione di bandiere e mappe della “Palestina” senza Israele. La ricorrenza coincide volutamente con il 29 novembre, data din cui le stesse Nazioni Unite, nel 1947, approvarono la risoluzione 181 che prevedeva la creazione di uno stato ebraico e uno arabo nell’ex Palestina Mandataria. La risoluzione venne accettata da parte israeliana e rifiutata da parte araba.]

Molti giovani israeliani probabilmente pensano che “29 novembre” sia il nome di una via più che il 29 novembre 1947. Per inciso, è anche l’indirizzo della casa che possedeva il primo ministro israeliano Ehud Olmert nel quartiere Katamon di Gerusalemme: le polemiche intorno alla vendita di quella casa hanno occupato i titoli dei giornali in Israele più della ricorrenza del voto con cui, l’Assemblea Generale dell’Onu approvò 61 anni fa – con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti – la fine del Mandato britannico sulla Palestina e la spartizione della terra in due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico. Si trattò, in effetti, dell’ultimo, decisivo impulso per la creazione dello Stato d’Israele. E per lo scoppio della guerra d’indipendenza.
Mentre gli ebrei “palestinesi” ballavano per le strade e si lanciavano nel gravoso compito di costruire un paese ancora oggi miracolosamente prospero, gli arabi (che allora non erano ancora chiamati “palestinesi”) respingevano la “soluzione due popoli-due stati” e scatenavano una guerra che di fatto non è ancora terminata.
I rapporti fra Israele e Gran Bretagna restano ambivalenti, nonostante i discorsi ufficiali tenuti durante la visita a Londra del presidente israeliano Shimon Peres la scorsa settimana. Nel 1947 la Gran Bretagna per lo più ignorò il piano dell’Onu: celando a malapena la sua faziosità a favore degli arabi. Evidentemente Lawrence d’Arabia li aveva ammantati di una natura molto più romantica che non quell’accozzaglia di cenciosi sopravvissuti alla Shoà che si battevano per unirsi ai loro fratelli nella sede nazionale ebraica, un sogno che si avverava dopo quasi duemila anni colmi di penose memorie collettive.
Il 29 novembre 1947 resta una delle date più significative nella storia ebraica, anche per il modo con cui riuscì a unire vari settori della comunità ebraica in Terra d’Israele. Ancora oggi, sebbene gli israeliani questionino fra loro su quale sia il modo migliore per portare avanti il “processo di pace”, a maggioranza credono – in un modo o nell’altro – nella soluzione “due-stati”. E credono che il loro paese abbia pieno diritto di esistere.
Talvolta la storia sembra una seria di “se”. Cosa sarebbe accaduto se gli arabi avessero accettato il piano di spartizione e si fossero impegnati nella costruzione del loro stato con la stessa energia che gli ebrei investirono nella costruzione di Israele? Forse, senza le guerre e gli attentati e le mistificazioni diplomatiche scaturite dal rifiuto, sia Israele che la Palestina oggi sarebbero l’equivalente mediterraneo di Singapore.
Sessantun anni dopo quel voto cruciale, la soluzione “due stati” è sempre in voga. Anche se, date le attuali lacerazioni fra palestinesi, forse si dovrebbe parlare di “tre stati”: striscia di Gaza e Cisgiordania sono separate da pochi chilometri ma da concezioni e prospettive completamente diverse.
Gaza non è un gran buon esempio di indipendenza: lamenta l’assedio cui è sottoposta e intanto non solo continua a bersagliare gli agglomerati civili israeliani nel Negev, ma mira anche a colpire in un futuro tutt’altro che lontano la città di Ashdod, una delle più popolose città d’Israele. Hamas invoca la riapertura del confine con Israele. Il confine, naturalmente, si potrebbe aprire anche dal lato dell’Egitto, se solo l’Egitto non fosse terrorizzato dalla minaccia islamista che arriva dai suoi poveri fratelli palestinesi assediati. Deve muoversi con grande cautela. Per questo non stupisce più di tanto che la scorsa settimana un tribunale del Cairo abbia sospeso l’accordo per la fornitura di gas naturale egiziano a Israele. Forse dovremmo inscenare un black-out energetico alla Hamas, esibendo poveri bambini israeliani infreddoliti al lume di candela.
Ma quando il mondo vede le immagini dei bambini israeliani che cercano di vivere al ritmo dettato dai lanci di Qassam palestinesi, la colpa viene attribuita comunque a Israele per via dell’“occupazione”. Un suggerimento a Hamas: Gilad Shalit è l’unico militare israeliano che si trova nella striscia di Gaza, lasciatelo andare e come per incanto la forze d’occupazione si dileguerà.
Non che questo significherebbe la fine di ogni presenza militare a Gaza. I giornalisti amano ripetere a pappagallo che la striscia di Gaza è il luogo più densamente popolato del mondo [in realtà, la popolazione di Singapore è più del triplo di quella della striscia di Gaza su un territorio che non è nemmeno il doppio, e la popolazione di Hong Kong è cinque volte quella di Gaza su un territorio che è più o meno il triplo], ma raramente notano che a Gaza il tasso di poliziotti/miliziani rispetto ai civili è davvero tra i più alti del pianeta. Si domandi al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen): il motivo per cui continua a chiedere, e a ottenere, da Israele sempre più scarcerazioni di detenuti per reati di sicurezza è che deve incrementare la sue truppe. Glielo si può domandare a Ramallah, o forse incontrandolo negli uffici di Olmert a Gerusalemme. A Gaza lo si potrebbe trovare solo morto. Alla faccia dei “due stati”…
Olmert e la leader di Kadima Tzipi Livni vogliono rafforzare i palestinesi moderati. Chi non lo vorrebbe? Ma quanto è moderata Fatah? Evidentemente, nel mondo alla rovescia che opta per l’iniziativa di pace saudita, la Fatahland non sembra più docile: non prende parte alle decapitazioni ufficiali, alle lapidazioni, alle fustigazioni pubbliche di donne così sciocche da farsi violentare. Rispetto all’Arabia Saudita, suppongo, è già qualcosa. Di qui l’appello a fornire sempre più armi alle forze di Abu Mazen, come se ciò possa controbilanciare le armi che Iran e Siria forniscono a Hamas nella striscia di Gaza. E indovina un po’ chi resta preso nel mezzo? Israele.
I paesi arabi che rifiutarono il piano di spartizione approvato dall’Onu nel 1947 non attaccarono Israele a causa degli “insediamenti”. Per quanto li riguardava, nel 1947 tutto Israele era un “insediamento”. Cosa è cambiato? Israele è diventato un po’ più grande e più forte. Nessuna meraviglia se non abbiano perduto la loro ostilità. Anzi, ora è alimentata dall’invidia. Certo, adesso Fatah combatte Hamas, ma non ci vuole molta immaginazione per capire a chi toccherà subito dopo.
Comunque, sedici mesi dopo aver preso il controllo su Gaza Hamas è decisamente un vero problema. Con centinaia di tunnel operativi sotto il confine de facto, è difficile affermare che il “blocco” danneggi il movimento. I tunnel non sono un segreto. Gli unici che non sembrano rendersene conto sono quelle anime pie internazionali che affrontano i marosi a bordo di imbarcazioni da propaganda per scaricare “aiuti umanitari”. Forse sono troppo claustrofobici per passare dai tunnel. D’altra parte, potrebbero morire di noia se aspettassero che gli egiziani li lascassero attraversare il confine dal loro versante. Nel 1947 era la Gran Bretagna che solcava le onde (vedi la cattura dell’Exodus, carico di profughi ebrei). Oggi le solcano i pirati del Golfo di Aden e i cuori teneri nel Mediterraneo.
Dunque, che si fa? Il principio dei due stati per due popoli stabilito nel 1947 probabilmente resta l’opzione migliore. Il concetto di due entità sovrane che vivano fianco a fianco nella pace e nella prosperità rimane un sogno valido. Ma, finché è una prospettiva condivisa solo dai politici e non anche dai popoli, ha le stesse probabilità di una casa colpita da un Qassam. Nella ricerca della pace è facile restare abbagliati dalla luce in fondo al tunnel. Le circostanze tuttavia impongono di verificare bene che non sia in mano a un terrorista di Hamas.

(Da: Jerusalem Post, 22.11.08)

Nella foto in alto: la “Mappa della Palestina” (senza Israele) esibita all’Onu durante la “Giornata di solidarietà con il popolo palestinese“ il 29 novembre 2005

Si veda anche:

“Il Tempio di Gerusalemme? Mai esistito”: lo afferma il capo dei negoziatori dell’Autorità Palestinese

http://www.israele.net/articolo,2309.htm

La novità Obama e l’arretratezza dell’ostilità verso Israele

http://www.israele.net/sezione,,2314.htm

Rifiuto della spartizione e mito dell’esproprio

http://www.israele.net/sezione,,2138.htm

Il sessantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele è stato “celebrato” anche in questo modo

http://www.israele.net/sezione,,2118.htm

Dichiarazione Balfour e Risoluzione di Spartizione

http://www.israele.net/sezione,,1899.htm

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm