Una festa della libertà

Questanno la pasqua ebraica si celebra allombra di due sequestri di ostaggi

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_1641Oggi il popolo ebraico in tutto il mondo celebra Pessach, la pasqua ebraica, la festa della libertà. È un momento di gratitudine, un momento in cui si prende consapevolezza della propria personale libertà, di coloro che sono ancora in catene e dei rischi che minacciano la libertà nei nostri giorni.
Quest’anno sederemo al tavolo del Seder, la cena pasquale, all’ombra di due sequestri di ostaggi in corso: quello dei tre soldati israeliani Gilad Schalit, Ehud Goldwasser ed Eldad Regev trattenuti in ostaggio nella striscia di Gaza e in Libano, e quello dei quindici soldati britannici nelle mani del regime iraniano.
Queste crisi sono evidentemente collegate fra loro, giacché entrambe sottolineano non solo la volontà dei nostri nemici di aggredirci all’interno dei nostri confini sovrani, ma anche il loro rifiuto dei principi basilari del diritto internazionale. Così come Hezbollah, vero e proprio braccio dell’Iran, ha scatenato la guerra della scorsa estate con un sequestro a sangue freddo, allo stesso modo Teheran sta cercando di innescare un altro conflitto non solo con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele, ma con tutte le nazioni libere.
A volte una nozione come quella di “nazioni libere” sembra grossolana, o addirittura sciovinista. Durante la Guerra Fredda l’Unione Sovietica scherniva queste definizioni sostenendo che la vera libertà stava dalla sua parte della Cortina di Ferro. Nel 1989, quando crollò il Muro di Berlino e a migliaia si precipitarono verso occidente, per non dire del milione di ebrei sovietici che nel giro di dieci anni venne a stabilirsi in Israele, apparve evidente a tutti da che parte stava la libertà, e quanto concreto fosse il significato di “nazioni libere”.
Nel giro di pochi anni, tuttavia, il termine “mondo libero” è sembrato perdere di nuovo senso, se non altro perché il mondo intero sembrava diventato libero o che si muovesse inesorabilmente in quella direzione. Ci venne detto che si era alla “fine della storia”, per dirla con il titolo di un libro che colse lo zeitgeist, lo spirito del tempo nella nuova era post-Guerra Fredda.
Oggi è evidente che il mondo libero non solo è qualcosa di assai concreto, ma anche che corre un pericolo chiaro e attuale. L’islamismo militante, così come rappresentato dal regime iraniano, da Hezbollah, da Hamas, da al-Qaeda e da altri gruppi e regimi, considera come una minaccia mortale l’ondata di libertà che fino a poco tempo fa davamo per scontata. Sperano di combattere l’ondata di libertà con una ondata di dittature islamiste che si diffondano da Teheran all’Afghanistan, dalla Siria all’Iraq, attraverso l’Arabia Saudita e il resto del mondo arabo, giungendo infine a distruggere Israele e a dominare Europa e Stati Uniti. Questo è l’unico modo per creare un mondo dove l’islamismo stia al sicuro, pensano i tiranni. E hanno ragione. Se anche la cultura della libertà occidentale non si potesse diffondere attraverso internet e mass-media, l’esistenza stessa di nazioni libere costituisce di per sé una minaccia ai regimi tirannici di qualunque tipo, e certamente al totalitarismo islamista che opprime in modo spietato le donne, gli omosessuali, la pratica di tutte le altre religioni e di tutte le libertà inscritte nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Il meno che si possa dire è che non si tratta certo di una battaglia che le nazioni libere abbiano cercato o che fossero ansiose di combattere. In effetti, i tiranni schierati contro di noi sono deboli e isolati e dispongono di una sola, semplicistica teoria per la vittoria: che il mondo libero sarebbe troppo demoralizzato e diviso per muovere un dito in propria difesa. Come i nazisti negli anni ’30, gli islamofascisti di oggi hanno gradualmente, ma costantemente tastato il terreno con attacchi crescenti, ogni volta alzando la barra abbastanza da rendere concepibile la successiva atrocità, ma non abbastanza da indurre le nazioni aggredite a reagire impiegando tutte le loro risorse.
I pericoli che corre la libertà mutano ad ogni generazione, come impariamo dalla Haggada di Pessah, il racconto della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Nella nostra generazione la minaccia non si presenta sotto forma di divisioni corazzate, quanto piuttosto sotto forma di attentatori suicidi. E, di fronte a questa nuova minaccia, i popoli liberi si domandano se esista un antidoto o se debbano rassegnarsi a convivere con una minaccia permanente e crescente contro le libertà che hanno tanto a cuore. È in questo contesto che oggi, come in ogni generazione, possiamo rinnovare la forza dell’Esodo quale paradigma di liberazione. Nel nostro tempo, quel racconto ci può aiutare a ricordare le parole di Thomas Jefferson, uno dei tanti non ebrei che furono profondamente ispirati da quella avventura umana: “Il prezzo per la libertà è l’eterna vigilanza”.

(Da: Jerusalem Post, 2.04.07)

Vedi:
In nome della libertà

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/101libr.html

Ora in: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7

Vedi anche: