Nulla di immorale in uno scambio territoriale

La proposta di Lieberman va discussa come ogni altra, in modo equilibrato e pragmatico

Da un articolo di Rami Tal

image_1411(…) Una delle accuse più serie che vengono mosse a Israel Beitenu riguarda la proposta, avanzata dal suo leader Avigdor Lieberman, di cedere al futuro stato palestinese, nel quadro di un accordo di pace, parti di Israele densamente abitate da arabi in cambio di parti di Cisgiordania abitate da ebrei israeliani. Ma si tratta di accuse che andrebbero analizzate in modo equilibrato e pragmatico.
Lieberman muove dalla convinzione che la presenza di una minoranza araba all’interno di Israele (oggi circa il 20%) fortemente legata agli arabi palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza costituisca una sorta di bomba a orologeria per il futuro di Israele. E fa notare che praticamente in ogni paese che ospita due o più popoli animati da forti sentimenti nazionali allignano o esplodono conflitti interni (con la sola eccezione degli Stati Uniti, che godono di condizioni del tutto particolari), e cita il caso di paesi democratici come la Spagna (baschi), il Belgio (fiamminghi e valloni), il Canada (anglofobi e francofoni) ecc. Nel nostro caso, oltretutto, il conflitto si configura non solo come nazionale ma anche religioso, e dunque doppiamente intrattabile.
La soluzione, dice Lieberman, sta nella separazione. Solo in questo modo i due popoli potranno godere di rapporti di buon vicinato, laddove lo “stare insieme comunque” sarebbe invece destinato a produrre un conflitto infinito che potrebbe soltanto peggiorare fino a portare entrambi al disastro.
Secondo questa prospettiva, cedere pezzi di territorio al futuro stato palestinese non ha nulla a che vedere con il “trasferimento” di popolazione, giacché nessuno verrebbe rimosso dalla propria casa: semplicemente passerebbe sotto governo palestinese nel quadro di un accordo condiviso.
In fondo, com’è noto, le linee armistiziali del 1949 non sono sacre e intoccabili, così come non lo sono le linee raggiunte da Israele alla fine della guerra dei sei giorni. “Intoccabili” e definitivi, in una certa misura, lo sono solo i confini fissati grazie ad accordi permanenti, raggiunti attraverso negoziati.
Si tratterebbe, nei colloqui fra israeliani e palestinesi, di proporre uno scambio di aree abitate: insediamenti israeliani in Cisgiordania in cambio di comunità arabe israeliane. Se Gerusalemme si mostrasse generosa e garantisse, ad esempio, per almeno due generazioni i sussidi sociali che sono normali in Israele anche a quegli arabi che accettassero di passare, con la casa e tutto, sotto governo palestinese, forse gli arabi potrebbero considerare l’offerta, e lo scambio territoriale (anch’esso tutt’altro che una novità, nella storia moderna) potrebbe avvenire in modo consensuale. Facendo sempre salvo il diritto dei singoli individui di aderirvi o meno.
In ogni caso, si tratta di una proposta legittima e non si vede quali insormontabili ostacoli etici o politici dovrebbero impedire di sottoporla ad una aperta e franca discussione.

(Da: YnetNews, 17.04.06)

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Curiosi e istruttivi paradossi attorno a un’ipotesi negoziale

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/072aris.html