Negoziati inutili?

La storia insegna che i palestinesi non accetteranno mai la spartizione del paese

di Gadi Taub

image_2329E così, ancora una volta, assistiamo inutilmente a negoziati coi palestinesi. Olmert non è l’unico impegnato nei colloqui, pronto a promettere che presto arriveremo a un accordo (che peraltro in questo momento non avrebbe il mandato di sottoscrivere). Tutti i principali partiti israeliani ripetono il vecchio ritornello: tutti perseguiranno coraggiosamente un accordo che garantisca pace e sicurezza. I partiti si dividono sul prezzo che si dicono disposti a pagare, ma non è questo che conta realmente. Il fatto è che in Israele litighiamo tra di noi sul prezzo di una merce che i palestinesi non hanno intenzione di venderci.
Sembrò che ci svegliassimo dal nostro torpore e che lo comprendessimo all’indomani dei negoziati di Camp David 2000. Sembra che avessimo capito che i nostri termini di riferimento erano fondamentalmente sbagliati, sia a destra che a sinistra. A quel punto abbiamo smesso di parlare di “concessioni” che bisogna fare “in cambio della pace”. Lentamente abbiamo iniziato a capire che funziona esattamente al contrario: non siamo noi che vogliamo tutta la terra e loro che la vogliono dividere. Viceversa, noi vogliamo la spartizione mentre i palestinesi vogliono impedirla. Aspirano a una maggioranza araba in tutto il paese, e la spartizione non farebbe che allontanarli da questo obiettivo.
Non c’è nulla di nuovo, in questo. Al tempo della discussione alle Nazioni Unite sul piano di spartizione del 1947, la parte araba chiedeva un unico stato. La commissione che preparò la proposta su incarico dell’Assemblea Generale – la UNSCOP – conosceva bene le ragioni di tale richiesta: gli arabi rappresentavano allora i due terzi della popolazione del paese e miravano a istituire rapidamente, finché erano ancora maggioranza, un unico stato arabo prima dell’arrivo di massicce immigrazioni di (profughi) ebrei. Gli arabi capivano benissimo che la spartizione avrebbe annullato il loro vantaggio demografico e avrebbe trasformato lo stato ebraico in un’entità stabile. Anche noi lo capimmo. Perciò noi accettammo la spartizione e loro no.
Oggi siamo di nuovo al punto di partenza. La politica dei palestinesi è sempre stata contraria alla spartizione. I negoziati senza fine arrivano a bloccarsi sempre allo stesso punto: il “diritto al ritorno”. Ogni volta che si arriva vicini a un accordo salta fuori che i palestinesi non sono disposti a cedere su questa pretesa: non vi rinunciarono a Camp David nel 2000 e non vi rinuncia il documento della Lega Araba noto come “iniziativa saudita”.
Questo significa che, indipendentemente dal fatto che noi la accettiamo o meno, in ogni caso non vi sarà nessuna spartizione. Se non accettiamo il diritto al ritorno, loro non firmeranno un accordo che preveda la spartizione. Se invece lo accettiamo, si firmerà un accordo ma di fatto non vi sarà nessuna spartizione: il diritto al ritorno significa infatti due stati arabo-palestinesi, anziché due stati per due popoli. E intanto, coi missili Qassam, sono risusciti a bloccare anche la strada verso una spartizione di fatto senza accordo.
Sin dalla seconda guerra in Libano sembra che abbiamo dimenticato ciò che avevamo appreso. I negoziati non portano da nessuna parte. Li proseguiranno all’infinito perché il tempo lavora a loro vantaggio. Noi continueremo a sonnecchiare discutendo sui dettagli, e intanto affonderemo lentamente nel pantano “bi-nazionale” sino al punto di non potercene più separare. Alla fine avremo qui un solo stato, con una minoranza di ebrei.
Faremmo bene a svegliarci e guardare in faccia la realtà. Loro non ci hanno permesso e non ci permetteranno di dividere questo paese. Dobbiamo farlo da soli. È vero che in questo momento non c’è modo di ritirarsi unilateralmente. Ma possiamo fare un sacco di cose per evitare di affondare nel pantano “bi-nazionale”: possiamo terminare la costruzione della barriera di sicurezza, possiamo iniziare a riportare indietro i coloni che si trovano al di là di essa, possiamo tenere l’esercito sull’altro lato della barriera finché non troveremo un modo per impedire attacchi terroristici e lanci di razzi.
Il sionismo è una cosa seria. Un movimento che in passato è stato capace di difficili decisioni. Una vera leadership non avrebbe permesso a un pugno di coloni e a qualche razzo artigianale di far sprofondare il bastimento del sionismo nel pantano bi-nazionale.

(Da: YnetNews, 26.11.08)

Nella foto in alto: Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) interviene all’apertura dei lavori del Comitato Centrale dell’Olp a Ramallah (dalla prima pagina del quotidiano palestiense Al-Ayyam e dal quotidiano di Fatah Al-Hayat Al-Jadida, 24.11.08). Alle sue spalle, la mappa della “Palestina” da cui risulta cancellato lo stato d’Israele.

Vedi anche:

Il ”diritto al ritorno” e’ contro la pace

http://www.israele.net/articolo,1652.htm